Rapporto dell’ONU sui crimini di guerra durante l’assalto di 51 giorni di Israele contro Gaza

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REDAZIONE 10 LUGLIO 2015

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di Richard Falk

8 luglio 2015

Esattamente un anno fa, per 51 giorni, tra il 7 luglio e il 26 agosto, Israele ha compiuto il suo terzo  importante attacco militare (2008-2009; 2012; 2014) contro Gaza negli scorsi 6 anni. Quest’ultimo con il nome in codice Operazione Margine Protettivo, da parte delle Forze di Difesa Israeliane, è stato il più violento: ha ucciso 2.251 palestinesi, di cui 1.462 erano  civili e di questi 299 donne e 500 bambini e ha anche ferito 11.231 persone, cifra che include 3.436 bambini, il 10% dei quali ha disabilità permanenti, e altri 1.500 che sono rimasti orfani. Anche Israele ha subito delle perdite: 73 morti di cui 67 tra il personale militare, e 1.600 feriti. In aggiunta alle perdite umane, sono state distrutte 18.000 unità abitative, insieme a danni notevoli ai sistemi di elettricità e sanitari, 500.000 palestinesi (quasi un terzo della popolazione di Gaza) sono stati dislocati forzatamente durante le operazioni militari; un anno dopo 100.000 sono ancora in quella situazione, e 73 strutture mediche e ambulanze sono state distrutte o danneggiate. A causa del blocco israeliano, le conseguenze  di questo attacco violento, hanno impedito una ripresa normale e hanno prolungato il periodo di sofferenza sopportato dall’intera popolazione di Gaza. La rilevanza delle perdite palestinesi, e il paragone con le perdite israeliane, e il relativo rapporto tra militari e civili uccisi su entrambe le parti, di per sé indica che il carattere essenziale di questa “impresa” israeliana, viene meglio compresa definendola ‘terrore di stato’ diretto alla popolazione di Gaza nel suo insieme. Queste conclusioni sono rafforzate dalle provocazioni di Israele durante il mese precedente l’inizio dell’attacco e dal rifiuto del suo governo anche soltanto di considerare le frequenti offerte di Hamas di stabilire proposte  di cessate il fuoco controllate a livello internazionale.

Questa impressione unilaterale degli eventi non viene trasmessa dal Rapporto dell’ONU della Commissione di Inchiesta (COI – Commission of Inquiry) istituita dal Consiglio per i Diritti Umani per indagare sulle violazioni dei diritti umani internazionali e della legge umanitaria internazionale nel luglio 2014, commesse durante l’Operazione Margine Protettivo. All’inizio la commissione era presieduta da William Schabas, uno dei maggiori esperti mondiali di legge criminale internazionale, ma si è dimesso in seguito alle pressioni efficacemente preparate da Israele e dagli Stati Uniti, incentrate sulla scoperta che Schabas sta accettando una piccola quota come consulente per dei consigli professionali dati pochi anni prima all’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP). Questo sfortunato sviluppo ha lasciato la commissione con due soli membri: Mary McGowan Davis, statunitense, e Doudou Déne  del Senegal e alla presidenza  la giudice McGowan. Nessuno dei due è considerato esperto in relazione all’argomento che viene indagato.

