Remember us: raccontare i profughi di Gaza parlando ai profughi di Gaza

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Un progetto che piano piano vede la luce: una ricerca lunga due anni, cinque storie, Gaza, un campo profughi in Giordania, dei diritti negati, un ritorno impossibile e la speranza che dal basso, dalle persone stesse, riesca a rinascere la scintilla della speranza e del cambiamento.

Sono questi gli ingredienti di ‘Remember us’, docu-dramma diretto dalla giovane filmmaker e produttrice Dalia Abuzeid, gazawi in Giordania: “La prima volta è stato uno schiaffo in pieno viso. Ho iniziato a chiedermi ‘ma dove sono stata in tutto questo tempo? Dove siamo stati tutti, come esseri umani?’. Una sera, tornando a casa dal campo, mi sono resa conto d’essere invecchiata dieci anni di colpo”.

Se a dirlo è una ragazza di poco più di vent’anni, non è facile cogliere al volo il significato di queste parole. Ma mentre racconta dove ha passato gli ultimi 24 mesi della sua vita, tutto diventa un po’ più chiaro.

Dalia Abuzeid ha una carta d’identità che dice ‘Striscia di Gaza’, un passaporto da rinnovare ogni due anni, ma non ha una nazionalità ne’ un paese in cui tornare. Dalia Abuzeid, con una famiglia, degli amici, un tetto sopra la testa, un percorso di studi artistici, un lavoro e dei sogni da realizzare, è nata e cresciuta in Giordania, ma sa per certo che l’unico posto che non la accetterà mai come cittadina è proprio questo.

Perché è gazawi, in un paese che riconosce il diritto di cittadinanza a molti palestinesi, ma non a tutti.

Suo padre, oggi affermato professionista nel campo del marketing, ha passato il fiume nel 1968, scappando da una guerra, e da una Striscia affacciata sul mare, che presto sarebbe diventata una prigione a cielo aperto. Per finire come dietro le sbarre.

Il padre di Dalia, che in Giordania ha formato una famiglia, e in Giordania paga le tasse, non è, e non sarà mai, un cittadino giordano. Lo dice la legge: dopo il 1967, con Gaza sotto il controllo egiziano, nessun profugo ha più ottenuto il passaporto giordano.

“E noi siamo ancora fortunati, perché abbiamo un permesso di residenza lungo, di due anni. Ma vedere nelle facce dei funzionari, ogni volta che devo rinnovare i documenti, quello stupore nel realizzare che sì, sono gazawi, ma no, non vivo nel campo, è una cosa fastidiosa”.

Il campo a cui fa riferimento Dalia è il campo profughi che in Giordania accoglie la maggior parte di chi, dopo il 1967, è fuggito da Gaza. Stessa superficie, stessi confini, stesse regole di gestione interna ed esterna: “Non passano a raccogliere l’immondizia. Dicono che quella è zona Unrwa, quindi non è compito della municipalità occuparsi dei servizi lì dentro”.

Un campo di cui non si sa nemmeno per certo il numero di abitanti. “Abbiamo dei dati, ma non coincidono, da un report all’altro. Possiamo fare una stima, sì, ma non ci sono ricerche recenti in proposito”.

Dimenticati. I profughi gazawi in Giordania sono semplicemente dimenticati. Senza diritti e protezione, non hanno un posto dove andare né dove tornare. Incastrati. 24mila persone rinchiuse in un recinto di 750mila metri quadrati nel nord del paese, vicino a Jerash.

Ed è proprio di queste persone dimenticate che parla il documentario di Dalia Abuzeid, con una preghiera che parte già dal titolo: “Tazakkaruna/Remember us”. Ricordati di noi. Un progetto iniziato due anni fa ed entrato nel vivo in questi ultimi mesi, con la conclusione della ricerca sul campo e la stesura definitiva della scenaggiatura: cinque persone, cinque storie esemplari, e sullo sfondo il campo e Gaza.

“Non mi interessa la politica. Con il tempo sono diventata sempre più scettica verso il sistema. A me interessano le storie. Possiamo dire che il nostro è un progetto umanitario: al centro abbiamo messo l’essere umano. Siamo esseri umani che aiutano altri esseri umani”.

