Richard Silverstein : il conflitto con l’Iran ha poco a che fare con il nucleare

martedì 26 novembre 2013

Sintesi personale

Stephen Walt   un giornalista israeliano  esperto del mondo arabo  Jackie Hugi  hanno spiegato   le vere ragioni della tensione esistente  tra l’Iran e l’Occidente e l’Iran e i suoi vicini regionali. In breve non si tratta di armi nucleari. Si tratta di potere.

… Il vero problema non è se l’Iran   avrà una bomba, il vero problema è l’equilibrio  di  potere nel Golfo Persico e nel  Medio Oriente. L’Iran ha molto più potenziale  rispetto a tutti gli altri Stati della regione: una popolazione più ampia, una classe media abbastanza sofisticata e ben educata, alcune buone università,  abbondante petrolio  e gas per rilanciare la crescita economica (se usata saggiamente). Se l’Iran   evita le sanzioni internazionali e pone   persone competenti e responsabili nel settore economico , la sua influenza  nella rergione si accrescerà . Tale prospettiva è ciò che sta realmente dietro le preoccupazioni israeliane e saudite circa l’accordo nucleare. Israele e l’  Arabia Saudita non credano  che l’Iran  lancerà una bomba o userà il  ricatto nucleare. No, sono solo preoccupati che un potente Iran eserciterà  una maggiore influenza nella regione come fanno  le grandi potenze . Dal punto di vista di Tel Aviv e Riyad l’obiettivo è quello di cercare di evitare  ciò  isolandola e indebolendola .Dal  punto di vista degli Stati Uniti è interesse strategico un equilibrio di potere in cui nessun singolo Stato domini .In una tale situazione gli interessi degli Stati Uniti  sono meglio serviti dall’  avere buone relazioni con il maggior numero possibile di Stati. Conseguentemente   il reinserimento dell’Iran nella comunità globale potrebbe  rafforzare  le  forze moderate  e rendere  meno  dirompente l’Iran  in altri contesti (ad esempio, Libano).Ciò  presuppone  il rassicurare gli alleati esistenti, ma  potrebbe anche costringere gli alleati attuali ad  ascoltare Washington con  un po ‘più di attenzione  e questo  non sarebbe una brutta cosa.
Come dice Walt, anche i falchi anti-Iran israeliani o sauditi non credono alla possibilità di un bombardamento nucleare . Quello che davvero temono è il potere economico, politico, militare dell’  l’Iran  nella regione. Israele vuole la massima leva per dominare tutti gli Stati confinanti (Siria, Libano, Palestina, Giordania, ecc), mentre l’Arabia Saudita si crogiola nel suo ruolo di custode dei luoghi santi. La minaccia iraniana  consiste nell’eventuale schierarsi iraniano    con i nemici di Israele  o  nel minacciare l’egemonia saudita in tutto il mondo musulmano.
Lo “Stato ebraico” e lo stato musulmano vogliono un biforcato Medio Oriente in cui ognuno  domina la propria sfera di influenza. Non vogliono  una regione  dove il  potere diventa decentrato tra i vari Stati. E certamente non  si vuole condividere il potere con un rivale sciita .
Hugi non si differenzia sostanzialmente da questa analisi :

… Il riavvicinamento tra l’America e l’Iran porterà cambiamenti drammatici per l’equilibrio del  potere all’interno dell’intera regione. Potrebbe  l’Iran  ritornare ad essere  alleato degli Stati Uniti e ad eclissare il suo rapporto con gli altri stati arabi, primo fra tutti l’Arabia Saudita e l’Egitto. Questo è l’incubo degli arabi.
Se Israele teme la perdita del suo partner   se attaccasse  l’ Iran, può essere confortato dal fatto che non è l’unico. Gli arabi, primo fra tutti l’Arabia Saudita, temono che entro un anno o due un riavvicinamento di Washington-Teheran sarà formalizzato e li ecclisserà . Per loro la “minaccia iraniana” non è né una bomba nucleare nè  il “punto di non ritorno.” Per loro l’Iran è una potenza regionale  che tenta di acquistare influenza in ogni ambito possibile. Il  re del Bahrein  teme un colpo di stato militare che trasformerà il suo paese in una colonia iraniana. Nel mondo arabo c’è anche una parola per questo, tashayua, la diffusione della.“Shiia idea.
In ogni luogo della regione in cui vi aia  un conflitto sanguinoso, troverete la presenza iraniana con denaro, armi, o proxy. In Libano, Iraq, Siria, Yemen (!), Bahrain e Gaza …
Il regno reale di Riyadh gode di uno status speciale a Washington e relazioni più strette con l’Iran sarebbe percepito dall’Arabia Saudita  come una minaccia.
Questo brano illustra il livello di isteria in Arabia Saudita verso gli iraniani  e ci ricorda esattamente le stesse dichiarazioni allarmistiche fatte 50 anni fa dai falchi statunitensi per la guerra in Vietnam:

