Rompere il blocco navale a Gaza

3 Ott 2013

Martedì l’Intifada Youth Coalition, un’organizzazione di Gaza, ha dichiarato di essere in procinto di violare il limite di 6 miglia nautiche imposto da Israele ai pescatori gazawi. Il gruppo ha dichiarato di essere in contatto con diversi altri gruppi per l’organizzazione della manifestazione.

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 Ci sono circa 3700 pescatori a Gaza e 700 imbarcazioni. L’industria ittica dà lavoro a circa 45 mila palestinesi nella Striscia di Gaza / Fotografia: Al Akhbar

Una nave cargo è stata di recente ricostruita da palestinesi e attivisti internazionali con l’intento di farla salpare dal porto di Gaza carica di prodotti palestinesi da vendere ad acquirenti al di là dei confini, violando il blocco navale imposto da Israele. Gli attivisti sono ben consapevoli che le forze israeliane proibiranno a qualsiasi imbarcazione di lasciare il porto di Gaza.

A seguito del disimpegno della Striscia di Gaza nel settembre 2005, Israele ha unilateralmente stabilito una zona cuscinetto tra le coste e i confini marittimi di Gaza, area il cui accesso è vietato ai palestinesi. Le dimensioni precise della zona cuscinetto non sono chiare e le direttive sono spesso fatte rispettare con le armi.

Le creazione di una zona cuscinetto è illegale sia per il diritto internazionale sia per la legge israeliana. Impedire ai palestinesi di accedere alle loro terre e alle aree di pesca è una violazione di molte disposizioni del diritto internazionale dei diritti umani, incluso il diritto al lavoro, il diritto ad un adeguato standard di vita e il diritto alla salute. L’utilizzo delle armi da fuoco per far rispettare la zona cuscinetto spesso porta ad attacchi indiscriminati e/o mirati ai civili; entrambi rappresentano dei crimini di guerra.

Israele ha formalmente imposto restrizioni alla libertà di movimento dei palestinesi a partire dal giugno 1989, quando venne implementato un sistema di carte magnetiche, per il quale solo i possessori di tale documento potevano lasciare la Striscia di Gaza. Le autorità israeliane non rilasciavano il lasciapassare agli ex prigionieri, agli ex detenuti amministrativi o a coloro che erano stati incarcerati e rilasciati senza che nessuna accusa fosse stata formulata nei loro confronti.

Nel gennaio 1991 iniziò ad essere applicata una politica di chiusura totale e definitiva della Striscia. Tutti i residenti a Gaza che desideravano viaggiare in Israele o Cisgiordania doveva richiedere un permesso personale d’uscita. Alla vigilia degli Accordi di Oslo, nel marzo 1993, Israele impose una chiusura generale di Gaza con la costruzione di checkpoint permanenti.

Nell’ottobre 2000 le forze israeliane decisero una chiusura completa, costruendo una barriera elettronica che cinge la Striscia. Inoltre, bombardarono l’aeroporto internazionale di Gaza, oggi in disuso. Durante la Seconda Intifada, le forze sioniste distrussero le infrastrutture di un porto marittimo in costruzione.

Il blocco navale ha pesantemente danneggiato l’industria ittica gazawi. Stando agli accordi di Oslo, i palestinesi potevano disporre di 20 miglia nautiche (37 km) per la pesca, ma il trattato non è mai stato ratificato e gli israeliani hanno permesso ai pescatori di muoversi in un’area di 6 MN (11 km) e in molti casi di sole 3 MN (5.6 km).

Inoltre l’accesso è costantemente negato lungo le 1.5 MN (2.8 km) a Nord, lungo il confine marittimo con Israele e per un miglio nautico (1.85 km) a Sud, lungo il confine con l’Egitto.

L’OCHA ha stimato che i pescatori gazawi dovrebbero allontanarsi almeno di 12-15 miglia dalla costa per poter intercettare grandi banchi di pesci; in particolare, le sardine si trovano non più vicine di 6 MN dalla costa. La conseguenza del blocco navale è stato l’eccessivo sfruttamento e quindi la diminuzione drastica dei banchi presenti vicino alle coste. Nel 1999, prima dell’istituzione del blocco, il totale del pescato si aggirava sulle 4000 tonnellate, nel 2008 si è fermato a sole 2700.

Il sindacato palestinese dei pescatori ritiene che il blocco navale abbia avuto ripercussioni sull’80% del settore ittico di Gaza.

Negli anni ‘90, l’industria ittica aveva un valore di 10 milioni di dollari annui, il 4% del totale dell’economia palestinese. Questi dati si sono dimezzati tra il 2001 e il 2006. Ben 45.000 palestinesi erano impiegati nel settore, come pescatori, riparatori di reti e come venditori di prodotti ittici. Il pesce rappresentava inoltre la principale fonte di apporto di proteine animali nella dieta dei gazawi.

Il Comitato internazionale della Croce Rossa ha fatto anche sapere che oggi il “90% dei 3.700 pescatori di Gaza sono poveri, con un reddito mensile tra i 100 e i 190 dollari, o molto poveri, con un guadagno inferiore ai 100 dollari, mentre nel 2008 erano solo il 5%.”  

Alternative Information Center

Inviato da aicitaliano il Gio, 03/10/2013 – 11:28

 

http://www.palestinarossa.it/?q=it/content/aic/rompere-il-blocco-navale-gaza

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