Ritorno in Palestina

21/11/2011

Intervista a Fakhri Barghouti, uno dei prigionieri palestinesi liberato da Israele nell’ambito dell’accordo per il rilascio di Gilad Shalit

*di Toufic Haddad

Dopo 33 anni in carcere, Fakhri Barghouti ha finalmente fatto ritorno al suo popolo e alla sua famiglia. Fahkri e’ uno dei prigionieri che e’ stato liberato in seguito all’accordo riguardante il soldato israeliano Gilad Shalit, firmato il mese scorso. In questa intervista con al-Akhbar condivide i ricordi dolorosi di una vita fatta di perdite, lotte, speranze e sfide.

Come sei stato coinvolto nel movimento nazionale? Quali sono stati i fattori scatenanti che ti hanno portato a fare questa scelta di vita?
Non ci si sveglia improvvisamente una mattina essendo un devoto del movimento nazionale. Non è un qualcosa che arriva pre-confezionato, piuttosto è un lento processo di maturazione, che si svolge accumulando esperienze e con la crescente consapevolezza di cosa vuol dire la vita sotto occupazione.  Il primo evento che ha fatto scattare qualcosa dentro di me è stata la morte di mio fratello Ribhi [Ribhi era uno dei fedayn palestinesi con sede in Libano e morto durante la Battaglia di Arqoub nel 1970] A quel tempo,stava per sposare una donna del nostro paese. Nella notte del suo addio al nubilato, abbiamo organizzato una festa di nozze, perché la maggior parte di noi in paese non sarebbe in grado di assistere al matrimonio vero e proprio, e quindi tutta casa nostra era impegnata a preparare i festeggiamenti.

Avevo 16 anni all’epoca. Verso il tramonto, un venditore ambulante di verdure è arrivato dal villaggio nel suo camion, portando la cattiva notizia, ma si è accorto che era in corso una festa di matrimonio.Vergognandosi di approcciare direttamente la nostra famiglia, si è rivolto alla casa vicina in cui viveva un nostro parente, e gli disse che nostro fratello era stato ucciso, e che quindi il matrimonio deve essere interrotto. Non c’era più alcun motivo per cui la sposa dovesse attraversare il ponte per la Giordania il giorno successivo, visto che il suo sposo era morto.

Ancora oggi questa esperienza è incisa nella mia memoria: mia sorella ha notato che i vicini si comportavano in modo strano, e che continuavano a bisbigliare tra loro. Ad un certo punto decise di andare a chiedere spiegazioni, ma era sul punto di farlo, quando una donna la avvicinò. Fu allora che capì che ciò che sapevano riguardava la nostra famiglia, e la donna si risolse a comunicarle la tragica notizia. Ho ancora nelle orecchie le sue urla ed il suo pianto. E ‘stata un’esperienza che ha pesato molto sulla nostra famiglia. Per mio padre, in particolare, è stata devastante. Naturalmente il tempo sistema le cose, ma in realtà non si è mai del tutto ripreso.

Spesso lo aiutavo nei lavoro dei campi e di tanto in tanto le raffiche di tristezza lo sopraffacevano. La sensazione più brutta era la consapevolezza di non poter fare nulla per lenire il dolore della mia famiglia. Al momento, avevamo ancora un fratello in Libano, la cui sorte era sconosciuta, inoltre girava voce che gli israeliani sarebbero venuti a distruggere casa nostra a causa della sua attività di militante – fattori che non facevano altro che contribuire alla pesantezza nel cuore di nostro padre. Questa era la nostra situazione familiare, un’assoluta e costante incertezza del futuro che cominciò a lasciare altri segni dentro di me. Ho cominciato a sentire che se non fosse stato per l’occupazione israeliana e tutto ciò che stava facendo in termini di oppressione – i furti delle nostre terre, gli arresti, le uccisioni e le loro politiche che colpivano indiscriminatamente anziani e bambini – tutto questo non sarebbe mai accaduto. Ecco come sono diventato consapevole del crescente movimento nazionale, e come alla fine mi si e’ rivelato come l’unica via attraverso cui avrei potuto fare qualcosa.

