RICOSTRUIRE HEBRON PER CONTRASTARE L’OCCUPAZIONE

Dal 1996 l’Hebron Rehabilitation Committee restaura edifici palestinesi nell’area H2, occupata da esercito e coloni israeliani. In pochi anni, sono tornati a vivere in Città Vecchia quasi 6mila palestinesi. E ora le case attirano l’appetito dell’occupante.

EMMA MANCINI

Hebron (Cisgiordania), 22 marzo, Nena News (nella foto, un esempio delle ristrutturazioni dell’HRC) – La comunità palestinese di Hebron cerca di ricostruire se stessa e strappare alla colonizzazione israeliana il controllo della città. L’obiettivo, riprendersi la Città Vecchia sotto occupazione. Il mezzo per farlo è l’Hebron Rehabilitation Committee (HRC), organizzazione creata nel 1996 per volontà dell’Autorità Palestinese dopo la divisione della città in Area A e Area C.

“All’epoca, il presidente Yasser Arafat – spiega a Nena News Walid Abu-Alhalaweh, direttore delle relazioni pubbliche dell’HRC – pensò di fondare un comitato che salvaguardasse e preservasse l’eredità culturale e architettonica di Hebron, in particolare la sua Città Vecchia, occupata dai coloni israeliani. È quello che facciamo ancora oggi”.

Hebron (o Al Khalil, in arabo) è una delle più importanti città palestinesi in Cisgiordania. La sua centralità nel più ampio contesto della società palestinese è data sia da suo significativo ruolo economico che da quello religioso. Per decenni, Hebron è stata una delle forze economiche trainanti in Cisgiordania, nel settore manifatturiero e tessile. E proprio il suo ruolo economico e religioso hanno trasformato Hebron in uno dei principali target dell’occupazione israeliana. Oggi la città vive una situazione unica: è la sola comunità della Cisgiordania dove i coloni israeliani vivono nel centro stesso. Una città divisa letteralmente a metà tra palestinesi e coloni israeliani.

Dopo il massacro del 1994 nella moschea di Abramo, quando il fanatico israeliano Baruch Goldstein uccise 29 palestinesi durante la preghiera del mattino, sopraggiunse il Protocollo di Hebron, parte degli accordi di Olso del ‘94. Così, la città è stata divisa in due: H1, sotto controllo militare e civile palestinese, e H2, sotto quello israeliano. Un caso senza eguali in tutta la Cisgiordania: la stessa città divisa in Area A e Area C. Nel centro storico, cuore sociale ed economico di Hebron (e dove è si trova la Tomba di Abramo), vivono oggi circa 500 coloni in cinque diversi insediamenti che spezzano in due la città e impediscono il collegamento diretto tra i quartieri palestinesi a Nord e quelli a Sud.

La Città Vecchia è divenuta così una vera e propria “città fantasma”: in H2, infatti, oltre mille abitazioni palestinesi sono ora vuote, il 41,9% del totale. L’obiettivo dei coloni e delle autorità israeliane è stato parzialmente raggiunto: rendere la vita impossibile ai palestinesi e costringerli ad abbandonare le loro case in centro.

Walid continua: “Ma guardiamo alle statistiche: prima della divisione della città in H1 e H2, i Palestinesi residenti nella Città Vecchia erano circa 10mila. A seguito del Protocollo di Hebron, nel 1997 ben il 96% dei Palestinesi ha abbandonato l’area. Per diverse ragioni: perché le loro case sono state occupate dai coloni, perché l’esercito ha chiuso i loro negozi, perché le violenze subite li hanno portati alla fuga. Oggi, dopo anni di lavoro, l’HRC è stato in grado di riportare in Città Vecchia ben 6mila persone. Gli appartamenti che oggi sono di nuovo abitati sono 950”.

Il segreto dell’HRC? Non solo una perfetta ristrutturazione delle abitazioni distrutte durante la Seconda Intifada dall’esercito e la rimessa a nuovo di quelle abbandonate in fretta e furia dai residenti originari. Ma anche una serie di incentivi che invoglino le famiglie palestinesi a ristabilirsi in H2: “L’HRC paga le tasse, paga la bolletta dell’acqua, paga l’assicurazione sanitaria e il restauro dell’abitazione a chi decide di tornare in Città Vecchia – prosegue Walid – L’unica cosa che non possiamo garantire è la sicurezza. Ma è proprio questa la sfida. Riappropriarci della nostra città significa riappropriarci della nostra vita e poter soffocare le violenze con cui l’occupazione tenta di strangolarci”.

