Resistere al male dell’occupazione per il bene di tutti

Intervista in esclusiva per BoccheScucite al Patriarca Emerito di Gerusalemme MICHEL SABBAH

BoccheScucite: A Roma, durante il Sinodo per il Medioriente, lei ha presentato ufficialmente il documento Kairos Palestina.  Esso nasce direttamente dai cristiani e dalla Chiesa di Terra santa e pur non proponendo soluzioni politiche al conflitto, è chiarissimo nel leggere la situazione attuale di oppressione dovuta all’occupazione e a tutte le sue conseguenze.  Kairòs valuta il momento presente come “un punto morto nella tragedia del popolo palestinese”, “una strada interrotta”, “un futuro che promette soltanto sventure”. Cosa chiede oggi Kairòs e come vede Lei l’attuale processo negoziale mentre non si ferma la colonizzazione israeliana?

Patriarca Sabbah: La parola kairòs é una parola greca che significa letteralmente “il momento giusto”. Per un cristiano poi  il kairòs è il momento della grazia, o il momento di Dio. Potremo dire: il momento in cui il credente vuol vedere la grazia di Dio negli eventi che sta vivendo o che si stanno compiendo davanti a lui.

In questo nostro tempo stiamo vivendo un momento davvero difficile, anzi uno dei più tragici nella vita dei palestinesi. Un momento che rende sempre più difficile la loro ricerca della giustizia e della pace. Dobbiamo dire con chiarezza che ci troviamo davanti ad strada sbarrata, chiusa alla giustizia.

Questi giorni che stiamo vivendo, umanamente ci spingerebbero solo alla disperazione. Invece, il cristiano vede Dio anche in questo momento difficile, vede Dio buono e giusto per tutte le sue creature, palestinesi e israeliani coinvolti in questa tragedia.  Vi vede la provvidenza di Dio e il suo amore, nel male degli uomini e nelle loro ostilità. Credendo in Dio  il cristiano riprende coraggio e può affermare che ogni momento, che sia facile o difficile,  è un momento di vita, cioè di azione per il bene, e dunque per la giustizia, che è un bene per i palestinesi e per gli israeliani stessi che pur mantengono questa ingiustizia sul popolo palestinese. Questo bene è la fine dell’oppressione, del male imposto da un popolo sull’altro.

Certo, dobbiamo ricordare sempre che non si ferma la colonizzazione israeliana, cioè si continua a rubare la terra alla Palestina e si dimostra che ci si rifiuta a costruire la pace coi palestinesi. Malgrado questo, il cristiano continua a vedere Dio buono e giusto e a credere in lui. Un giorno la Sua grazia vincerà il male e illuminerà il cuore dell’israeliano e del palestinese e li aiuterà a arrivare al momento di una  grazia condivisa da entrambi, invece di rimanere tutti e due vittime delle loro ostilità. Si continua a agire per la pace, per arrivare a  considerare l’altro come persona, con gli stessi diritti e gli stessi doveri; perché il colono israeliano non veda più nell’altro un nemico di cui l’esistenza stessa è una minaccia alla sua esistenza. Arriverà un giorno un momento di grazia nel quale si apriranno gli occhi per vedere la vita nell’altro e non più minaccia, insicurezza o morte. Il cristiano, in tutte queste circostanze, dice: bisogna credere, sperare, amare e continuare a agire nell’amore.

BoccheScucite: La teologia delineata dal documento è chiara: “La nostra terra ha una missione universale e il senso della promessa, della terra, dell’elezione, includono tutta l’umanità, senza esclusivismi”.  Sembra che voi abbiate l’obiettivo di chiarire anche a noi cristiani occidentali, che non può esserci “legittimazione biblica e teologica di un’ingiustizia”.

Parlare di teologia in questo conflitto vuol dire prima di tutto che Dio non ammette in nessuna circostanza una ingiustizia; Dio non può essere il collaboratore di nessun popolo per sostenere la sua ingiustizia verso un altro popolo. E qui si tratta dell’ingiustizia causata oggi da un conflitto politico, causata da Israele al popolo palestinese. Qui, teologia vuol dire che non si può avocare in questo caso l’appoggio della Parola di Dio. Se si ricorre alla parola di Dio, in questo conflitto come in qualunque conflitto, è per ricordare i comandamenti di Dio (non rubare la proprietà altrui, o la terra altrui, e  non uccidere) e la sua bontà per tutti i popoli. Nessun male può trovare la sua legittimazione nella parola di Dio. Dunque quando si tratta del popolo ebraico eletto, delle promesse di Dio, bisogna arrivare ad affermare che  l’amore di Dio per il popolo ebraico sia di tal natura da rimanere amore, e non diventi sorgente d’ingiustizia, e mantenga il popolo eletto stesso nella bontà fondamentale di Dio, in modo  che le sue azioni o i suoi rapporti con i popoli, compreso il popolo palestinese, siano azione di grazia, di giustizia e di bontà, proprio nella logica della bontà di Dio Creatore e amante di tutte le sue creature. Bisogna dunque distinguere tra ingiustizie politiche, azioni militari che causano morte e demolizioni e che sono sempre da condannare, e  teologia della vocazione del popolo ebraico.

BoccheScucite: Fede, speranza e… resistenza con amore. E’ originale e notevolissima la riformulazione del comandamento dell’amore, che “nasce dal vedere il volto di Dio in ogni persona”, in chiave di “attiva e creativa” resistenza nonviolenta, vista non solo come “un diritto” ma addirittura come “un dovere”. Le sembra che sia solo una bella intuizione, oppure sta maturando e crescendo?

