Report mensile Operazione Colomba Palestina – Aprile 2013

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Aprile 2013

SITUAZIONE ATTUALE – CONDIVISIONE E LAVORO – VOLONTARI

Contesto Generale
La primavera avanza sulle colline di Masafer Yatta, e il caldo sole ormai onnipresente scolorisce prepotentemente il verde dei campi coltivati a grano, facendone maturare le spighe: è tempo di raccolto. Un tempo difficile per chi deve affrontare oltre che lunghe ore di lavoro sotto il solleone anche il rischio di subire attacchi dai violenti vicini di casa, gli abitanti degli avamposti israeliani in terra palestinese. La raccolta del grano dura svariati giorni poiché consiste nell’estirpare interi campi di erba a mano con l’aiuto di falcetti, e coinvolge intere famiglie. Mentre le donne, i bambini e alcuni uomini si occupano di raccogliere il grano in fasci, altri portano le pecore perché bruchino le spighe avanzate, mentre altri ancora caricano i fasci pronti sul dorso degli asini. Tutti hanno un proprio ruolo e nessuno si annoia in questo che è uno dei periodi dell’anno più importanti per l’economia locale. Noi volontari siamo presenti, per le stesse lunghe ore, condividendo quella stessa fatica che ci portiamo a casa sotto forma di muscoli dolenti e spine sulle mani, accompagnate da tanta soddisfazione per non essere rimasti a braccia conserte a guardare e per aver avuto anche noi il nostro piccolo ruolo.
Mentre nei campi dove avveniva il raccolto nessuna particolare tensione è giunta a disturbare il lavoro, nei villaggi più periferici i coloni hanno avuto comunque modo di sfogare poco fantasiosamente la loro violenza avvelenando pozzi ed attaccando pastori. La pressione della colonizzazione infatti non si allenta, e coinvolge le vite di migliaia di persone a cui viene negato giorno dopo giorno l’accesso alle proprie terre soprattutto quando dichiarate, unilateralmente, “terre contese”. In pratica si tratta di terreni che l’amministrazione della colonia ambisce ad inserire all’interno della propria municipalità e che perciò l’amministrazione civile israeliana dichiara inutilizzabili fino alla risposta della Corte incaricata (che può giungere anche dopo anni). Insomma, si lotta metro per metro, che si parli o no di terre ufficialmente contese, e la terra, benché ricoperta da una rassicurante coltre di grano dorato, sotto nasconde sempre lo stesso aspro sapore di guerra.
L’arresto di un membro del Comitato di Resistenza delle South Hebron Hills apre la lotta nonviolenta del mese di aprile, sconvolgendo noi e tutto il villaggio di Tuwani.
H. è stato arrestato dall’esercito mentre affermava il proprio diritto a lavorare la terra di sua proprietà nella valle di Khelly, un terreno a poca distanza da Tuwani a cui da settimane veniva negato l’accesso a lui e alla sua famiglia dalle forze d’occupazione israeliane.

Superato il momento delicato, e una volta la situazione tornata alla normalità (se di normalità è concesso parlare in questa zona del mondo), due dei nostri volontari hanno avuto l’opportunità di passare un paio di giorni in un kibbutz israeliano nei pressi del confine con la Striscia di Gaza. Questa esperienza, oltre ad aver stimolato profonde riflessioni all’interno del gruppo, ha convinto ancora di più tutti noi dell’importanza di portare la Colomba anche dall’altra parte del conflitto, in territorio israeliano.
Aprile si conclude con una serie di episodi di violenza che scuotono la Cisgiordania occupata: l’omicidio di un colono israeliano nei pressi di Nablus, a cui segue l’uccisione di un palestinese e il ferimento di un altro nella Striscia e l’accoltellamento di un lavoratore, anche lui palestinese, in un quartiere ebraico ultraortodosso di Gerusalemme. Il timore di muoversi attraversando la Cisgiordania per raggiungere Gerusalemme in un giorno così delicato non ci manca, lo scoppio di una miccia qui è capace di far esplodere, tramite una reazione a catena, ogni focolaio di sofferenza, mettendo in pericolo un’intera popolazione e la coraggiosa lotta nonviolenta di alcuni, con tutto ciò che ne consegue…