“Durante i mesi di ricerca, stando nel campo quasi ogni giorni, abbiamo avuto la possibilità di entrare nelle storie, nelle case, nelle persone. Abbiamo parlato con loro, ballato, abbiamo festeggiato insieme un matrimonio. Eravamo alla ricerca di persone con una storia ispiratrice, che potesse divertare un modello per gli altri, per tutti. Alla fine le abbiamo trovate”.

A parlare è Vanessa Rodrigues, giornalista portoghese, impegnata assieme a Dalia nella fase di scrittura del documentario: “Era importante il punto di vista di Dalia, da interna. Ma era importante avere anche un apporto esterno, come il mio. Più che altro per arginare Dalia…ogni tanto la devo portare via a forza dal campo!”.

“Dopo due anni a fare avanti e indietro dal campo di Jerash, finisci per vederlo come un bel posto. Questo bisogno che tutti hanno sempre di condividere tutto, di vivere in una comunità. Alla fine, socialmente, è più stabile di tanti altri posti, perfino più sicuro”, spiega Dalia, parlando della sua esperienza, con Vanessa che aggiunge: “Tutti aiutano tutti, ed è perfino capito che da fuori arrivassero a chiedere aiuto alla gente del campo. Per noi era fondamentale capire, entrare in confidenza, conoscere davvero le storie che ci venivano raccontare. È stato un lavoro lungo, ma alla fine ha pagato”. 

“La gente del campo è troppo impegnata a sopravvivere per pensare ad altro, davvero, non hanno tempo. Non si vedono come una comunità che evolve, che si trasforma, che progredisce. L’unico pensiero fisso che hanno è il diritto al ritorno. Tutto il resto finisce, per necessità, in secondo piano. Il nostro lavoro vuole dimostrare che è solo una questione di possibilità”.

In che senso?

“Ci siamo impegnati tutti a cercare storie di successo. Volevamo dei modelli che potessero ispirare il resto della popolazione del campo. Il concetto stesso di successo è diverso, in una realtà come quella di Jerash. Ti faccio un esempio: c’è un ragazzo di 25 anni che sta per partire per gli Stati Uniti con una borsa di studio a copertura totale per fare un master in Sviluppo Sociale. È sempre stato bravo a scuola, ha finito le superiori con un ottimo punteggio, ma qui non può fare nulla, perché per legge è straniero. Sognava di fare il pilota, ma senza passaporto giordano non si può. Il suo sogno non era studiare Sviluppo Sociale. Ha dovuto modificare il suo sogno: oggi pensa  a partire, per tornare indietro e costruire qualcosa per la sua gente qui”, racconta Vanessa.

“Non è molto più interessante vedere qualcuno che ha lottato tutta la vita per riuscire a farcela e poi, finalmente, ci è riuscito? La povertà, le difficili condizioni di vita, le leggi discriminatorie, i dati, le ricerche, sono cose evidenti, a disposizione di tutti. Quello che non si vede sono le storie personali. Noi stiamo scavando da due anni per riportare alla luce proprio queste storie”.

Non possono lavorare nel settore pubblico o inserirsi nel settore delle professioni, così come non possono essere assunti da banche e alberghi di lusso, né tantomeno creare un’azienda al di fuori del perimetro del campo. Sono stranieri, e tra gli stranieri, sono quelli con meno diritti di tutti.

“Il nostro obiettivo non è far vedere al pubblico quanto sta male la gente che vive nel campo di Jerash. Non vogliamo generare quel meccanismo che sta distruggendo lentamente la voglia di fare, all’interno della comunità: sono troppi anni che associazioni e ong arrivano, avviano il loro progetto, finiscono e se ne vanno. Oppure arrivano, distribuiscono donazioni di varia natura e poi di nuovo via. Sono interventi che non costruiscono niente, nel lungo termine, per la gente del campo. Loro, da soli, possono farcela, hanno solo bisogno di perdere quel velo di pigrizia che decenni di assistenzialismo ha steso sulle loro vite. È per questo che raccogliamo storie da dentro”, illustra Dalia, parlando dello scopo ultimo del suo documentario.

La vita nel campo è fatta di barriere, fisiche e psicologiche. L’idea di non poter uscire, di non avere un posto dove andare, limita l’orizzonte reale e mentale di queste persone, che finiscono per vivere “la vita dei morti”, come la chiama Dalia.