Ho cominciato a partecipare a varie attività, spesso legate ad occasioni commemorative, facendo quello che potevo. A quel tempo, avevo un parente di nome Abu Assef [Omar Barghouti], con il quale ero cresciuto e a cui ero particolarmente legato. E’ stato lui a farmi arrivare in Libano dove ho potuto seguire l’addestramento militare in uno dei gruppi locali. Lì ho imparato ciò che mi serviva, e dopo circa un anno sono tornato in Palestina con un po’ di esperienza, ed in testa un piano da seguire. Ho iniziato a lavorare a livello sociale in maniera più integrata fondando associazioni, e coordinandomi con sindacati ed altri svariati gruppi.

Ad un certo punto, pero’ abbiamo deciso di fare il salto di qualità ed impegnarci in una operazione militare che ha portato all’uccisione di un ufficiale dell’intelligence militare israeliana vicino al villaggio di Nabi Saleh [nei pressi di Ramallah].L’esercito circondo l’intero villaggio, costretto a sopportare il peso dell’oppressione, mentre noi eravamo nascosti nella boscaglia vicina. Ma quando si fece buio riuscimmo a scappare. Grazie al fatto che era gennaio e pioveva l’esercito non è riuscito a tracciare il nostro percorso di fuga, così siamo partiti e siamo riusciti a tornare al nostro villaggio.

Nonostante tutto, dopo sei mesi e vari altri sviluppi, Abu Assef, Abu Nour [Nael al-Barghouti] ed io siamo stati comunque catturati. Ad Abu Assef è stato dato l’ergastolo e 48 anni, mentre ad Abu Nour e a me hanno dato l’ergastolo e 17 anni. Avevo 24 anni quando sono stato arrestato [nel 1978].

Puoi descrivere come è cambiata la tua vita? Pensavi che avresti trascorso tutta la tua esistenza in prigione?

Tutto è cambiato. E’ cominciata una nuova vita, un nuovo modo di pensare. La quotidianita’ era incentrata sulla sopravvivenza nonostante le condizioni che la prigionia ci imponeva – come mantenersi sani mentalmente e come aiutare gli altri a resistere. Avevamo bisogno, in quanto prigionieri politici, di rimanere uniti e concentrati, ed impedire al caos di regnare, soprattutto tra i nuovi prigionieri. Non si ha altra scelta,che cercare di conservare la propria integrità. I nostri strumenti erano: l’organizzazione di sessioni formative, la costanza nell’attività fisica, e la creazione di una routine sociale per conoscere gli altri prigionieri, ed ascoltare le loro preoccupazioni.

Non c’è persona in grado di sopravvivere in carcere, pensando che ci passerà tutta la sua esistenza senza la speranza di poterne uscire prima o poi. Se si perde la speranza, le uniche scelte rimangono quelle di dire addio al mondo, impiccandosi al soffitto, oppure impazzire completamente. Non ci sono alternative. Per questo motivo era essenziale che io  riuscissi a rimanere sano, a conservare integro il mio stato mentale, a mantenere un certo senso di equilibrio, per evitare di raggiungere uno stadio di disperazione annichilante. Dato che stavo lottando per una causa, sapevo che la soluzione non sarebbe arrivata in uno o due giorni o tramite una via diretta.

In ogni caso, se si conserva la fede, è possibile continuare a lottare nonostante le circostanze. Non è affatto vero che una volta finiti in prigione, si debba smettere di lottare.

Non vi è alcun dubbio a riguardo: il carcere è duro. Immaginate cosa vuol dire andare avanti senza mangiare per venti giorni, con a disposizione solo un bicchiere d’acqua. Questo è ciò a cui ti sottoponi con lo sciopero della fame, ed è una cosa che siamo stati costretti a fare parecchie volte. Penso sia  una delle cose più difficili per un essere umano- costringersi a digiunare, nonostante l’amministrazione penitenziaria ti offra cibo costantemente. È una forma di lotta molto più difficile che non essere al fronte con la gente che spara. Questa era la nostra vita, ed è stata molto più dura che non la lotta fuori. Ma rimane comunque parte della nostra guerra.

