RICCO DA MORIRE – di John Mpaliza

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tratto da: https://www.mosaicodipace.it/index.php/archivio/2021/febbraio-2021/2139-ricco-da-morire

Repubblica Democratica del Congo: un gigante ferito e in ginocchio. Quale futuro?

“L’Africa è un continente a forma di pistola e il grilletto si trova nel Congo”. Questa affermazione di Frantz Fanon, pertinente e vera ancora oggi, sessanta anni dopo l’indipendenza della Repubblica Democratica del Congo, rende l’idea della centralità e dell’importanza strategica, nello scacchiere mondiale, di questo gigante nel cuore dell’Africa.

Un tempo considerato la locomotiva trainante del continente africano, il Congo rischia oggi di costituirne un freno allo sviluppo. Il “gigante” è ferito, malato e in ginocchio! Ma, come siamo arrivati a questo punto? E perché se ne sa così poco? Per iniziare a rompere il silenzio su questo bellissimo e meraviglioso paese, bisogna partire dall’inizio, dalla geografia che poco si insegna oggi e dalla storia.

Tra storia e geografia

Grande 8 volte l’Italia, 80 volte il Belgio, la Repubblica Democratica del Congo ha una superficie di 2.345.409 km2 – il secondo paese africano per grandezza dopo l’Algeria – e conta 86 milioni di anime. Kinshasa è la capitale e nove sono i vicini: Repubblica Centrafricana, Repubblica del Congo, Angola, Zambia, Tanzania, Burundi, Rwanda, Uganda, Sud-Sudan. La RD Congo si trova a cavallo dell’Equatore e interamente nel bacino del Fiume Congo che, insieme ai suoi tanti affluenti, rendono questo paese uno dei più verdi, più fertili e con più superficie arabile al mondo. Due sono le stagioni: la stagione delle piogge e quella secca. Il Congo fa parte della Regione dei Grandi Laghi e ne conta circa 100: il lago Tanganyika (il lago con più pesce al mondo, grande quanto San Marino) e il lago Kivu sono i più conosciuti. Questo paese ha una flora e una fauna che tutti gli invidiano e che possiamo ammirare nella sua densa foresta equatoriale, nelle sue immense savane e soprattutto nelle decine di parchi nazionali di cui il più conosciuto è sicuramente il “Parco della Virunga”, grande quanto il Friuli-Venezia Giulia, dove comandano ancora i nostri vicini di specie, i gorilla di montagna. Se esistesse il paradiso sulla Terra, esso sarebbe senza dubbio in Congo oppure da quelle parti.

La storia di questo paese invece inizia prima dei tempi. In Congo è stato trovato il sistema di calcolo matematico più antico del mondo, l’Osso di Ishango, datato più di 25 mila anni prima di Cristo. Quando arrivarono i primi esploratori europei, i primi missionari e i colonizzatori, trovarono imperi e regni molto organizzati: Kongo, Luba, Kuba, Lunda, Yeke per citarne solo alcuni. Il Congo, come lo conosciamo oggi, nacque nel 1885 alla Conferenza di Berlino come Stato indipendente, proprietà privata di Leopoldo II, Re del Belgio, e diventerà colonia belga – e quindi Congo belga – solo nel 1908, dopo 23 anni di massacri e genocidio, durante i quali si stima che circa 10 milioni di congolesi abbiano perso la vita per conseguenze legate alla raccolta di caucciù, indispensabile per le gomme delle macchine. Il Congo ottenne la sua indipendenza dal Belgio il 30 giugno 1960 ma subito dopo, il 17 gennaio 1961, verrà ucciso Patrice Lumumba, Primo Ministro, eletto democraticamente e il paese ripiomberà nel caos. Dopo 5 anni di guerre civili e secessioni sostenute dai vecchi padroni, Mobutu prenderà il potere il 24 novembre 1965 e governerà per 32 anni, lasciando il paese sul lastrico. Sotto il suo dominio il paese cambia nome in Zaire. Laurent-Désiré Kabila che nel 1997, con l’aiuto di Rwanda, Uganda, Burundi, Stati Uniti, prendeva il posto di Mobutu sarà assassinato nel 2001 e sostituito da Joseph Kabila, presentato come suo figlio. Quest’ultimo governerà col pugno di ferro fino al 2018 quando la pressione della società civile e del popolo lo spinge a desistere a un terzo mandato – in realtà il quarto se si considerano i cinque anni iniziali senza mandato – ma non prima di aver fatto un patto di coalizione con l’attuale presidente, Felix Tshisekedi, figlio di Etienne Tshisekedi, l’eterno oppositore di Mobutu e dei Kabila. Dopo due anni di potere, Tshisekedi è totalmente logorato da questo accordo diabolico con Kabila, ancora il vero padrone del paese. Proprio in questi giorni, durante un messaggio alla Nazione, Tshisekedi ha espresso insofferenza rispetto a questo accordo di coalizione, promettendo una serie di consultazioni con i principali attori della politica e della società civile ma senza spiegare l’obiettivo di ciò che alcuni hanno bollato come “ennesimo dialogo dall’esito incerto”.

