Restaurazione egiziana

10 LUGLIO 2013 – 14:45
Slow news di Ugo Tramballi

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 L’ultimo ad aver abbandonato Hosni Mubarak, due anni fa, è stato il primo a correre in soccorso dei generali tornati al potere. I militari stavano ancora arrestando i Fratelli musulmani che contano, quando è arrivato un entusiastico messaggio di re Abdullah. Poi sono venuti anche i soldi.

 Abdullah non è un monarca costituzionale, il suo regno è il più reazionario e islamico della Terra. E’ difficile si compiacerebbe se pensasse che nel Paese più importante del mondo arabo, dei giovani di sinistra hanno imposto una rivoluzione laica. Evidentemente è convinto che al potere al Cairo siano tornati i militari: quelli che proteggevano Mubarak, che poi hanno scaricato per cause di forza maggiore e che ora tornano, montando un nuovo cavallo.

  Non vorrei fare della teoria cospirativa (Montanelli che odiava la dietrologia, mi perdoni) ma continuo a dubitare che, per quanto determinato, un gruppo di ragazzi abbia fatto tutto da solo e in due mesi. Credo che la storia dei Tamarrud debba ancora essere scritta.

  Provo simpatia e tristezza sincere per chi ci ha creduto e continua a crederci. Probabilmente giorno dopo giorno si stanno accorgendo di essere stati usati. Nelle farraginose consultazioni per mettere in piedi il nuovo governo, a loro è stato garantito il ministero per la Gioventù. Una via di mezzo fra una promessa da grande fratello e una paghetta settimanale.

  Non gradiranno sapere che dopo l’entusiasmo di Abdullah, gli israeliani hanno insistito con l’amministrazione Obama perché sostenga incondizionatamente i militari (il golpe, non la rivoluzione). Nessuno quanto le forze armate può garantire la pace di Camp David del 1979, la sicurezza nel Sinai e alle frontiere di Israele, richiusura di Gaza compresa. Non è bello da scoprire, dopo aver gridato per una settimana di complotto tra fratellanza e sionisti.

   La restaurazione egiziana è un fattore geopolitico contro il quale i Tamarrud non possono fare nulla. Non è per questo che il generale al-Sisi ha riportato i militari al centro del caos egiziano, anche se il caos regionale gli è stato utile. L’interesse di molti – sauditi, emirati, Israele, probabilmente Libia e Siria, forse Stati Uniti e Gran Bretagna, Ue non si sa – è conciso con quello dei militari egiziani: togliere di mezzo i Fratelli musulmani perché l’esperimento dell’Islam politico al potere è troppo incerto e pieno di pericoli perché possa essere lasciato esprimersi fino in fondo. L’arabo che più ci aveva creduto era l’emiro Ahmad al-Thani del Qatar: la progressiva democratizzazione del Medio Oriente attraverso un Islam politico moderato, era il suo grande disegno. L’emiro ha abdicato e ora a Doha c’è il figlio Tamim che da’ segni precoci di abbandono dell’eredità del padre. Il Qatar non ha mai affermato dogmi, la sua diplomazia duttile si adatta in fretta ai mutamenti. Lo farà anche con l’Egitto.

  Troppe Primavere, è tempo di ordine. L’andamento della guerra civile siriana, con il Libano che presto seguirà, ha cambiato le certezze di molti. La lotta contro la brutalità del regime di Bashar Assad sta producendo un mostro estremista peggiore e incontrollabile. Scomparsi dalla scena libanese Saad Hariri e i sunniti moderati, la reazione allo strapotere di Hezbollah sciita è affidata a bande qaidiste a Sidone e Tripoli.

  La democrazia è prematura se il suo primo prodotto è tutto questo, è la conclusione che molti condividono a varie latitudini politiche. Anche se è il sogno senile del re saudita, in fondo i militari egiziani non vogliono tornare a Mubarak. Il loro obiettivo è una restaurazione riformata. Chiamatelo pure gradualismo, se può essere di conforto alla vostra delusione.

http://ugotramballi.blog.ilsole24ore.com/slow-news/2013/07/restaurazione-egiziana.html#more

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