La Città Vecchia di Hebron (Foto: Emma Mancini)

A finanziare l’HRC è l’Autorità Palestinese, ma non solo. I numerosi progetti sono sponsorizzati dal Fondo di Sviluppo dell’Arabia Saudita, dai governi di Spagna, Svezia, Germania, Norvegia, Canada, Gran Bretagna, Polonia, Austria e Irlanda, dalla Banca Mondiale e dalle Nazioni Unite.

“L’obiettivo delle autorità israeliane – continua Walid – è quello di occupare Hebron. Per farlo si sono mossi seguendo tre fasi: la prima, creare colonie all’interno della Città Vecchia; la seconda, creare connessioni stradali e vie di comunicazione dirette tra le colonie; la terza, tuttora in atto, creare continuità tra le colonie stesse, attraverso il collegamento spaziale degli edifici occupati”.

Diversi i progetti dell’HRC per rimettere in piedi l’ eredità culturale ed architettonica palestinese. Oltre a restaurare la grande maggioranza degli edifici in H2 (abitazioni e negozi), il Comitato sta riabilitando strade e piazze, nell’obiettivo di ricreare spazi commerciali e sociali, e scuole, cliniche sanitarie e centri culturali: un impegno di larga scala che permette anche la crescita del tasso di occupazione dei lavoratori hebroniti. Infine, l’HRC ha avviato progetti volti alla creazione della rete idrica, di quella elettrica e di quella telefonica. “Riportare la luce nelle case di sera. Un obiettivo fondamentale: se c’è luce, significa che c’è vita”.

Mohammed ci apre la porta di casa. Ci accompagna sul tetto. La sua casa è a pochi metri dal checkpoint, a pochi metri dalla Moschea di Abramo, in Shuhada Street. “Questa casa, la casa della mia famiglia – racconta a Nena News Mohammed, 32 anni – ha vissuto una storia travagliata. Durante i primi anni della Seconda Intifada era stata parzialmente distrutta. L’Hebron Rehabilitation Committe l’ha completamente restaurata nel 2006. Siamo quattro famiglie: la mia, quella di mio padre, quella di mio fratello e quella di mio zio”. I bambini ci corrono intorno, portano tè, caffè, pollo e riso.

La Moschea di Abramo dal tetto della casa di Mohammed. A destra in basso il Gutnick Center (Foto: Emma Mancini)

Dall’altra parte della via si erge il Gutnick Center. A fondarlo con una pioggia di denaro, il filantropo ebreo e imprenditore minerario australiano Joseph Gutnick. Sotto la stretta sorveglianza dell’esercito israeliano, il centro è accessibile ai soli coloni israeliani: un ristorante, qualche negozio, sale per eventi culturali.

“Vedete il Gutnick Center? – prosegue Mohammed – Hanno cercato di comprare la nostra casa per allargare il loro centro. Hanno offerto a mio padre cento milioni di dollari. È vicino alla Tomba di Abramo, hanno detto di voler sborsare così tanto perché si tratta della terra del ‘loro’ Paese, della ‘loro’ storia. Mio padre ha rifiutato: ha risposto che questa è la nostra terra, il nostro Paese. E la patria non si vende. Non è una semplice questione di cessione di terra: significherebbe vendere l’anima”.

La casa di Mohammed è stata più volte target della violenza dei coloni e delle vessazioni dell’esercito. “Molto spesso aggrediscono le persone. Qualche tempo fa, un gruppo di coloni mi ha pestato a sangue. Quando ho sporto denuncia, i soldati mi hanno risposto : ‘Ringraziamo le mani di quegli israeliani’. Siamo soli, abbandonati a noi stessi. L’Autorità Palestinese non ha potere qui, in H2. Ma non si può negare quello che l’HRC sta facendo: sta riempiendo di nuovo le case, le sta rendendo belle di nuove, sta combattendo il degrado”.

E un simile lavoro non è apprezzato solo dalla comunità palestinese, ma anche da quella dei coloni israeliani. Che guardano con ingordigia alle abitazioni e agli edifici ristrutturati. In un articolo della scorsa settimana Joanne Lingle, membro dell’associazione Christian Peacemaker impegnata nel monitoraggio delle violenze nella città di Hebron, racconta: “Ogni sabato si tiene il ‘Tour dei Coloni Israeliani’ a Hebron. Più di cento coloni e i loro ospiti camminano per la Città Vecchia accompagnati da un uguale numero di soldati. Sembra un tour immobiliare: li senti esclamare ‘ooh’ e ‘aah’ mentre passano accanto allo splendido lavoro di ristrutturazione dell’HRC. Pensano a quando potranno impossessarsi dell’intera città”. Nena News

http://nena-news.globalist.it/?p=17949

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