Equilibrio tra lo squilibrio

Il rapporto si impegna per l’ ‘equilibrio’, controbilanciando attentamente le violazioni da parte di Israele  con le violazioni di quelli che  chiama ‘gruppi armati palestinesi’ creando un senso profondamente falso sui lettori di responsabilità equivalente per il comportamento  illegittimo sia di Israele che della Palestina. Sono d’accordo con la spiegazione di Ali Abunimah, accuratamente formulata circa questo approccio fuorviante usato nel rapporto e del messaggio più profondo che viene trasmesso: “Malgrado il linguaggio ‘equilibrato’ che è ora il rifugio abituale dei funzionari internazionali  che sperano di evitare false accuse di parzialità anti-israeliana, le prove dimostrano che la portata e l’impatto della violenza israeliana, fa sembrare piccola qualsiasi cosa presumibilmente fatta dai palestinesi. [Vedere : Ali Abunimah, L’”equilibrio”’ nel Rapporto dell’ONU su Gaza non può nascondere gli enormi  crimini di guerra israeliani ,” Electronic Intifada, 22 giugno 2015]. Oppure  la ONG internazionale BADIL, largamente rispettata, esprime una reazione simile: “Nella linguaggio usato, appare un desiderio di rappresentare gli avversari come se fossero di pari livello, malgrado questo sia palesemente falso, come viene rilevato nella vasta disparità nelle rispettive perdite subite e capacità distruttive…tentativi di rappresentare ‘l’equilibrio’ dove  non ce ne è alcuno, è estremamente problematico. Tipico esempio di equilibrio squilibrato, il Rapporto osserva che “i bambini palestinesi e israeliani sono stati selvaggiamente toccati dagli eventi,” [§25] che è esatto in senso letterale, ma è un esempio clamoroso di trattare in ugual modo chi non è uguale, data la gravità di gran lunga maggiore delle sofferenze sopportate dai bambini palestinesi.

Cercando un barlume di positività, alcuni hanno appoggiato questa espediente dell’equilibrio come giustificazione in modo da persuadere i media dominanti in Occidente e specialmente negli Stati Uniti, a esaminare i contenuti del rapporto più seriamente dato che non può essere semplicemente liquidato definendolo anti-israeliano o, peggio, anti-semita.

Come mette in risalto Abunimah, c’è questo strano  sfasamento  tra la forte prova del disprezzo di Israele per i vincoli legali posti sulle tattiche militari che mettono eccessivamente in pericolo   i civili e questa retorica di equilibrio che in effetti  dà la colpa a entrambe le parti. Questo non è per sostenere che la criminalità delle tattiche di resistenza impiegate da Hamas e dai gruppi militari a loro associati a Gaza, dovrebbe essere interamente ignorata, ma invece che l’impatto umano primario di Margine Protettivo era di lasciare Gaza sanguinante e devastata, mentre Israele ha patito danni minimi e impatti sensibilmente meno distruttivi sul suo ordine sociale. I danni di Israele sono stati riparati quasi immediatamente. Invece il rifiuto di Israele di permettere l’entrata di abbondanti materiali per la ricostruzione, ha lasciato vaste zone di Gaza in macerie, mentre molti suoi abitanti che continuano a essere privi di adeguato rifugio, sono senza tetto, dislocati altrove, e comprensibilmente traumatizzati.

Focus civile

Malgrado ciò che potrebbe apparire come linguaggio troppo cauto, una corretta lettura del rapporto sostiene tre importanti conclusioni:

°chei presunti tentativi di Israele di proteggere la popolazione civile di Gaza erano esageratamente inadeguati dal punto di vista della legge umanitaria internazionale, e probabilmente costituivano dei crimini di guerra;

°  che le tattiche militari impiegate da Israele sul campo di battaglia erano  riflesso  di una più ampia politica, approvata, almeno tacitamente, dai decisori politici di più alto livello del governo di Israele.

° che  l’attenzione  era incentrata  sulle vittime civili invece che su una  blanda accettazione di argomenti  premessi alla ‘necessità militare’ o ‘guerra asimmetrica’: secondo le parole del rapporto: “La commissione ha considerato che le vittime e i loro diritti umani erano al centro del suo mandato.”

Questi risultati, uniti alle prove dettagliate espresse all’interno del rapporto, forniscono alla Corte Criminale Internazionale un mandato forte, anche se indiretto, di procedere ulteriormente nella sua indagine preliminare della criminalità di Israele nella Guerra di Gaza. La Palestina sta rafforzando questo slancio   sottoponendo le prove raccolte    per sostenere le accuse della criminalità di Israele riferite a Margine Protettivo. La Commissione chiarisce che sta  basando, come è usuale per le indagini non giudiziarie di questo tipo, su un a un test di “motivi ragionevoli” di potenziale criminalità [§11], che non è così rigoroso come sarebbe se venisse applicato in un processo della Corte Penale Internazionale per individui accusati dove il test ha spesso la formula “colpevole oltre ogni ragionevole dubbio” o un’altra con gli stessi termini per quello scopo.