CONDIVISIONE E LAVORO
Anche questo mese il gruppo ha valorosamente resistito alla crisi che vede un solo volontario di lungo periodo presente sul campo e tutti gli altri espulsi o privati della possibilità di tornare a breve. Le spalle hanno retto bene, e altri due volontari sono giunti a darci manforte, ma comunque il tempo per fermarsi è stato ben poco.
La raccolta del grano che avveniva in più villaggi allo stesso tempo ci ha impegnato molto, restituendoci però altrettanto a livello umano. Negli stessi giorni due dei nostri volontari hanno potuto incontrare gli occhi di chi vive dall’altra parte delle ostilità, in un kibbutz israeliano a quattrocento metri dalla Striscia di Gaza. Lo sforzo di comprendere la loro ossessiva paura (7 secondi di tempo dal lancio di un missile da Gaza all’impatto, 7 secondi di tempo per correre ai ripari), di ascoltare le loro storie e i loro rimpianti di un passato in cui con i Gazaui esistevano relazioni anche strette, ha lasciato un segno indelebile nelle menti dei ragazzi che hanno incontrato questa faccia del conflitto, questa realtà di frontiera.
Al contempo altre vittime del conflitto si scontravano con la colonizzazione e con l’occupazione militare per affermare la loro esistenza, in un appuntamento fisso con i loro aguzzini. E noi al loro fianco. A fianco di N., scacciato violentemente dalle sue terre da coloni abusivi sotto gli occhi dell’esercito complice. Non si abbatte e il giorno dopo, e quello dopo ancora, andrà sullo stesso campo, o su uno vicino. Sempre la stessa storia, sempre la stessa violenza. Gli esempi sono infiniti, i déjà-vu non si contano, ma sfortunatamente non si tratta di un errore di Matrix.
Nulla di virtuale ha il pozzo della famiglia di S. riempito di gasolio durante la notte, ed ora inutilizzabile. Non appena veniamo a conoscenza del fatto ci ritroviamo a scavalcare alte colline per raggiungere questo piccolo villaggio che a causa del suo isolamento è particolarmente esposto alle rappresaglie dei coloni, che hanno ben capito su quali obiettivi sfogare la debolezza della loro rabbia. Una rabbia che va a colpire quanto di più essenziale e prezioso ci sia per la gente di quest’area semidesertica che si affaccia all’arsura estiva: l’oro blu, l’acqua.

R-ESISTERE
Si raccoglie ciò che si semina.
Da quindici anni la famiglia di ‘Omar non coltivava la terra di Shab al Shaadi. Quindici anni sono lunghi e la terra ha avuto il tempo di riposare, di passare da fertile campo coltivato a brulla terra di confine tra l’avamposto israeliano di Havat Ma’on e il villaggio palestinese di Tuba. Per quindici anni questa famiglia ha temuto di avvicinarsi a quella terra a causa delle minacce e degli attacchi dei coloni, che la reclamavano come loro. 
Quindici lunghi anni senza dare un frutto, in attesa di tempi migliori. Che i tempi siano migliori non sta certo a noi giudicarlo, l’unica cosa che  possiamo affermare con certezza è che quest’anno quel campo ha dato i suoi frutti, le spighe che ha generato sfameranno le greggi in inverno come è sempre stato in passato, quando i tempi erano “normali”.
Quest’anno la famiglia di ‘Omar ha finalmente raccolto ciò che ha seminato in quindici anni di resistenza nonviolenta.

http://www.operazionecolomba.it/palestina-israele/pal-isr-report/1546-aprile-2013.html

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