Rd Congo: LAND GRABBING SENZA FINE

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tratto da: https://www.nigrizia.it/notizia/rd-congo-land-grabbing-senza-fine

Oltre centomila ettari di terre sottratte alla popolazione in epoca coloniale e passate a un’azienda che coltiva palme da olio finanziata da banche di sviluppo europee, finita in bancarotta. Per la comunità di Tshopo, nel nord del paese, decenni di sfruttamento, violenze e inquinamento che non sembrano finire con il subentro di nuovi proprietari

Marta Gatti

Frutti delle palme da olio

100mila ettari di palme da olio contestati dalle comunità della provincia di Tshopo, nel nord della Repubblica democratica del Congo (RdC). La vicenda che vede protagonista la società Plantations et huileries du Congo (Phc) affonda le sue radici già in epoca coloniale, quando, nel 1911, le comunità di Lokutu, Yaligimba e Boteka vennero sfrattate con la forza per lasciare spazio alle palme da olio. Nel tempo gli abitanti sono stati privati dell’accesso ai campi, all’acqua e alle risorse naturali del loro territorio.

Nel mese di febbraio scorso Lokutu e i villaggi vicini sono tornati ad essere teatro di arresti arbitrari e violenze contro i manifestanti pacifici. Le denunce arrivano da Riao-RdC, la rete di informazione e di appoggio alle organizzazioni locali che si battono contro la piantagione di palma da olio. I manifestanti chiedevano la realizzazione delle infrastrutture promesse e la riassegnazione delle terre agli abitanti.

Almeno 12 persone sono state arrestate. La tensione si è alzata quando un uomo è morto, dopo il suo arresto da parte delle guardie private della piantagione. Secondo Riao-RdC l’uomo, accusato di aver rubato dei frutti della palma, sarebbe stato prima fermato illegalmente e poi picchiato.

Nuovi proprietari vecchi problemi

Le manifestazioni delle comunità locali sono state organizzate in occasione della visita di una delegazione, composta dai nuovi proprietari dell’azienda e da possibili investitori stranieri. La proprietà è passata di mano nel luglio 2020 quando uno degli azionisti è diventato proprietario, per la somma di 500mila dollari.

Si tratta di Straight KKM2, un fondo di investimento registrato alle isole Maurizio, gestito dalla compagnia Kuramo capital management, proprietà di un uomo d’affari statunitense di origini nigeriane, e dall’imprenditore minerario sudafricano di origini congolesi Kalaa Mpinga. Il fondo KKM si è impegnato nell’iniezione di 10 milioni di dollari e nel ripianare i debiti, dopo il fallimento dell’impresa canadese Feronia, che aveva acquisito nel 2009 la piantagione di origine coloniale.

Feronia, prima di fallire, ha ricevuto finanziamenti da diverse banche di sviluppo europee: dalla britannica Cdc Group, che possiede anche una partecipazione del 41%, dall’olandese Fmo, dalla banca di sviluppo belga Bio e da quella tedesca Deg. Anche gli Stati Uniti hanno finanziato la piantagione attraverso la Società americana di finanziamento allo sviluppo e il Fondo agricolo africano.

Un progetto agricolo fallimentare

Il rapporto Development finance as agro-colonialism (Finanza per lo sviluppo come colonialismo agricolo), pubblicato a gennaio da 11 ong, mette in evidenza il ruolo delle banche di sviluppo europee nel sostegno a un progetto agricolo fallimentare, che ha privato la popolazione locale delle terre ancestrali. 150 milioni di dollari dal 2013: è questa la somma fornita negli anni a Feronia. Nel rapporto vengono evidenziate le continue perdite multimilionarie della compagnia, fino al fallimento di luglio.

Le ong accusano le banche di sviluppo di aver continuato a sostenere soggetti esterni al mondo agricolo e poco trasparenti. I soldi, secondo i report ufficiali della compagnia, sarebbero stati spesi per la realizzazione di due mulini, per il rinnovo delle piante, per garantire l’accesso all’acqua potabile e per costruire scuole e presidi sanitari. Le ong sottolineano, invece, come i soldi siano finiti nelle tasche dei manager, dei consulenti e dei politici congolesi.

Chi finanzia i fondi della Kuramo capital?

Indaga a fondo sul nuovo compratore In King Leopold’s steps (Sulle orme di re Leopoldo), il rapporto diffuso a metà del mese di marzo da The Oakland institute, centro studi indipendente californiano che approfondisce le problematiche fondiarie. Il documento ricostruisce la complessa struttura di KKM e di Kuramo capital management, che ne detiene l’85%. La società di gestione finanziaria opera con investitori istituzionali e privati, direttamente o indirettamente, in una ventina di paesi dell’Africa subsahariana.

I ricercatori di The Oakland institute si sono concentrati sul tracciamento dei principali investitori nei fondi di Kuramo capital. Più di 100 milioni di dollari in tre anni sono arrivati in Kuramo dal fondo d’investimento dell’Università del Michigan. Anche il trust della Fondazione Bill & Melinda Gates nel 2019 ha investito circa 36 milioni di dollari.

Di entità minore gli investimenti arrivati in Kuramo dalla Public investment corporation, dal fondo pensione degli impiegati del governo sudafricano, dal fondo pensione pubblico britannico Berkshire pension fund, dalla Fondazione J. Paul Getty e dal fondo pensione della General electric.

Le denunce delle comunità locali

Almeno al momento, nulla fa pensare che i nuovi proprietari siano pronti a risolvere le problematiche denunciate negli anni dalla popolazione locale; dovranno però confrontarsi con il Meccanismo indipendente di reclamo, che ha raccolto le denunce delle comunità locali e di numerose ong europee. La popolazione, infatti, chiede una nuova negoziazione per le terre concesse.

Phc è accusata di aver ampliato i suoi 100mila ettari nel tempo, occupando i campi coltivati dalla popolazione locale, senza aver ottenuto il consenso libero, previo e informato. Le accuse non si limitano al land grabbing: i villaggi denunciano anche l’inquinamento delle fonti idriche, lo smaltimento illecito di rifiuti e la violazione dei diritti dei lavoratori.

 

 

Rd Congo: land grabbing senza fine

 

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