Rivoluzionarie, vittime o protagoniste?

admin | March 8th, 2013 – 11:35 am

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Sally Toma, Sarah al Sirgany, Sihem Bensedrine. Finalmente qualche voce araba a Roma, a parlare di rivoluzioni e Risveglio Arabo, più che solo di donne…. Organizzata da Silvia Costa, relatrice di un risoluzione sulle donne arabe che sarà discussa nei prossimi giorni nel Parlamento europeo, la giornata su La primavera araba due anni dopo. È ancora donna? non è stata né una celebrazione dell’8 marzo (ormai sono abbastanza allergica a questo tipo di celebrazioni), né una discussione autoreferenziale sulle rivoluzioni arabe. È stata, invece, una bella sequenza di idee.

E come sempre, ascoltare le voci arabe – in questo caso voci di donne – è un buon cibo per la mente, per superare letture superficiali ancora in voga. Due egiziane, della nuova generazione di attiviste, e una donna tunisina che ha vissuto l’esilio, unite da una lettura comune del Risveglio Arabo. La lettura comune parla di diritti, tutti i diritti.

Ecco il mio intervento di ieri. Veramente l’ho fatto a braccio, ma questi sono gli appunti.

Fatti i dovuti distinguo nazionali, tra le singole rivoluzioni e rivolte, qualche filo rosso si può comunque tracciare. E sono fili che intrecciano tutti, a mio parere, la questione di genere. Sia sul piano del metodo, sul percorso, sugli obiettivi, sulle richieste socioeconomiche, culturali e politiche.

Il metodo, anzitutto. L’inclusività. Nella prima fase, la fase eroica, epica, rivoluzionaria, l’inclusività è stata la cifra di quello che è successo. E a ragione, secondo me, la piccola Repubblica di Tahrir è stato il modello, il più mediatizzato, di un metodo seguito a Tunisi, nella dimenticata Manama, ma anche in Marocco, e – per quanto possibile – in quella breve fiammata (per nulla sopita, ma anzi carsica, sotterranea) del 15 marzo 2011 in Palestina. Inclusività significa, in questa giornata è il caso di sottolinearlo, la presenza delle donne nelle strade e nelle piazze. Donne = rivoluzionarie. Non è un dettaglio, poiché la presenza delle donne qualifica le rivoluzioni arabe. Dove non ci sono state donne per le strade, il percorso e lo stesso contenuto delle rivoluzioni sono stati diversi. Senza le donne, non c’è stata rivoluzione, anche se ora – viste le,enormi difficoltà delle fasi costituzionali – una asserzione come questa sembra del tutto svincolata dalla realtà. Io, invece, ritengo che le difficoltà delle fasi costituzionali in Tunisia e in Egitto siano un colpo di coda, un tentativo complesso di fermare una trasformazione in atto, in cui le donne sono – certo – tra le principali vittime. Un tentativo duro, che però non può più di tanto fermare un’evoluzione in cui le donne sono necessariamente protagoniste.

Inclusività significa anche, nell’interpretazione del secondo risveglio arabo, superare la lettura – a mio parere estremamente superficiale e talvolta in malafede, in Occidente – del secular-islamist divide, della spaccatura tra laici e islamisti. Sappiamo benissimo, per il caso egiziano, ma anche per quello del Bahrein, del Marocco, e della Palestina, che le insurrezioni, le rivolte, le giornate della rabbia hanno messo assieme ragazzi, ragazze, uomini, donne di diverse culture politiche, uniti dalla richiesta di diritti. Altra cosa sono i movimenti organizzati, di lunga tradizione come i Fratelli Musulmani, o giunti da pochissimo sulla scena politica, come parte del salafismo. Altra cosa sono alcuni setorici laici, ormai anacronistici sia negli slogan, sia nella lettura vecchia della galassia islamista. I protagonisti di Tahrir, in genere appartenenti alla generazione più giovane, sono fuori da queste logiche: hanno avuto come collante i diritti, e non l’appartenenza ai settori laici o islamisti.

