RITRATTI DA HEBRON

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2 marzo 2015

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RITRATTI DA HEBRON

ISSA
Hebron, una delle città più antiche della storia, ci accoglie con un panorama mozzafiato.
Dall’alto della collina dopo aver attraversato un campo di ulivi ammiriamo la moschea delle tombe dei patriarchi spiccare fra le case tradizionali in pietra del Suq.
Siamo sul terrazzo della sede dello YAS, Youth Against Settlemnets, un’associazione di giovani Palestinesi della città che ha deciso di resiste all’occupazione attraverso la resistenza non violenta.
Per un attimo la serenità prende il sopravvento e facciamo amicizia con i ragazzi. Velocemente ci sediamo fuori, protetti dagli ulivi, per iniziare ad ascoltare il loro racconto.
Ma prima che Issa, il fondatore del movimento, inizi il suo discorso, già capiamo che questo non siamo in un posto qulunque:
una di noi voltando l’angolo della casa si trova davanti un soldato armato di tutto punto che passeggia ai confini della proprietà. Facendoci bene caso non è il solo. Vanno e vengono tutt’intorno a noi. Qualcosa veramente non va.
Ma Issa è tranquillo. Con tono rassicurante ci fa capire che è tutto normale. Quelle intorno a noi sono case costruite da Palestinesi, ma una alla volta sono state occupate illegalmente da coloni, e i soldati sono li per proteggerli dai palestinesi.
“Eh?”
Si proteggerli. Garantiscono la loro sicurezza.
Proteggere anche chi ha occupato una casa illegalmente e non rispetta una sentenza della corte suprema israeliana che intima loro di andarsene?
Si! Proteggere loro!
Qui le guardie proteggono i ladri.
Qui vige l’apartheid: Siamo seduti gli uni accanto agli altri, ma quelli di noi con passaporto europeo sono soggetti alla legge civile, mentre chi ha passaporto Palestinese, alla legge militare.

Secondo la legge civile, si è innocenti fino al momento in cui l’autorità non dimostra il contrario.
Secondo la legge militare invece, si è colpevoli fino al momento in cui non si dimostra la propria innocenza.
“Basta che un colono o un soldato dichiari che io ho fatto qualcosa, senza dover mostrare prove concrete, che io finisco in carcere.” ci spiega Issa.
Per resistre a Hebron bisogna essere creativi se non si vuole essere cacciati o incarcerati.
Per questo i ragazzi dello YAS hanno pensato di munirsi di telecamere. I filmati costituiscono una delle poche prove di evidenza che si possano portare in un processo, e che possano quindi dimostrare la completa innocenza dell’imputato.
Ecco perchè tutti loro hano sempre una videocamera in tasca e perchè insegnano alle loro famigle ad usarle per fare la stessa cosa.

I sopprusi a Hebron sono senza fine: plotoni di soldati occupano la città in ogni suo angolo, spuntano dai tetti, fermano i passanti, piantonano ingressi delle case di notte, bloccano la strada di giorno.
Ma non finisce qui: dal 1994 il centro del Suq e 1800 negozi palestinesi sono stati chiusi.
Il cuore della città non batte più. Al posto loro ci sono nuovi coloni e sempre più soldati a proteggerli.
Percorriamo l’arteria cittadina principale del centro, Shuada street, ormai diventata una città fantasma. Chi ci accompagna è Palestinese e non può percorrela, deve fare un’altra strada: a lui non è permesso passare di qui.
Il motivo di tutto ciò ha dell’assurdo:
21 anni fa Baruch Goldstein, un colono ebreo ortodosso nazionalista entrò nella Moschea dei Patriarchi e aprì il fuoco sui fedeli uccidendo decine di Palestinesi e ferendone un centinaio. Da allora, per proteggere i coloni ai palestinesi non è più permesso ai Palestinesi passare di qui.
Quel giorno vennero punite le vittime e protetti i carnefici
E da 21 anni, quotidianamente la storia si ripete.

YEHUDA
Yehuda Shaul è fondatore e membro dell’ organizzazione di veterani Israeliani “Breaking the Silence”.
Nato e vissuto a Gerusalemme, da genitori americani ebrei ortodossi, é cresciuto nell’ambiente politico della destra israeliana e dell’ebraismo più rigidamente legato alle tradizioni.
Come tutti i giovani israeliani al raggiungimento della maggiore età viene chiamato a svolgere la leva militare per 3 anni dal 2001 al 2004 durante il picco di violenza della seconda Intifada, prestando servizio per due anni in Cisgiordania e l’ultimo anno a Hebron.
Nell’ultimo periodo della sua leva, Yehuda comincia ad avere dubbi e si pone varie domande su ciò che è chiamato a fare.
Sente che c’è qualcosa che non va, ha la sensazione di non fare cose corrette ma, nell’esercito non c’è tempo per pensare: ci sono delle missioni da portare a termine, bisogna agire.
Negli ultimi mesi di servizio inizia ad avere meno missioni e più tempo per pensare. È il momento in cui inizia a ragionare come civile e non più come militare.
“Questo é stato il momento più difficile.” ci dice. In lui inizia a crescere sempre più forte la sensazione di aver fatto qualcosa di sbagliato e sente la necessità di fare qualcosa di diverso.
Decide di confidarsi con alcuni commilitoni e scopre che molti di loro si stanno facendo le sue stesse domande.
Era il momento di fare qualcosa. Che cosa cosa non lo sapevano ancora: “Quando c’è qualcosa che non va, urli.” E hanno trovato il modo per “urlare”.
Infatti pochi mesi più tardi, nel giugno del 2004, 64 ragazzi della sua unità inaugurano a Tel Aviv una mostra fotografica con scatti di ordinarie azioni di occupazione. Scene che lui definisce “non comunicarli nulla” non perchè non siano violente, ma perchè erano talmente abitudinarie che per qualunque soldato a fine servizio, erano semplicemente quotidianità.

La mostra ha creato presto agitazione e interesse, non solo nel pubblico ma anche da parte del Parlamento e della stampa.
“Le persone arrivavano incuriosite e volevano capire qual’era il nostro obiettivo. Avevamo aperto il vaso di Pandora”.
“Ci siamo resi conto che la popolazione di civile Israele era ignara a ciò che realmente accadeva nei territori occupati, a differenza dei militari che erano abituati a quella routine. Ogni soldato si poteva riconoscere in quelle foto.”
A questo punto é nata Breaking the Silence, un associazione con l’obiettivo di dare voce alle esperienze dei soldati che vogliono rompere il silenzio sull’occupazione (ad oggi sono state raccolte circa 1000 testimonianze) e di sensibilizzare i civili (anche e soprattutto i ragazzi in pre leva) con visite guidate a Hebron in stretta collaborazione con i ragazzi palestinesi di Youth Against Settlements.

Per maggiori informazioni:

Youth Against Settlements: http://hyas.ps/en/index.php/en/https://www.facebook.com/media.yas

Breaking The Silence: http://www.breakingthesilence.org.il/https://www.facebook.com/BreakingTheSilenceIsrael?fref=ts
E.

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