Il Rapporto non ha alcuna pretesa di prendere una decisione  professionale riguardo al fatto che in seguito ai suoi risultati debba conseguire un’azione penale, anche se  nella sezione Raccomandazioni esorta sia l’ICC che i tribunali nazionali a fare affidamento  sulla Giurisdizione Universale, per procedere con rinvii a giudizio e  accuse  se la verosimile criminosità di una delle due parti viene confermata da ulteriori indagini. La ICC aveva già iniziato una sua propria indagine in risposta a una richiesta palestinese dopo che la Palestina era diventata una delle parti del Trattato di Roma,  che fornisce il quadro ufficiale per trattare presunti reati internazionali a livello internazionale. Che l’ICC possa portare qualsiasi   autore  di politiche criminali di Israele davanti alla giustizia, è estremamente dubbio, dato che Israele, che non un membro, è certo che denunci il tentativo e l’istituzione e che rifiuti tutte le forme di collaborazione; è importante anche notare che all’ICC non è permesso fare processi senza la presenza degli accusati nell’aula del tribunale. Tuttavia, anche la prospettiva di accuse e  di mandati di   arresto è di per sé una forte sfida all’approccio di Israele a Gaza e ai palestinesi in generale, e rafforzerà ulteriormente la Campagna BDS (Boicottaggio, Disinvestimento Sanzioni), come anche il più ampio movimento globale  di solidarietà che poggia sulla delegittimazione delle politiche e pratiche di Israele. Inibirà anche i viaggi di leader politici e militari israeliani in quei paesi che autorizzano i tribunali nazionali a esercitare la giurisdizione universale in relazione ad accuse ben provate di violazioni della legge criminale internazionale.

Contesto

Ci sono dei precisi elementi postivi nel Rapporto, degni di essere citati, oltre queste condizioni generali. Al contrario di valutazioni precedenti, compreso il Rapporto Goldstone del 2009 che tratta dell’Operazione Piombo Fuso – l’attacco a Gaza iniziato il 27 dicembre 2008, questo nuovo rapporto specifica il contesto riferendosi al blocco israeliano di Gaza “che impone una continua punizione collettiva alla popolazione di Gaza,” [§ 15]. Il Rapporto non riesce a fare il successivo logico passo di riconoscere questa punizione come una flagrante violazione dell’articolo 33 della Quarta Convenzione di Ginevra proibisce incondizionatamente qualsiasi punizione collettiva ed è quindi un continuo crimine contro l’umanità. Fortunatamente, tuttavia,      il Rapporto dice che l’impatto delle ostilità non può essere valutato separatamente dal blocco imposto da Israele.” Questo punto di vista è adeguatamente rafforzato con il significativo invito a “una completa e immediata revoca del blocco,” [§24] sebbene la rilevanza di questo non sia messa in evidenza nell’analisi del COI delle tattiche di combattimento sulle quali fanno conto  entrambe le parti, che soffre della sua decisione  di apparire ‘equilibrata.’

Il Rapporto ha anche tenuto  conto, cosa innovativa,  del fatto che i Palestinesi soffrivano per una ‘occupazione protratta’ e che era assente qualsiasi prospettiva di pace tra Israele e Palestina  [§14ff] – riconoscendo che questa realtà decisiva  ha  una  qualche  rilevanza   sulla ragionevolezza  delle tattiche di resistenza e che dovrebbe essere trattata come rilevante quando si valuta la gravità delle violazioni. Al contrario, Israele in quanto occupante che per lungo tempo non soltanto ha mancato di  mettere in pratica, ma ha attivamente  sovvertito l’ingiunzione unanime del Consiglio di Sicurezza di ritirarsi dal territorio occupato nel 1967, dovrebbe essere     obbligato ai più alti livelli di obbedienza alla legge internazionale da parte dell’ONU.  Alla fine la domanda incendiaria posta indirettamente è. “Che cosa ci si aspetta che facciano i palestinesi  per mezzo della resistenza,  considerando che mancano di armamenti di precisione e che sono stati a lungo vittime di una prolungata occupazione che è oppressiva e sfruttatrice  che non mostra alcun segno di finire presto?

