Razzismo è il suo nome. E noi (giornalisti) siamo complici

admin | December 14th, 2011 – 12:07 pm

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L’Italia si è già divisa in due. Tra chi pensa che l’autore della ‘caccia al senegalese’ e dell’uccisione di Samb Modou, 40 anni, e Diop Mor, 54 anni, sia solo un pazzo, imbevuto di idee neonaziste. E chi, invece, pensa che questo sia solo un segno dell’ordinario razzismo che sta percorrendo la società italiana. Io sto con chi pensa che questo sia un segno, un segno terribile, di quello che cova nel mio paese. Può anche darsi che Gianluca Casseri fosse veramente pazzo, come Anders Behring Breivik, il norvegese (anche lui solo, pazzo e neonazista) che fece strage di ragazzi lo scorso luglio. Questo, però, ci basta, a sanare quel profondo senso di smarrimento che – credo – ha colpito molti italiani? Questo, soprattutto, assolve noi giornalisti dalle colpe che ci dobbiamo, per correttezza morale, assumere?

Francamente, oggi, non mi interessano le colpe dei politici. Non mi interessa Casa Pound, non mi interessano i gruppuscoli neofascisti o neonazi. Non mi interessa neanche la vita privata e il malessere di Gianluca Casseri. Mi interessa quello che ha fatto, non ha fatto, avrebbe potuto fare la professione alla quale ancora appartengo. Quella dei giornalisti.

Ieri su Facebook, subito dopo la notizia della caccia razzista a Firenze, nella Firenze nella quale ho vissuto e studiato per lunghi cinque anni, avevo scritto che non mi sentivo assolta dalla colpa, in quanto giornalista. Un amico, un caro amico, ha replicato che era ora di finirla con il “tutti colpevoli, nessun colpevole”. E che i colpevoli hanno nomi e cognomi. Io credo, a mente lucida, che siano vere le entrambe le posizioni. E che il fatto che ci siano precisi responsabili, nella categoria, che hanno rinfocolato il razzismo sulle prime pagine e sulle pagine interne dei quotidiani, così come nelle notizie in tv, non salvi noi tutti, noi tutti, da una corresponsabilità. Da una complicità che è fatta non solo e non tanto di silenzio, ma di sottovalutazione. E, poi, di quel modo di fare – tipico dei giornalisti italiani – per il quale anche noi siamo casta, e anche tra di noi vige la regola che “cane non mangia cane”.

Abbiamo vissuto, tutti, all’ombra di una deriva razzista prima strisciante, e oggi diffusa, costruita assieme a una nuova egemonia (sotto)culturale che non abbiamo combattuto. Combattuto in nomi dei valori ai quali io, e non solo io, sono stata educata e formata. E’ per queste semplici ragioni che credo fermamente nella nostra complicità. Né penso che sia stata abbastanza quella Carta di Roma, voluta da Laura Boldrini e Roberto Natale contro la stessa categoria dei giornalisti (ricordo ancora le lungaggini, le rimostranze dei cronisti, la tenacia encomiabile di Laura e Roberto), per proteggere i migranti, gli stranieri, i cosiddetti ‘diversi’ da noi stessi. Da noi giornalisti.

Non basta la Carta di Roma non solo perché è ampiamente disattesa, ma perché è l’ennesima foglia di fico su di una professione che non ha mai fatto un serio esame di coscienza. Su troppi fronti. C’è per caso stata una levata di scudi per i titoli razzisti che sono comparsi – sempre più frequenti – almeno negli ultimi dieci anni sulla stampa italiana, contro i migranti, contro gli stranieri, contro le seconde generazioni, contro i musulmani, contro gli arabi, contro gli africani? Si è per caso levata alta la voce dei giornalisti italiani sul razzismo neanche tanto strisciante che noi, proprio noi, con il nostro vocabolario sciatto, abbiamo contribuito a creare? Abbiamo mai fatto accuse serie all’Ordine dei Giornalisti per i comportamenti di alcuni di noi, per le parole (anche scritte) di alcuni di noi? Abbiamo mai scioperato per la protezione delle persone sulle quali scriviamo?

Questo vuol dire essere casta. E questo vuol dire essere corresponsabili. Salvo poi, in alcuni rari casi, scusarsi il giorno dopo. Io credo fermamente che sia ora di fare un esame di coscienza serio, e di non salvarsi l’anima con le scuse del giorno dopo. Siamo diventati troppo leggeri, come se le parole non fossero più pietre. E io mi vergogno.

Mi vergogno non perché non combatta la mia quotidiana battaglia contro il razzismo. La combatto, e rivendico la mia condizione di Cassandra, condivisa – per fortuna – da altri colleghi. Ho anche la certezza, però, che avrei potuto fare molto, molto di più. Non sul blog, né sugli articoli che pubblico. Ma dentro gli organi della mia categoria. Io, in questa professione così poco seria, non mi ci riconosco più. Ed è ora che non io, ma i razzisti che sono dentro la mia categoria, se ne vadano. A meno che non decidano, una volta per tutte, di rispettare la deontologia per la quale, un giorno, ci siamo guadagnati un agognato libretto rosso.

Il brano di oggi per la mia playlist è – ovviamente – di Ivano Fossati. L’Arcangelo.

La foto è di Luca Rossato, da Flickr, su licenza Creative Commons. Ritrae un migrante senegalese di cui, purtroppo, non so il nome

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