Le condizioni carcerarie a quel tempo erano particolarmente pesanti perché dovevamo ancora ottenere molti dei diritti più elementari di cui i prigionieri possono godere oggi. Dormivamo sul nudo pavimento, senza una coperta. Quando ci hanno portato coperte e cuscini, questi non sarebbero stati adatti neanche per i cani. La prigione era molto fredda e prigionieri erano costretti a cucire insieme sacchetti di nylon per ripararsi. Quando, dopo uno sciopero, siamo riusciti ad avere dei materassi, ci siamo sentiti come se ci avessero portato un magnifico letto matrimoniale, nonostante fossero solo un pezzi di gomma della peggiore qualità.

Il diritto di fumare sigarette in carcere è stato vinto soltanto dopo un’altra lotta. Si ha bisogno di rimanere fermi sui propri principi. È necessario per preservare la propria dignità, non importa quale sia il costo. Perché la dignità è la sola merce che non puo’ essere sostituita. Se si perde quella, tutto è perduto. Quindi l’intera esistenza del carcerato è orientata alla sua conservazione. Per quanto cerchino di farti arrendere, tanto devi resistere, e mantenere dignità e onore. Grazie a Dio, io posso dire di avercela fatta.

Ci puoi parlare delle trasformazioni a cui sei andato incontro in prigione durante il lungo periodo in cui sei rimasto lì? Come e’ cambiata la tua vita a seguito del processo di pace di Oslo?

Fino al 1990, il morale dei prigionieri era molto alto, e cio’ era evidente nella loro dedizione alla causa e nella quotidiana lotta per rimanere consapevolmente organizzati. Dopo Oslo e l’avvento di una leadership esterna la situazione politica sembrava essere in evoluzione, ma i prigionieri sono rimasti in carcere. Ciò ha avuto un forte impatto su di noi. Sapevamo di essere stati noi a pagare il prezzo piu alto per il ritorno della leadership, ma alla fine siamo stati abbandonati anche da loro.

Tutti sanno che in situazioni di conflitto, dopo un cessate il fuoco e prima che qualsiasi negoziato possa avere inizio,si deve affrontare il  problema dei prigionieri. Non era mai successo che si negoziassero altre questioni, ponendo quella dei prigionieri in secondo piano. Cio che e’ successo, ha violato tutti gli approcci noti per le trattative e le risoluzioni politiche dei conflitti. Abbiamo capito che ci stavano sacrificando per qualcos’altro e ci hanno fatto sentire come se non avessimo alcun valore – né come individui, né come persone facenti parte di una famiglia, né come agenti e/o rappresentanti di organizzazioni politiche che hanno giocato un ruolo chiave nel processo di pace. Questi avvenimenti hanno avuto un impatto profondamente negativo sui prigionieri, sul loro interesse per le organizzazioni e sul fatto che la partita politica si giocasse al di fuori dei confini palestinesi. Allo stesso tempo, pero’ tutti noi avevamo bisogno di essere in grado di preservare noi stessi e il patrimonio politico da cui provenivamo e di cui ci sentivamo i rappresentanti. Anche perché senza la politica come parte della nostra esistenza in carcere, la nostra vita si sarebbe trasformata in un inferno, e sarebbe stato  molto difficile sopravvivere. Come si suol dire, ‘Caos non crea altro che maggior caos.’

Avevamo già pagato caro il prezzo del sacrificio, per cui non potevamo lasciare che questi eventi avessero ulteriori effetti negativi. Abbiamo quindi intrapreso un paziente lavoro per tentare di calmare la situazione tra i prigionieri, e per mitigare le reazioni causate degli accordi firmati. Lentamente ma inesorabilmente, i prigionieri cominciarono ad accettare il fatto che per cambiare le cose bisogna avere pazienza. Oslo aveva comunque portato ad alcune liberazioni – circa 4.000 prigionieri. Tuttavia nessuna di quelle scarcerazioni comprendevano coloro che venivano indicati [da Israele] nei negoziati come quelli “le cui mani si erano macchiate di sangue” [cioè, coloro che erano accusati di aver compiuto atti comportanti lesioni o morte].