Questi fattori contestuali sono anche influenzati da un contesto diplomatico su cui insiste Israele trattando Hamas come entità terrorista, malgrado il fatto che esso abbia offerto proposte a lungo termine per una coesistenza pacifica controllata da una presenza internazionale fin da quando aveva deciso di seguire una strada politica verso la liberazione quando aveva partecipato con successo alle elezioni a Gaza e in Cisgiordania e aveva effettivamente abbandonato la lotta armata, compresi gli attacchi suicidi, come approccio alla liberazione. Questo potenziale sentiero diplomatico per la sicurezza di Israele non è citato nel Rapporto, o il  suo corrispondente legale, che fino dalla Seconda Guerra Mondiale, fare ricorso alla guerra era legalmente valido soltanto come ultima risorsa anche dove i diritti legali di auto-difesa sono ben fondati. A questo proposito, il rifiuto di Israele di cercare un’alternativa diplomatica alla guerra, mette in dubbio la sua dichiarazione di agire per necessaria autodifesa. Questa opzione diplomatica per la sicurezza di Israele si sarebbe dovuta trattare nel Rapporto anche se non si poteva provare con certezza che esistesse. Non è stato discusso se, date le provocazioni israeliane anti Hamas che si stanno preparando in Cisgiordania, che sono espresse nel Rapporto, insieme all’assenza di qualsiasi danno causato dai razzi  di Gaza sparati contro Israele, esistevano le condizioni legali per una   richiesta   di autodifesa, data l’apparente assenza di un precedente attacco armato, come richiesto dall’Articolo 51  della Carta dell’ONU.

Il Rapporto poggia  su una metodologia basata su una interpretazione ragionevole della legge internazionale  articolata in riferimento a tre principi: di distinzione (limitare gli attacchi a obiettivi militari  separati  ); di proporzionalità (evitare usi di forza sproporzionati al valore dell’obiettivo); di precauzione (prendere misure ragionevoli per evitare la morte di civili e la distruzione). [§ 13]. E’ evidente per il COI che i missili palestinesi, imprecisi e diretti verso i centri popolati di Israele, violano il principio di distinzione, anche se fanno pochi danni, così come gli attacchi israeliani verso quartieri residenziali densamente popolati e che infliggono enormi danni. Per esempio, il Rapporto  condanna l’uso israeliano di massiccia potenza di fuoco contro Rafah e Shuia’iya fatto  “con  totale  noncuranza del suo impatto devastante sulla popolazione civile.” [§58]. Sebbene il rapporto trovi che l’uso di scudi umani da parte di una o l’altra parte sia una violazione della legge bellica, non riesce a trovare prove sufficienti per arrivare una qualsiasi convinta conclusione.

Raccomandazioni

Nelle conclusioni e raccomandazioni del rapporto ci sono vari inviti fatti per chiedere maggiore vigilanza  nel portare a termine le cose, sostenendo che imporre la responsabilità per la violazioni della legge penale internazionale,  è importante per evitare il ripetersi dell’esperienza Margine Protettivo. In questo spirito, il Rapporto indica che le vittime, in particolare, mettevano in rilievo l’esame “delle cause che sono alla radice del conflitto” come passo essenziale verso il futuro.” [§75] C’era anche un’enfasi risoluta sull’impunità dominante rispetto a questi reati, e in particolare “Israele deve interrompere il suo deplorevole curriculum di ritenere colpevoli i trasgressori.”  [§76] C’è anche un invito specifico ad appoggiare l’operato dell’ICC e che Israele acceda al Trattato di Roma che controlla le attività  dell’ICC.

[§86 (e); 89 (d)]

Le raccomandazioni che sono più rilevanti sono esposte  in  §86(d):

“ Per trattare  i problemi strutturali che alimentano il conflitto e che hanno un impatto negativo su un’ampia gamma di diritti umani, compreso il diritto all’autodeterminazione; in particolare, a levare immediatamente e senza condizioni, il blocco su Gaza; di porre fine a ogni attività legata ??agli insediamenti, compreso il trasferimento della popolazione di Israele nel territorio occupato; e di attuare l’opinione consultiva  fornita il 9 luglio 2004 dalla Corte Internazionale di Giustizia riguardo alle conseguenze legali della costruzione di un muro nel Territorio Palestinese occupato.”