Siccome però non siamo ingenue, sappiamo che questo metodo – l’inclusività – è stato superato, in questa seconda fase del risveglio arabo. La fase indigesta delle transizioni. E allo stesso modo è stata superato il percorso iniziale, scelto come per istinto politico dalle masse che sono scese per le strade. Il percorso è stato quello della democrazia partecipativa, un concetto complesso, su cui ci interroghiamo soprattutto ora, nel postelezioni, in Italia. La democrazia partecipativa dei primi mesi del 2011 è stato un percorso politico che nasceva, appunto, dal metodo, quello della inclusività. Ed è chiaro che non si ha democrazia partecipativa senza le donne, ma anche senza, i giovani, senza i poveri, senza le diverse componenti religiose.

La questione di genere, e le donne in quanto soggetti politici, non sono dunque le sole vittime di queste fasi indigeste delle transizioni dai regimi autocratici alle democrazie. La prima, principale vittima è l’impianto stesso su cui la prima fase rivoluzionaria si è fondata. Il metodo = l’inclusione. Il percorso = la democrazia partecipativa. E l’obiettivo = la difesa dei diritti. È solo considerando la questione di genere parte integrante di un obiettivo complessivo, e cioè i diritti di tutti e di ciascun individuo, i diritti collettivi, i diritti individuali, i diritti di cittadinanza, i diritti sociali, i diritti sindacali, i diritti dei minori, che riusciremo a comprendere quello che sta succedendo. I diritti di genere, e dunque ivi compresi i diritti delle donne, sono dentro un recipiente che contiene tutti i diritti. E con essi costituisce l’architettura di una nuova, possibile democrazia.

A prima vista, chi non sarebbe d’accordo con una visione di questo genere? E invece io credo che nella lettura delle rivoluzioni, così come nella lettura del periodo precedente, dei regimi, ma anche dell’islam politico, l’errore compiuto è stato quello di staccare la questione di genere dal resto. Le donne dal resto. Ancora una volta usate per replicare lo stereotipo orientalista, ma senza riflettere invece sul quadro più completo della situazione. Un esempio, crudo. Quello delle molestie sessuali. I giornali europei hanno sparato titoli, lunghi articoli – giustamente – sulle molestie e le violenze sessuali sulle donne, al Cairo. Come se le molestie fossero iniziate dopo il 2011. Non vi è stata attenzione alcuna sulle molestie sessuali in genere, dunque anche sugli uomini, dunque su pratiche vessatorie, di vera e propria tortura, che appartenevano al vecchio regime di Mubarak, e che ora si stanno replicando, da parte di diversi attori. La domanda, dunque, è: difendiamo il rispetto per la persona, per la sua integrità, per la sua individualità, difendiamo lo Stato di diritto, le regole, l’abolizione della tortura, oppure difendiamo solo le donne?

Il mio timore, insomma, è che ci siamo concentrate sul divide tra laici e islamisti, quando – parallelamente – era l’intero impianto dei diritti a essere messo in discussione. Perché abbiamo dimenticato la questione sociale, che continua anche oggi a essere uno dei nodi delle rivoluzioni? E sulla questione sociale le questioni di genere si giocano una parte del futuro.

L’altro nodo, delicatissimo nel mondo arabo – così come si presenta oggi – è il riconoscimento reciproco. La legittimazione degli attori politici. Nodo delicatissimo, perché il particolare modo in cui le transizioni si stanno svolgendo rende difficile, talvolta impossibile, per le diverse parti in gioco, riconoscere all’altro la legittimità necessaria. Ma credo sia necessario tornare allo slogan principale, al shab yurid isqat al nizam, “il popolo pretende che cada il regime”, per ritrovare il filo che lega la fase rivoluzionaria alla democrazia compiuta. La condivisione del potere, sulla base di un riconoscimento reciproco dei diversi attori politici e sociali.

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