Tutti una volta arrestati vogliono solo tornare a casa. Questa è la classica reazione emotiva. Ma se si pensa razionalmente, riguardo ciò che è accaduto ad Oslo, nessuno poteva prevedere tanta negligenza nei confronti dei prigionieri. E non e’ che si siano dimenticate due o tre persone. Si parla di 10-12.000 persone incarcerate verso la fine della prima intifada, e la maggior parte di loro sono stati semplicemente emarginati e ignorati.

Ci puoi parlare di come la tua prigionia abbia avuto ricadute sulla tua famiglia e sulla tue relazioni con essa?

Sono stato messo in prigione quando mio figlio maggiore [Shadi] aveva 11 mesi, e quando il mio secondo [Hadi] era nel grembo di sua madre. Il giorno in cui l’esercito è venuto a prelevarmi, i soldati hanno saccheggiato la culla dove dormiva Shadi e perquisito tutta la casa. Fin dall’inizio la pressione emotiva e’ stata molto pesante.

Mentre ero dentro, i ragazzi sono cresciuti e il maggiore, Hadi si e’ sposato ed ha avuto due bambini. Il carcere mi ha costretto ad abbandonare Shadi. I due momenti piu’ difficili della mia vita sono stati quando ho incontrato i miei due figli in carcere (perche’ a seguito del loro arresto sono stati collocati nella mia stessa cella),  e quando ho dovuto dire addio, e lasciarmi Shadi alle spalle.

Ho avuto modo di conoscere davvero i miei figli come uomini, solo dopo che si sono uniti a me in prigione, perché dopo i 16 anni, non e’ concesso ai ragazzi di entrare in carcere per le visite famigliari. Una mattina, verso le 7,  una guardia penitenziaria mi si avvicinò e mi disse che i miei due figli mi avrebbero raggiunto in cella alle quattro del pomeriggio. Le ore che mi separavano da quel momento mi sono sembrate interminabili. Gli altri prigionieri mi chiedevano: ‘come ti senti,’ e io mi rifiutavo di rispondere, tanto era il mio dolore e la pesantezza d’animo. Avevo i nervi a fior di pelle e mi girava la testa. Come avrei reagito alla loro vista? Cosa avrei provato al momento dell’incontro? Ho cercato di controllarmi il piu’ possibile, ma non potevo farci nulla, ero totalmente sopraffatto dai miei stessi sentimenti.

Quando finalmente sono arrivate le 4 ed ho sentito le guardie che cominciavano ad aprire la prima porta, era il mio cuore che si apriva, non solo la porta. Quando hanno aperto la seconda porta, i miei nervi hanno ceduto e sono crollato perdendo ogni capacità di autocontrollo. Mi sentivo come se mi avessero buttato in una pozza d’acqua, tanto ero sudato. Gli altri detenuti hanno cercato di calmarmi, ma in vano. All’improvviso tutti i prigionieri nella nostra divisione hanno cominciato a piangere. Nessuno poteva piu’ sostenere la tensione. E ‘stato molto, molto difficile. Ancora oggi, non mi piace parlarne, perché e’ un pensiero che mi addolora moltissimo. Prima di quel momento, non avevo visto nessuno dei due per ben sei anni, ovvero dall’ultima volta che avevano avuto il permesso di farmi visita.
Quando è arrivato il momento di uscire dal carcere, sapevo che dovevo lasciarmi Shadi alle spalle [Shadi sta ancora scontando l’ottavo anno di una condanna a 28 anni, in quanto accusato di essere coinvolto in un piano volto a catturare un soldato israeliano da utilizzare in uno scambio di prigionieri; Hadi e’ stato rilasciato dopo tre anni e mezzo di detenzione].