“Per i sauditi, il programma nucleare iraniano e la guerra in Siria sono parti di un unico conflitto”, ha detto Bernard Haykel, un professore di studi mediorientali alla Princeton. “One well-placed Saudi told me, ‘If we don’t do this in Syria, we’ll be fighting them next inside the kingdom.’ ” Israele, a sua volta,   con i negoziati in atto vedrebbe trasformato lo spauracchio del nucleare  in  rivalità  regionale  politica o commerciale  Non sarebbe più alimentato il sostegno dell’Iran  in Libano, Siria e Gaza. Che cosa resterebbe ? Israele starebbe in piedi sul palco, come l’imperatore senza vestiti. Sarebbe allora più chiaro alla comunità internazionale   che Israele dovrebbe  risolvere  il conflitto arabo-israeliano. Israele a tutti i costi cerca di evitare che venga evidenziata l’  occupazione davanti  alla comunità mondiale. Ha bisogno di distrazioni come la bomba iraniana per vestire se stesso e le sue azioni in modo ingannevole
E’ evidente , come scrive Walt,  che non può che essere salutare per l’Iran giocare un ruolo di primo piano nella regione  per  evitare la  predominanza di una singola nazione o di più nazioni (come Israele e sauditi). Inoltre, l’Iran rappresenta un nuovo modello di governo  per la regione : una repubblica islamista che, almeno nominalmente,è una democrazia. Uno dei dilemmi più spinosi affrontati nella regione è come tradurre il fervore populista della primavera araba in una vera democrazia.L’  Iran (anche se non uno stato arabo) può offrire un modello adatto, o almeno un modello tra i tanti.
Questo è ciò che spaventa i nemici regionali dell’Iran.Preferiscono gli uomini forti della Vecchia Guardia.Preferiscono  leader autoritari  per affrontare le legittime aspirazioni di un intero popolo. Anche se il governo iraniano non è affatto perfetto, offre un modello di gran lunga più inclusivo  rispetto a paesi come l’Egitto, l’Arabia Saudita, la Giordania o la Siria.

Pubblicato da  
http://frammentivocalimo.blogspot.it/2013/11/richard-silverstein-il-conflitto-con.html
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ARTICOLO ORIGINALE

Iran Conflict Has Little to Do with Nukes

by RICHARD SILVERSTEIN on NOVEMBER 26, 2013

in MIDEAST PEACE

Stephen Walt and Israeli “Arab affairs” reporter for Army Radio, Jackie Hugi (English version here), yesterday wrote two parallel analyses of the real reasons for the festering tension both between Iran and the west, and Iran and its regional neighbors.  In short, it’s not about nukes.  It’s about power.  Though they’re related, they’re not the same thing.

Here is Walt:

…The real issue isn’t whether Iran gets close to a bomb; the real issue is the long-term balance of power in the Persian Gulf and Middle East. Iran has far more power potential than any of the other states in the region: a larger population, a fairly sophisticated and well-educated middle class, some good universities, and abundant oil and gas to boost economic growth (if used wisely). If Iran ever escapes the shackles of international sanctions and puts some competent people in charge of its economy, it’s going to loom much larger in regional affairs over time. That prospect is what really lies behind the Israeli and Saudi concerns about the nuclear deal. Israel and Saudi Arabia don’t think Iran is going to get up one day and start lobbing warheads at its neighbors, and they probably don’t even believe that Iran would ever try the pointless act of nuclear blackmail. No, they’re just worried that a powerful Iran would over time exert greater influence in the region, in all the ways that major powers do. From the perspective of Tel Aviv and Riyadh, the goal is to try to keep Iran in a box for as long as possible — isolated, friendless, and artificially weakened.

But from the U.S. perspective, that’s neither a realistic nor a desirable long-term goal…America’s main strategic interest in the…Middle East is a balance of power in which no single state dominates. In such a situation, U.S. interests and leverage are best served by having good relations with as many states as possible and at least decent working relations with all of them. America’s long-term interests are best served by helping reintegrate Iran into the global community, which is likely to strengthen the hand of moderate forces there and make Iran less disruptive in other contexts (e.g., Lebanon). Managing this process will require reassuring existing allies, but this development would also force current allies to listen to Washington a bit more attentively, which wouldn’t be a bad thing.

