Resistenza non violenta e scolari sotto scorta

Scritto da Associazione   Domenica 06 Gennaio 2013 08:57

il manifesto
05.01.2013
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REPORTAGE – Tra gli abitanti dei villaggi che i coloni vogliono cancellare

Resistenza non violenta e scolari sotto scortaIl 16 gennaio l’Alta corte israeliana decide sui ricorsi presentati dalle comunità che sono a rischio di espulsione 

di Michele Giorgio – MUFAQARAH (HEBRON) 

Agnese e Andrea di «Operazione Colomba» spiegano la situazione di Twani a una cinquantina di italiani, giunti in autobus su queste stupende colline a sud di Hebron, guidati dall’ex vicepresidente dell’Europarlamento Luisa Morgantini. «Quella che vedete è la colonia israeliana di Maon, di fronte, coperto dagli alberi, c’è l’avamposto colonico di Havat Maon. Qui, al centro, c’è la stradina che i bambini palestinesi percorrono per raggiungere la scuola».

Hazef Hourani, del comitato popolare di Twani, annuisce. Poi interviene per raccontare agli italiani la scelta di resistenza non violenta fatta dal suo villaggio, uno dei più minacciati dalle colonie e dall’esercito di occupazione. «Molti di noi erano colmi di rabbia – ricorda – invocavano la lotta armata contro l’oppressione israeliana, ma poi ha prevalso la scelta non violenta. In questo modo siamo riusciti a coinvolgere attivisti di ogni parte che ci aiutano a resistere all’occupazione e ai coloni». All’improvviso appare una jeep dell’esercito, i bambini che rincorrevano un pallone si fermano, raccolgono in fretta gli zaini e si incamminano sollecitati da Agnese. La jeep li segue, scortandoli.

Già, i bambini di Twani da anni, per andare a scuola, devono essere scortati dai militari. Per evitare che vengano aggrediti dai coloni. Prima a proteggerli, con la loro presenza, c’erano solo i volontari internazionali, poi le autorità israeliane hanno «riconosciuto» che quei bambini hanno diritto all’istruzione e ordinato all’esercito di scortarli. Ma non hanno preso provvedimenti verso i coloni che vorrebbero cacciare tutti via tutti i palestinesi e non cessano le loro aggressioni. Ne sanno qualcosa i pastori della zona. «Le intimidazioni e gli atti di violenza che subiamo sono quotidiani, i coloni vorrebbero tenerci chiusi nelle nostre case – ci dice Nasser, un altro membro del comitato popolare di Twani – Noi però non ci arrendiamo e cerchiamo di andare avanti con la nostra vita. Resistiamo».

Resistono, a qualche chilometro di distanza, anche gli abitanti di Mufaqarah (http://almufaqarah.wordpress.com/), una delle piccole comunità palestinesi che si sono ritrovate all’interno del poligono di tiro «Firing Zone 918», minacciate di espulsione dopo che lo scorso luglio il ministro della difesa israeliano, Ehud Barak, ha ordinato la demolizione di otto villaggi a sud di Hebron e la proclamazione dell’area come «indispensabile» per l’addestramento delle forze militari: sulla terra appartenente al popolo occupato. Sono persone semplici e poverissime quelle di Mufaqarah. Famiglie di pastori che, in non pochi casi, vivono ancora nelle grotte e nelle tende e che hanno provato a migliorare la loro condizione costruendo qualche abitazione di mattoni. Un passo al quale l’esercito israeliano risponde sistematicamente con le demolizioni.

La zona si trova all’interno dell’area «C», il 60% della Cisgiordania occupata che a quasi venti anni dalla firma degli accordi di Oslo rimane sotto il controllo esclusivo di Israele e dove ai palestinesi di fatto non è consentito alzare neanche un muretto. Nel 2007 la comunità di Mufaqarah aveva deciso di costruire una moschea (da poter utilizzare anche come scuola per i bimbi più piccoli) ma è stata ridotta in macerie dai bulldozer israeliani. Da allora ogni volta che gli abitanti la ricostruiscono arrivano subito le ruspe, l’ultima volta qualche settimana fa. Hanno fatto la stessa fine nel 2011 i pali issati per connettere la zona alla rete elettrica palestinese. Non hanno avuto sorte migliore tre caravan messi a disposizione da Ocha, l’ufficio di coordinamento degli affari umanitari delle Nazioni Unite. Puntuale è arrivato l’ordine di demolizione. Un trattamento ben diverso ricevono i coloni israeliani che in questi ultimi anni hanno disseminato la Cisgiordania di avamposti (un centinaio, che si aggiungono a 140 colonie) illegali non solo per la legge internazionale ma anche per quella israeliana. A oggi ne sono stati evacuati appena quattro o cinque e solo al termine di lunghe battaglie politiche e legali.

In totale sono 1.500 i palestinesi che vivono nella «Firing Zone 918», residenti in 12 villaggi. Otto di questi rischiano l’evacuazione forzata. Una decisione definitiva si attende il 16 gennaio, quando l’Alta Corte israeliana deciderà sui ricorsi presentati dalle comunità in pericolo. Le prospettive sono poco incoraggianti. I giudici israeliani solo in casi eccezionali decidono contro le «considerazioni di sicurezza» fatte dai militari.

Ma i palestinesi non intendono arrendersi. «Abbiamo lanciato una campagna internazionale per l’abolizione del poligono di tiro» – dice Hafez Hourani impegnato a rendere unica la lotta di Twani e delle 12 comunità minacciate – «il nostro obiettivo è attirare l’attenzione del mondo su questa parte della Palestina e con l’aiuto della comunità internazionale costringere l’occupante a rinunciare ai suoi piani». Israele, spiega Hourani, «intende annettersi quest’area e dichiarandola “chiusa” per ragioni militari muove un passo decisivo in quella direzione». Quella israeliana, prosegue il leader del comitato, «è un’occupazione volta ad espellere la popolazione palestinese, anche attraverso la mancata concessione dei permessi edilizi. Nel 94% dei casi le licenze richieste (dai palestinesi residenti in area C) non sono concesse».

Israele giustifica la sua decisione di mantenere il poligono di tiro in quella zona con la necessità di dover addestrare in continuazione, in un’area dalla conformazione particolare, le sue forze armate, per meglio rispondere alle minacce esterne. E per questa ragione 1.500 palestinesi sotto occupazione rischiano seriamente di essere cacciati via dalle colline dove hanno vissuto per generazioni. Al contrario i coloni, molti dei quali giunti pochi anni fa da altri paesi del mondo possono rimanere dove sono.

http://www.amiciziaitalo-palestinese.org/index.php?option=com_content&view=article&id=4115:resistenza-non-violenta-e-scolari-sotto-scorta&catid=41:reportage&Itemid=81

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