Quando e’ arrivato il momento della mia liberazione ed è stato tempo di dirgli addio, volevo far si’ che le cose si svolgessero molto rapidamente in modo da riuscire a mantenere la calma. Così ho cercato di tagliare corto, ma lui mi ha voluto accompagnare negli ultimi 150 metri. Non volevo che cio’ accadesse, ma lui lo ha fatto lo stesso. Ho provato a rimanere forte, e ci sono riuscito fino a quando non siamo arrivati ​​alla porta ed e’ stato davvero tempo di separarci. Quello è stato il momento più difficile della mia vita. Lui si e’ messo in ginocchio ed ha cominciato a baciarmi i piedi ….

I primi tempi dopo  essere entrato in prigione, ho potuto vedere i miei figli solo occasionalmente durante le visite. Poi li ho rivisti solo quando erano in prigione con me. Ma quando stavo per uscire ho creduto di non riuscire a rivedere Shadi mai piu’, perché sapevo che le visite ci sarebbero stato negate. In verita’ temevo che sarebbe stata l’ultima volta che lo avrei visto … [piange]

Ogni essere umano ha un punto debole… L’essenza di essere umani, è quella di rimanere sensibili. Se uno non empatizza con la propria famiglia e con le persone che gli sono più vicine, come puo’ pensare di sentirsi vicino a qualsiasi altro? Se una persona permette che la sua sensibilita’ gli venga portata via, allora perde del tutto la sua umanita’.

Come ti sei sentito quando hai saputo dell’operazione militare in cui la resistenza era riuscita a catturare Gilad Shalit e che questo era stato preso vivo? Hai creduto che il tuo tempo in carcere sarebbe finito presto?

Per molti anni mi sono detto che solo una volta arrivato a casa, avrei davvero potuto credere di essere libero. Non mi volevo infilare in un tunnel di incertezza, vivere in una situazione di costante dubbio su come sarebbe finita davvero la liberazione di Shalit e se alla fine questa avrebbe portato alla mia scarcerazione o meno. Lo avevo gia’ fatto in precedenza senza trarne alcunche’. Naturalmente tutti i prigionieri ne parlavano, e discutevano di quanto si sapeva sulla lista di quelli che sarebbero stato liberati o no. Ma io ascoltavo, lasciando che la questione mi passasse sopra senza lasciare segni. Dicevo spesso – ‘ Non me ne parlare’ .Tutto quello che avevo da dire in merito era ‘ok, va bene’. Non permettevo a me stesso di porre attenzione sulla questione fino a quando questa non fosse finita.

Poco prima che l’affare fosse concluso, ho saputo che il mio destino e quello di Abu Nour era stato deciso. Loro [Israele] volevano che fossimo espulsi [dalla Palestina]. Ma a quanto pare, durante le trattative c’è stata una forte spinta per assicurare il nostro ritorno al villaggio, grazie alla ferrea volontà dei negoziatori di Hamas ed all’aiuto gli intermediari egiziani. In verità non ero sicuro di poterci veramente sperare…. ed ancora oggi, ogni tanto faccio fatica a credere che sia successo davvero.

La stampa occidentale ed israeliana hanno posto enorme attenzione sulla persona di Gilad Shalit. Cosa ne pensi del fatto che a lui sia stato dedicato uno spazio cosi’ grande rispetto a quello speso sui detenuti palestinesi?

Il popolo palestinese e’ sotto occupazione.Non mi sorprende che i media non abbiano sollevato la questione delle migliaia di persone che si trovano in carcere. Non ci hanno mai dato alcun valore o considerazione. Per loro era Shalit la vittima, il capro espiatorio.Tutto il mondo parlava di Shalit. Ma nessun popolo potrà mai essere vittorioso fino a quando il valore di ogni individuo non venga rispettato. Ancora oggi, per la comunità internazionale siamo senza alcun valore. Per loro solo gli occidentali valgono qualcosa.