As Walt says, even Israeli or Saudi anti-Iran hawks don’t believe their own rhetoric about Iran dropping the Big One on them.  What they really fear is Iran flexing its economic, political and military muscle in the region.  Tel Aviv and Riyadh are used to dominating their particular spheres of influence.  Israel wants maximum leverage to dominate all the frontline states (Syria, Lebanon, Palestine, Jordan, etc.), while Saudi Arabia revels in its role as the guardian of the holy places.  The Iranian threat is that there could be a new sheriff in town, one that will side with Israel’s enemies like Hezbollah, Assad or Hamas; and one that will threaten Saudi hegemony over the Muslim world.

The “Jewish state” and the Muslim state want a bifurcated Middle East in which each dominates its own sphere of influence.  It doesn’t want a region in which power becomes decentralized and fragmented among various states.  And it certainly doesn’t want to share power with an upstart Shiite rival.

The Israeli columnist speaks in similar tones.  Though much of what Hugi writes is analytically sound, even he can’t resist the typical Israeli impulse to wildly overstate Iranian power and menace:

…The rapprochement between America and Iran will bring dramatic changes to the balance of power within the entire region.  It might return Iran to the role of ally of the U.S. and eclipse its relationship with other Arab states, foremost among them Saudi Arabia and Egypt.  This is the nightmare of the Arabs.

If Israel fears the loss of its partner in an attack on Iran, it may be comforted by the fact that it isn’t the only one.  The Arabs, chief among them Saudi Arabia, fear that within a year or two a Washington-Teheran rapprochement will formalized that will eclipse them.  For them the “Iranian threat” is neither a nuclear bomb or the “point of no return.”  For them, Iran is a regional power with octopus-like reach in every direction, which attempts to buy influence in every possible sphere.  Ask the Bahraini king who fears a military coup that will turn his country into an Iranian colony.  In the Arab world there’s even a word for this, tashayua, the spread of the “Shiia idea.”

In every place in the region in which there is bloody conflict, you’ll find the Iranian presence with money, weapons, or proxies.  In Lebanon, Iraq, Syria, Yemen (!), Bahrain and Gaza…

The royal kingdom in Riyadh enjoys special status in Washington and closer relations with Iran would be perceived as a threat.

This passage illustrates the level of hysteria inside Saudi Arabia toward the Iranians, and reminds us of precisely the same alarmist statements made fifty years ago by U.S. war hawks defending the War in Vietnam:

“To the Saudis, the Iranian nuclear program and the Syria war are parts of a single conflict,” said Bernard Haykel, a professor of Near Eastern studies at Princeton. “One well-placed Saudi told me, ‘If we don’t do this in Syria, we’ll be fighting them next inside the kingdom.’ ”

Turning now to Israel’s motivations for opposing the rise of Iran: with a resolution of the nuclear issue Iran would be transformed from a bogeyman into a simple political or commercial rival.  Gone would be many of the fires stoked by Iran’s support of proxies in Lebanon, Syria and Gaza.  What would be left?  Israel would be standing on stage like the emperor with no clothes.  It would be even clearer than ever that Israel stands in the way of resolving the remaining issues of the Arab-Israeli conflict.  Israel at all costs seeks to avoid a spotlight shining on its Occupation as it stands naked on stage before the world community.  It needs distractions like an Iranian bomb to clothe itself and its actions in deceptive outer garments.

The reality is that, as Walt writes, it can only be healthy for Iran to play a more robust, prominent role in the region.  At least in part, because it would deny predominance to any single nation or axis of nations (like Israel and the Saudis).  Further, Iran represents a new governance model for the region as well: an Islamist republic that is, at least nominally, a democracy.  One of the thorniest dilemmas faced in the region is how to translates the populist fervor of the Arab Spring into true democracy.  Iran (though not an Arab state) may offer a suitable model, or at least one model among many.

This is what scares the bejesus out of Iran’s regional enemies.  They prefer the strongmen of the Old Guard.  They prefer the authoritarian leader they can trust to the will of the people, which they cannot.  They prefer buying off one man than facing the legitimate aspirations of an entire people–something they cannot buy off.  Though governance in Iran is by no means perfect, it offers a far more inclusive model than countries like Egypt, Saudi Arabia, Jordan or Syria.

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