Questa enumerazione è una deviazione dal tono e dalla sostanza dell’equilibrio, e invita Israele ad adeguare il suo comportamento in quanto Occupante, , alla legge umanitaria internazionale. L’enumerazione si astiene dall’ordinare lo smantellamento degli insediamenti illegali, ma va tuttavia abbastanza avanti in relazione ai diritti umani, compresa l’autodeterminazione, l’espansione degli insediamenti e il muro,

per occuparsi dei torti più importanti fatti ai palestinesi.

Conclusione

Come ci si sarebbe potuto aspettare, malgrado l’equilibrio del Rapporto, questo è stato attaccato come fazioso, anche prima di essere reso pubblico da Israele e dagli Stati Uniti, e la sua presentazione in un dibattito aperto al Consiglio per i Diritti Umani è stata boicottata. Israele è andato oltre, ha diffuso un rapporto dettagliato preparato sotto l’egida delle Forze di difesa israeliane che scagionavano Israele sotto tutti i punti di vista. [Special Report, ‘Operation Protective Edge,’ Israel Defense Forces, June 2015; “The 2014 Gaza Conflict: Factual and Legal Aspects,” Israel’s Ministry of Foreign Affairs, June 2015 – Rapporto Speciale, ‘Operazione Margine Protettivo,’ Forze di difesa israeliane, giugno 2015; Il conflitto di Gaza del 2014: aspetti effettivi e legali,”Ministero degli affari esteri di Israele, giugno 2015]. Ha invitato anche un gruppo di ufficiali militari e di diplomatici di ‘alto livello’ per riesaminare le accuse che hanno anche giustificato le dichiarazioni di Israele nel suo rapporto che ha avuto il consenso.   [“Key Preliminary Findings of the High Level International Military Group on the Gaza Conflict,” June 12, 2015, UN Watch home page – “Riscontri preliminari fondamentali del Gruppo militare internazionale di alto livello sul conflitto di Gaza,” 12 giugno 2015, Home Page dell’ Osservatorio dell’ONU]. In effetti i soliti criteri di battaglia sono costruiti a livelli inter-governativi, chiarendo che non ci si può aspettare che nulla scaturisca da questo Rapporto oltre la consapevolezza che se la lotta palestinese dovrà avanzare in questa fase, dipenderà dall’attivismo della società civile invece che dalle politiche dei governi o dalla attuazione delle raccomandazioni del Rapporto da parte delle Nazioni Unite.

Come  ci si poteva attendere,  gli Stati Uniti sono stati l’unico paese membro della  Commissione per i Diritti Umani che si è rifiutato di sostenere il Rapporto. Perfino l’Europa, votando unitariamente, ha dato il suo appoggio positivo. L’Osservatorio per i Diritti Umani ha fatto la seguente osservazione: “La mancanza di appoggio da parte degli Stati Uniti – l’unico stato che ha votato contro, dimostra una deludente contrarietà a contestare l’impunità per i gravi crimini commessi durante il conflitto di Gaza e a sostenere  le vittime dei crimini di guerra durante il conflitto.”

E’ triste che malgrado gli atteggiamenti  violenti dimostrati dal governo di Netanyahu verso la presidenza di Obama, non ci sia alcuna  disponibilità  da parte di Washington ad appoggiare la legge penale internazionale in tali circostanze di madornali violazioni. Quando il governo degli Stati Uniti, che è ancora il protagonista politico più influente del mondo, dà tale precedenza agli aspetti più cinici della politica delle alleanze, invia unico potente messaggio: che i governi possono liberamente abbandonare la politica estera  ogni volta che si scontra con i calcoli geopolitici dell’hard power (e in questo esempio, in modo più rilevante, con le dinamiche del soft power della politica interna americana).

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: http://zcomm.org/znet/article/un-report-on-war-crimes-during-israel-s-51-day-assault-on-gaza

Originale: Richardfalk.com

Traduzione di Maria Chiara Starace

Traduzione © 2015 ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC BY NC-SA 3.0

 

Rapporto dell’ONU sui crimini di guerra durante l’assalto di 51 giorni di Israele contro Gaza

http://znetitaly.altervista.org/art/17902

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