Purtroppo, bisogna ammettere che anche da parte nostra ci sono delle responsabilita’. Non abbiamo il coraggio di sollevare tali questioni di fronte alle organizzazioni internazionali, anche durante i negoziati il problema dei prigionieri non viene sufficientemente sottolineato – in quanto consideriamo normale che la gente sia incarcerata. Se ci fosse più rispetto per il valore del singolo individuo nella nostra società, tutto cio’ non potrebbe accadere.
L’essere umano deve essere elevato al posto piu’ alto nella scala dei nostri valori. La terra rimane tale, anche se ci si costruisce sopra. Ma l’essere umano durante la sua esistenza subisce tantissimi cambiamenti: quelli di età, quelli della mente, quelli del corpo – e tutto cio’ ha luogo in un periodo di tempo piuttosto breve, ovvero quello della propria vita. Dobbiamo quindi imparare a dare più valore al nostro popolo.

Nonostante questo, la calda accoglienza che abbiamo ricevuto al nostro rilascio è stata esaltante, e abbiamo davvero sentito che era sincera. Abbiamo visto lacrime e sorrisi raggianti. Tutto questo mescolato insieme. Ci si sente felici, ma allo stesso tempo si vorrebbe piangere. Infatti sul bus che ci ha portato via dalla prigione, la maggior parte dei prigionieri piangevano sulla strada per Ramallah. La stessa cosa avvenne quando siamo entrati nel nostro paese. Ci siamo sentiti molto orgogliosi quando abbiamo visto i festeggiamenti e le celebrazioni di benvenuto. Ci ha dato una carica che ci sosterrà per molti anni. Si sentiva che, per quanto la nostra lotta sia stata lastricata di problemi, errori e negligenze, la maggior parte del popolo palestinese pensava che ne fosse valsa la pena.

Il mondo arabo e islamico, insieme a gran parte del ‘terzo mondo’ sostengono la causa palestinese. Ma l’Occidente conosce poco della gente di qui.Qual è il tuo messaggio per loro?

Non ci faremo ingannare da discorsi vuoti.Non è sufficiente, che il mondo arabo e islamico sia solidale con noi a parole. La lingua non libera nulla. E soprattutto le parole si possono rigirare in tanti modi. Vogliamo una posizione chiara da parte degli stati arabi ed il popolo arabo in generale, vogliamo che vengano adottati i principi storici originali del nostro movimento come una causa araba e islamica, e che ce ne si assuma la responsabilita’.

Oggi le preoccupazioni dei regimi arabi sono solo quelle di mantenere il potere distruggendo le loro opposizioni – e tutto cio’ non ha nulla a che vedere con l’assunzione di posizioni chiare a sostegno della nostra causa, ne’ su base nazionale, islamica, o morale. Ma alla fine saranno tutti cacciati. Speriamo che quella che chiamano la ‘primavera araba’ sia davvero in grado di farlo.

Per quanto riguarda i regimi occidentali – non c’è niente di peggio. Perché sanno la verità, e decidono di ignorarla. Guardate il Regno Unito. Sanno benissimo ciò che sta accadendo qui e sono consapevoli di esserne la causa originaria. Gli Stati Uniti uguale, sanno perfettamente quello che succede qui, anche meglio dei palestinesi stessi. Ma sono proprio loro che hanno interesse a che le cose rimangano cosi’ come stanno ora.
Naturalmente, a tutti coloro che parlano di civiltà e di diritti umani, e che chiedono che si ponga fine alle ingiustizie nel mondo, chiediamo di schierarsi con quella gente i cui terreni, la nazionalità, e le risorse vengono rubati giorno per giorno. Chiediamo loro di stare con noi, per liberarci da questa ingiustizia.  Noi siamo le ultime persone sulla terra che sono ancora sotto occupazione. C’e bisogno che tutti se ne rendano conto e che prendano una posizione ferma a riguardo.

* Toufic Haddad è il co-autore ed editore di “Readings in Israel, the Palestinians and the US ‘War on Terror'” (Haymarket Books, 2007). Attualmente è dottorando in Development Studies presso la Scuola di Studi Orientali e Africani di Londra.

 

Traduzione a cura di Laura Brunori
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