Sabbah: Cristiani, abbiamo ricevuto un solo comandamento: amatevi gli uni gli altri e amate i vostri nemici. Per il cristiano nessuno è nemico. Ciascuno e ciascuna è una creatura, figlio e figlia di Dio e dunque fratello e sorella,  qualunque sia la sua religione o la sua nazionalità. Amare vuol dire vedere in ogni persona umana una creatura di Dio, creata a sua somiglianza, dunque è vedere il volto di Dio stesso. Quando si interagisce  con una persona, si interagisce con Dio stesso, suo Creatore. A questo livello si eleva il cristiano palestinese quando riflette sui suoi rapporti con  gli  israeliani nel conflitto politico e nelle loro azioni militari. L’israeliano opprime il palestinese e gli impone una occupazione che non deve durare. Alcuni palestinesi, in tempi diversi, hanno reagito all’oppressione israeliana con la violenza. Le rappresaglie israeliane a questo proposito sono state dure: prigionieri politici, profughi, case demolite, persone uccise e continuazione dell’occupazione dei territori palestinesi. Eppure, l’israeliano, oltre tutta questa sua azione ostile, porta l’immagine di Dio. È creatura di Dio. A questo livello, il palestinese cristiano vuole parlare con lui, per liberare se stesso e tutto il suo popolo da quel male a lui  imposto che è l’occupazione. Ed è sicuro che quando il palestinese acquisterà la sua libertà, l’israeliano sarà anche lui liberato dal male che causa al palestinese, e otterrà sicurezza e tranquillità.

Questa nozione è difficile a capire e ancora più da vivere. Ma la riflessione del gruppo che ha redatto il documento del Kairòs  ha cercato di trovare strade per passare da una visione astratta, che può essere illusoria per alcuni, a una realtà vissuta e creatrice di bene per se e per tutti. Il gruppo che ha scritto il documento è diventato un gruppo di riflessione cristiana ecumenica e permanente che vuole affrontare tutto il male con cui dobbiamo vivere. E a  causa di questo male un comportamento cristiano basato sull’amore è difficilmente compreso sia da cristiani stessi, sia da non cristiani o da israeliani nel conflitto.

BoccheScucite: “Venite e vedrete”: è l’invito che kairòs Palestina rivolge ai cristiani di tutto il mondo. Ma sappiamo che, soprattutto dall’Italia, moltissimi pellegrini già arrivano in Terra santa. C’è forse un modo nuovo, diverso che avete voluto suggerire, di farsi pellegrini sulla vostra e nostra terra?

Sabbah: Invitiamo le chiese, cioè i cristiani, a venire e vedere. Primo, perchè, in questo conflitto,  non si tratta di noi soli, cristiani della Palestina o d’Israele. Si tratta di tutte le persone intrappolate  in questo conflitto, che siano cristiane, musulmane o ebree. E tutti hanno bisogna di salvezza e di liberazione da questa situazione di male nella quale viviamo. Secondo, si tratta di tutti i cristiani del mondo. Come e perchè? Perchè il conflitto, il male di cui soffre la persona qui, avviene nella Terra Santa, cioè nella terra delle radici di tutti cristiani. E dunque se c’è un male in questa terra, occorre che tutti i cristiani contribuiscano a mettergli fine, per rendere alla terra la sua santità. Tutti i cristiani in questo senso sono responsabili e hanno un ruolo da giocare in questo conflitto. Il loro ruolo è di portare la riconciliazione, la fine del male della guerra o delle ostilità politiche.

Perciò “venite e vedete” vuol dire, vedere la Terra santa che è desacralizzata dal male della guerra. Invece di essere terra di amore e di riconciliazione è terra di ingiustizia, di odio e di morte. Inoltre, questo è un invito ad incontrare le persone che vivono in questa terra, a cominciare dai cristiani palestinesi, vittime come gli altri di questo male che corrode la terra di Gesù. Venite fare il vostro pellegrinaggio, rinnovate la vostra fede al contatto del mistero di Dio, conservato nei vari luoghi sacri, ma anche visitando le persone, i cristiani che hanno custodito lungo i secoli lo stesso mistero di Gesù. Rinnovate la vostra comunione con loro, rinnovate colla vostra presenza la loro fede e speranza e in loro vedete la verità delle difficoltà quotidiane, causate dal conflitto politico di cui si parla nei mezzi di comunicazione solo in termini che non rivelano tutta la verità del conflitto e delle sofferenze quotidiane della gente.

BoccheScucite: Più volte, nel documento, si legge l’appello ad aderire, come comunità internazionale, come società civile, al boicottaggio e al disinvestimento verso Israele: li indicate come ‘mezzi nonviolenti di giustizia, pace e sicurezza per tutti”.  Ci può dire in che modo li vedete efficaci strumenti di cambiamento? Cosa chiede ai lettori di BoccheScucite che si chiedono spesso “ma cosa posso fare io?”

Sabbah: Il centro e l’essenza del documento è nell’atto di fede, di speranza e di amore che esprime il cristiano nei confronti del male di cui soffre nel conflitto politico. Reagire a questo male è un diritto e un dovere. Nessuno ha il diritto di sottomettersi al male degli altri. Ed è detto chiaramente che la resistenza a questo male, cioé all’occupazione, deve rimanere nella logica dell’amore. Cioè resistere al male per liberare se stessi e il nemico che lo impone.

Per arrivare a questa liberazione, bisogna trovare mezzi di pressione. Nella comunità internazionale sono previste delle sanzioni nei confronti di un paese che oltrepassa la legalità internazionale. E in questo conflitto ci sono tante risoluzioni dell’ONU non applicate da Israele. Bisogna dunque trovare un mezzo per far pressione e per applicare la legalità internazionale. E questa pressione si fa per il bene della pace, in questo conflitto, ma anche per il bene di tutti i popoli, affinché continuino a rispettare le norme della legalità internazionale.

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