Rimarremo radicati qui, a Gaza

adminSito  sabato 22 dicembre 2012 10:33

Bambini palestinesi tra le rovine del quartiere Zeitoun, a Gaza City, 24 novembre 2012 (Foto: Marco Longari/AP)

La storia del piccolo Muhammad Ashour, ucciso da un missile israeliano il 20 novembre, vicino al suo albero di gelso.

di Rami Almeghari – The Electronic Intifada

Roma, 22 dicembre 2012, Nena News – Sotto un albero di gelso, in una giornata di sole, Muhammad Ibrahim Ashour e cinque suoi cuginetti stavano giocando vicino alle loro case, in via Siyam, nel quartiere Zeitoun di Gaza City.

Era martedì 20 novembre e gli aerei militari israeliani stavano bombardando l’area e altre zone del territorio occupato. Tutto ad un tratto, un missile lanciato da un drone israeliano ha colpito l’albero di gelso, uccidendo il piccolo Muhammad, otto anni, e ferendo i suoi cinque cugini e il nonno di 80 anni.

Muhammad è uno degli oltre 30 bambini uccisi durante gli otto giorni di offensiva israeliana, di bombardamenti contro Gaza dello scorso novembre. Secondo il Ministero della Salute di Gaza, 183 persone sono state uccise durante l’offensiva. L’agenzia Onu OCHA riporta l’uccisione di 103 civili. Oltre 1.400 i palestinesi feriti, di cui 155 anziani e 220 donne, dice il Ministero.

Una forte esplosione

“Erano circa le 4 di martedì pomeriggio e stavo tornando dalla preghiera nella moschea qua vicino”, ricorda lo zio di Muhammad, Muhammad Ashour, detto Abu Rizeq.

Abu Rizeq aveva fatto visita ai vicini, la famiglia Abu Zour, per porgere le sue condoglianze: alcuni dei loro figli sono stati uccisi dall’aviazione israeliana. “All’improvviso, ho sentito una forte esplosione, alla mia sinistra, ma non immaginavo che avessero colpito la mia famiglia”.

“Mi sono precipitato su Muhammad, era disteso a terra, con la gamba amputata e l’addome lacerato, mentre gli altri bambini – anche loro miei nipoti – erano feriti”, ricorda Abu Rizeq, mostrando un cratere di mezzo metro vicino all’albero di gelso, accanto alla casa della famiglia Ashour.

I bambini target

Abu Rizeq aggiunge: “Non potevo immaginare che mio nipote sarebbe stato il target dei loro aerei militari. La nostra casa è a soli tre chilometri dal confine e, come vedi, tutte e quattro le case appartengono a me e ai miei fratelli. Nessuno sconosciuto si avvicina”.

“Le donne, i bambini e noi siamo soli qui – spiega – Dal momento in cui l’esplosione ha colpito a pochi metri dalla casa, ero sotto choc, mentre un’ambulanza arrivava per soccorrere i bambini feriti e mio nipote Muhammad”. Abu Rizeq e suo figlio hanno cercato la gamba di Muhammad, spazzata via dall’esplosione: “Mio figlio l’ha portata all’ospedale dove Muhammad e gli altri erano stati portati”.

Da agosto, Abu Rizeq si occupava di suo nipote. Il padre di Muhammad, Ibrahim, sua madre e le loro quattro figlie erano tornate a Gaza dagli Emirati Arabi, ma Ibrahim era poi ripartito per preparare il trasferimento definitivo. “Il giorno prima dell’esplosione, ho parlato con Muhammad dicendogli di stare attento. Lui ha riso: ‘Zio, non preoccuparti, sarò un martire“, racconta Abu Rizeq.

Una terribile telefonata

Ibrahim Ashour, 49 anni, è un ingegnere elettronico e si trovava negli Emirati quando suo figlio è stato ucciso. Ibrahim ha parlato con The Electronic Intifada vicino alla nuova casa che l’uomo sta costruendo per portarci la sua famiglia.

“Sono stato informato con una telefonata che Muhammad era stato ucciso e ho solo pregato Dio e mi sono preparato per tornare a Gaza per stare con la mia famiglia e le mie figlie in un momento così difficile“, racconta. “Il giorno che nacque Muhammad eravamo così felici, il primo maschio dopo tre femmine, la più grande aveva 16 anni. Mi ero detto che non avrei avuto altri figli dopo che Dio ci aveva dato Muhammad”.

“Un giorno ho chiesto a Muhammad: ‘Dov’è tuo fratello?’. Mi ha risposto arrabbiato, “La mia mamma dovrebbe darmene uno'”, ricorda Ibrahim con un sorriso amaro sul viso.

Un leader

Negli Emirati, Muhammad era uno studente modello ed eccelleva in quasi tutte le materie scolastiche. “Tutti gli insegnanti amavano Muhammad. Mi hanno telefonato tutti, esprimendo il loro dolore per la sua morte per mano di Israele – dice Ibrahim – Mio figlio aveva un gruppo di amici a scuola e tutti si rivolgevano a lui”.

“Una volta stava giocando a calcio in cortile, nella nostra casa negli Emirati, e sua madre gli disse di tornare prima delle 18 – continua Ibrahim – Tornò con due ore di ritardo dicendo: ‘Me ne sono dimenticato, stavo giocano, perdonami mamma”.

Suo cugino di 11 anni, Qasem Ashour, era molto amico di Muhammad. Quando Muhammad è stato colpito, Qasem sedeva ozioso sotto l’albero di gelso, dove ora c’è un poster con l’immagine del bambino. Qasem non aveva voglia di giocare ed era lontano dai cuginetti. “Ogni notte sogno Muhammad. Mi dice: ‘Qasem, vieni a giocare, facciamo un giro in bici”.

Un uccello in paradiso

“Muhammad ora è un uccello in paradiso”, dice la sorella di cinque anni, Huda. “Muhammad giocava con me e mi faceva usare l’iPhone”. Improvvisamente smette di parlare e sorridere. Le tre sorelle e la madre di Muhammad non sono ancora in grado di dire nulla.

Ibrahim ora tornerà negli Emirati per finire il suo lavoro, poi farà ritorno a Gaza per sempre. Proprio sotto l’albero di gelso, alcuni operai stanno lavorando alla costruzione della nuova casa della famiglia.

“Non ho rimpianti per il fatto di tornare a Gaza, i miei pensieri vanno solo a mio figlio – dice Ibrahim, mentre tiene in braccio Huda vicino al cratere provocato dal missile israeliano – Al contrario, resteremo qui, radicati come quest’albero di gelso. Prego Dio di avere uno, due, tre figli che chiudano il buco che Muhammad ha lasciato dentro di noi”.

Rami Almeghari è giornalista e docente universitario nella Striscia di Gaza

Tradotto in italiano da Nena News

http://nena-news.globalist.it/Detail_News_Display?ID=44971&typeb=0&Rimarremo-radicati-qui-a-Gaza

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