Rifugiato = criminale. Una legge israeliana prevede il carcere senza processo di Giorgia Grifoni

I perseguitati non sono benvenuti in Israele. Lunedì scorso, la Knesset ha approvato, con soli otto contrari su 45, un emendamento al disegno di legge sulla cosiddetta “infiltrazione”, ovvero l’immigrazione illegale nel paese. Si rivolge principalmente ai migranti provenienti dall’Africa che varcano la frontiera nel Sinai e fuggono da regimi dittatoriali, come Sudan ed Eritrea. D’ora in poi, se catturati, potranno passare in carcere dai 3 anni in su, per un tempo indeterminato. Coloro che invece aiutano i migranti a entrare nel paese o peggio, li impiegano in nero per lavorare, rischiano fino a 15 anni di prigione e multe salatissime. E senza alcun processo: tutto, pur di non minare la maggioranza ebraica dello stato di Israele.
Chiamati indistintamente “infiltrati”, sono più di 1200 –secondo le stime del Governo- i migranti africani che ogni mese varcano la frontiera col Sinai. Molti di loro potrebbero ottenere asilo politico, mentre altri cercano un lavoro e migliori condizioni di vita. Adesso quella fiumana inonderà le prigioni e il richiedente asilo diventerà un criminale a tutti gli effetti.

La legge anti-infiltrati non è l’ultima di una serie di provvedimenti varati dal governo Netanyahu che hanno come obiettivo gli immigrati “non ebrei” nel paese: un paio di mesi fa è passata una legge che limita i finanziamenti esteri alle ONG definite “politiche”, quindi anche a quelle che si occupano dei diritti dei rifugiati. Una legislazione che sconcerta israeliani e stranieri, considerata inumana e antidemocratica dai media e dagli attivisti per i diritti umani. Questa legge evidenzia il crescente razzismo della società israeliana nei confronti degli immigrati africani. Uno Stato costruito da immigrati che, per conservare il suo carattere ebraico, deve fare tutto quello che può: anche incarcerare gli immigrati che non sono ebrei.

11 gennaio 2012, Nena-News

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