Le guerre

Nel 1994, al termine dell’atroce genocidio del Ruanda, l’RPF (Fronte Patriottico Ruandese) di Paul Kagame assunse il controllo del Ruanda. Più di due milioni di persone di etnia Hutu si rifugiarono entro i confini dei paesi confinanti, in particolare nell’allora Zaire, nella speranza di salvarsi dalle violenze delle milizie dell’etnia Tutsi, decise a vendicarsi del genocidio subito dagli Hutu. Questo temutissimo e diabolico piano di Kagame si concretizzerà con la Prima guerra del Congo che si combatté fra 1996 e 1997 e vide la fine del regime di Mobutu. Per non destare sospetti durante l’invasione del paese, fu messo a capo dell’avanzata di un cittadino zairese, Laurent-Désiré Kabila che divenne presidente nel paese 1997 cambiandone il nome in Repubblica Democratica del Congo. Nel 1998 Kabila intima i ruandesi di ritornare a casa loro e così inizia la Seconda guerra del Congo, detta anche Guerra mondiale africana, che, con milioni di vittime, si concluderà nel 2003 con un governo di transizione guidato da Joseph Kabila, al potere dal 2001, dopo all’assassinio di Laurent-Désiré Kabila. L’occupazione ruandese non si è mai conclusa e si perpetua ancora oggi con l’infiltrazione nelle istituzioni, nelle forze armate e nel tessuto produttivo, oltre che con tentativi di balcanizzazione del paese.

Rapporto Mapping

Il 1 ottobre 2010, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani pubblicò il “Rapporto Mapping”, un importante e dettagliato rapporto che denuncia 6 milioni di vittime in Congo dal 1993 al 2003 e individua 617 massacri classificabili come crimini di guerra, crimini contro l’umanità e alcuni come crimini di genocidio, commessi in silenzio seppure sotto gli occhi della comunità internazionale, in particolare di 20 mila caschi blu della Monusco, la missione Onu più imponente e più costosa da sempre, nel paese dal 1999. Il 1 ottobre 2020, il dr. Denis Mukwege, Premio Nobel per la Pace 2018, ha lanciato, insieme alla società civile e diaspora congolesi, una mobilitazione per chiedere all’Onu l’applicazione delle raccomandazioni di questo Rapporto, in particolare la creazione di un Tribunale Penale Internazionale ad hoc per la RD Congo per giudicare questi crimini, per dire tutta la verità su questo conflitto che ha già fatto più di 10 milioni di vittime, diventando di fatto il conflitto più sanguinoso dopo la Seconda guerra mondiale.

Un proverbio congolese dice che quando Dio creava il mondo, avesse sulla testa un secchio pieno di cose preziose. Inciampando sulla cima del Kilimangiaro, il secchio cadde sul Congo. Diamanti, oro, rame, uranio, coltan, cobalto, cassiterite, petrolio e così via ogni immaginabile risorsa naturale e mineraria. Due sono i principali minerali che hanno fatto da benzina in questi conflitti economici che dilaniano il Congo negli ultimi 3 decenni: il coltan e il cobalto, il primo indispensabile per la realizzazione degli smartphone, computer e tecnologia in generali e il secondo per le batterie degli smartphone e soprattutto delle macchine elettriche, tutte cose che fanno parte del nostro benessere. Così un paradiso terrestre si trasforma in un inferno sulla Terra.

Quale speranza, quindi?

Più che dai politici, spesso e volentieri complici di questa situazione, la speranza sta nella lotta dei giovani e della società civile. Ci sono sempre più gruppi di giovani, come ad esempio “La Lucha”, che sempre più lottano contro la corruzione, per il rispetto dei diritti dei più deboli e per la fruizione di servizi essenziali come ad esempio l’acqua potabile o l’elettricità. Qualcosa si muove nonostante il calvario che vive il popolo congolese. Molti congolesi della diaspora, anche in Italia, stanno lavorando in sinergia con le forze vive e positive del paese per arrivare alla verità, la giustizia e la pace nella RD Congo ma, per raggiungere  questo obiettivo, serve mantenere l’unità del paese e della popolazione. La speranza è l’ultima a morire. Il Congo ce la farà!

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