La mancanza di spazio impedisce non solo lo sviluppo del campo in estensione, ma anche lo sviluppo delle idee, delle emozioni, delle possibilità. Una scuola senza aule per gli studenti, costretta ad organizzare due turni al giorni per classi da 50 ragazzi, non educa, non può dare gli strumenti giusti a chi li vorrebbe. Una famiglia che non può aggiungere una stanza per il nascituro, non vivrà la gravidanza come un evento importante, unico.

Una città – perché questo è il campo, nei fatti – senza spazi di socialità, spazi verdi, spazi per il gioco dei bambini, senza un sistema fognario, è una città che sopravvive a se stessa, ma che non sta costruendo nulla per e con i suoi abitanti.

Ma perchè ostinarsi a fare un documentario sul campo, senza far vedere il campo, ma raccontando solo alcune storie, e pure un po’ ‘fuori dall’ordinario’?

“Uno dei personaggi che appariranno nel video sarà mio padre”, risponde Dalia. “All’inizio non sapevo nemmeno se avrebbe accettato o no, di partecipare, poi un giorno, parlando, ha messo uno dopo l’altro gli eventi della sua vita, e si è reso conto lui stesso dell’enorme fortuna che ha avuto, di quanto lontano sa arrivato solo credendoci. Dal suo arrivo in Giordania, nel 1968, ad oggi. Avrebbe potuto andare diversamente, avremmo potuto vivere tutti nel campo, e invece no”.

“Io sono come un ponte: da una parte il campo, con le sue storie e la sua gente, che è anche la mia gente, senza voce; dall’altra il mondo, al quale io posso parlare, da gazawi, da rifugiata e da film maker. Non posso lasciarmi scappare questa occasione: raccontare la storia della mia famiglia, e insieme quella di altre famiglie, di altre persone che hanno fatto tanto per poter raggiungere il propri obiettivi”.

E come credete che verrà accolto, il vostro lavoro, dal pubblico giordano? 

“La questione gazawi in Giordania è una storia lunga. Se davvero qualcuno avesse voluto fare qualcosa per cambiare la situazione, l’avrebbe già fatto. In realtà non mi preoccupo molto di quello che dirà la platea giordana. Io voglio sollevare prima di tutto una consapevolezza interna alle persone del campo, e poi una coscienza collettiva su quello che accade nel campo ormai da quarant’anni. So che ci saranno delle critiche, ma siamo pronte ad incassarle”.

E Vanessa aggiunge: “Abbiamo preso parte da una conferenza, qui in Giordania, e parlando davanti ad un gruppo di giovani, ci siamo resi conto di quanto poco sapessero, in realtà, dei diritti e della situazione dei profughi gazawi. C’è bisogno, a livello locale, di ritirare fuori il discorso, di parlarne alla luce del sole. Anche le nuove generazioni sono soggette ormai a idee vecchie, stereotipi che non hanno ragione di esistere. È tempo di cambiare”.

“La situazione è ai limiti dell’irrazionale: io sono qui da tutta la vita, ma non ho diritto alla cittadinanza, non posso aprire un conto in banca, non posso viaggiare liberamente, non posso frequentare le scuole pubbliche (al cui mantenimento contribuisco pagando le tasse), non ho diritto all’assistenza sanitaria. E non possono nemmeno dirmi ‘tornate al tuo paese’, perché io un paese dove tornare non ce l’ho. Una parte del documentario doveva essere girata a Gaza: l’idea era riportare mio padre lì dove è nato e dove non è mai potuto tornare. Poi settimana scorsa l’Egitto ha chiuso di nuovo la frontiera e ora aspettiamo di sapere cosa succederà. Vedi? Tutta la storia non ha senso. È una situazione in stallo, che a nessuno interessa cambiare. Non sta cambiando e mai lo farà. Ma possiamo cambiare noi, come esseri umani”.

 

 

 

*Per la pagina crowd funding del progetto “Remember us”, clicca qui.  

 

14 Luglio 2013  di: Marta Ghezzi  da Amman

 

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http://www.osservatorioiraq.it/med-generation/remember-us-raccontare-i-profughi-di-gaza-parlando-ai

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