Sapete perché hanno paura? Un giorno di ordinaria occupazione a Hebron

Hebron (Al Qalil), la città di Abramo e dei patriarchi, rappresenta il centro più importante della Cisgiordania meridionale, nonché vero e proprio emblema del conflitto in atto: 1200 soldati israeliani (in Palestina!) e 104 checkpoints proteggono 400 coloni insediatisi nel cuore di una città abitata da più di 200 mila palestinesi.
Arriviamo nel pomeriggio, ed immediatamente i colori ed i profumi della città ci assalgono fin dentro la macchina: i clacson e le grida, i colori dei bracciali e della frutta, le musiche popolari a noi tanto inusuali e il nero degli abiti, il cigolìo del carretto guidato da un bambino e l’azzurro dei negozi tipico di questa città tutta araba. O quasi.
Lasciata l’auto, ci dirigiamo verso il mercato, e accompagnati da un giornalista locale arriviamo ben presto nel cuore di Hebron. Tuttavia, ad un tratto, i rumori vengono meno, i colori sfumano verso il grigio, le voci mutano in silenzio; il mercato si interrompe e lascia spazio ai negozi chiusi, ai checkpoint (ben 104, col compito di bloccare i passaggi e controllare i locali) alle vie coperte dai teli e grate: la città vecchia, con i suoi vicoli e le case in pietra , è abitata da quattrocento coloni israeliani (che si aggiungono ai 7.000 della periferia) che hanno occupato le case dei palestinesi col supporto del governo di Tel Aviv.
Il caso vuole che proprio al nostro passaggio vediamo arrivare 3 soldati israeliani armati che perlustrano la zona e controllano i documenti dei pochissimi negozianti presenti: l’intera colonia sta uscendo dal centro città scortata da una trentina membri dell’esercito occupante israeliano. È impressionante vedere alcune decine di persone, vestite con l’abito proprio agli ebrei ortodossi, ‘accompagnate’ fuori dal centro da militari dell’esercito. Spontaneamente esponiamo una bandiera della Pace, stridente con la situazione, la violenza percepita ed i colori che occupano la strada. Tuttavia l’imbarazzo e il rumoreggiare dei coloni di fronte alla bandiera, nonché la palese sproporzione dell’operazione sembrano svelare la paura e il disagio, oltre che la repulsione, dei passanti.
Proseguiamo e vediamo che il mercato (quasi interamente chiuso) è coperto da teli artigianali e dove possibile da vere e proprie grate: le pietre, le bottiglie e gli oggetti che vi troviamo sopra ci spiegano che i coloni dai loro palazzi lanciano di tutto sulle strade frequentate dai palestinesi. Da qui la chiusura dei negozi, generata anche da veri e propri interventi dell’esercito.
Entrati nella zona H2 di competenza ebraica (la H1 è palestinese), e saggiato il thé di uno dei pochissimi commercianti palestinesi della zona, torniamo indietro prima che faccia buio…
Ma poco prima di giungere alla macchina una voce italiana ci chiama: è un giovanissimo ufficiale italo-israeliano, di religione ebraica. Ci avviciniamo, sapendo che difficilmente ricapiterà di parlare con un soldato israeliano disponibile in terra di Palestina. “Difendere il mio popolo” “controllare che non ci siano palestinesi armati” “eseguire gli ordini dati dal mio Paese”. Queste alcune delle risposte alle nostre perplessità a proposito dell’occupazione israeliana a Hebron ed in tutta la Cisgiordania.
Tuttavia, anche in questo caso, sembra di scorgere sotto le parole dure e impostate, una consapevolezza che si fa timore, disagio. Il suo stesso allontanarsi da noi diviene d’un colpo repentino all’inasprirsi delle nostre domande si svela il ragazzo di ventidue anni, che forse ha scorto nelle nostre parole la violenza di chi accusa.
Non capita spesso, nemmeno ai volontari che costantemente frequentano queste zone, di imbattersi in incontri come i nostri, attraverso i quali abbiamo recepito in tutta la loro immediatezza la violenza di un sistema di occupazione e relazione asimmetrica. Hebron, occupata fisicamente e militarmente da coloni ed esercito, è così simbolo di un Paese, dei suoi muri visibili e invisibili, a Gerusalemme come a Betlemme, nei villaggi di At-Tuwani, Abu Dis (Betania) e Beit-Saour come nel campo profughi di Beil Gibrin, altre esperienze fatte in questi giorni.
Ma Hebron non è solo questa: le grate, i teli, i negozi chiusi, si snodano fra vie strette, antiche, che trasudano storia, cultura, fascino e mistero; la città vecchia antica di quasi 800 anni. Sarebbe un delitto non ricordarlo: storditi da questa surreale occupazione ci si dimentica di guardarsi intorno. Lo dice chiaro la nostra guida: “siamo stanchi di raccontare a voi che passate di qua solo storie di violenza, soldati, coloni: vogliamo raccontarvi della nostra storia, delle nostre radici, di cosa significano per noi questi bianchi muri sbreccati che ci circondano.”
La cultura, l’identità, lo Spirito di un popolo che vuole trionfare sulla situazione attuale; la stanchezza di essere ricordati sempre e solo come ‘gli oppressi’ prima che come persone con una loro storia da raccontare. Questo è il desiderio di chi vive nella città vecchia di Hebron: poter, un giorno, camminare per le strade del centro, e non parlare più di check point, insediamenti, controlli e assurdi divieti, ma emozionarsi a parlare della propria storia, identità, anima, che ancora si aggirano fra questi angoli fuori dal tempo, e che difficilmente possono essere fermati dai grigi tornelli di assurde barriere.

E anche noi siamo interrogati davanti a tutto questo: abbiamo il dovere e la responsabilità di costruire il proprio futuro e raccontare la propria storia.

8 Agosto 2010, Beit Saour
Team di PeaceBuilding ‘Ricucire la Pace 2010’
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