Rompiamo il silenzio | Una bomba coloniale | Quando l’Europa mostra gli attributi

In questi mesi estivi sono state pubblicate diverse notizie di grande rilievo per la Palestina. Le accenniamo in sintesi, per stuzzicare la lettura più approfondita.

Rompiamo il silenzio
Due soldatesse decidono di raccontare dall’interno le ordinarie violenze che l’esercito di Tel Aviv riserva alle popolazioni arabe sotto occupazione
di Michele Giorgio

Gil e Adi facevano parte delle unità combattenti impegnate in Cisgiordania. Ma un bel giorno si sono chieste perché tanti pestaggi, abusi e vessazioni senza un motivo valido «Quando prendi servizio ti spiegano che più aggressivo ti mostri e più rispetto otterrai»
«È la norma. Mantenere un comportamento aggressivo e violento nei confronti della popolazione palestinese è la norma. Questo valeva per la mia compagnia e per tutte le altre. Ti spiegano sin dal primo giorno in cui prendi servizio che più aggressivo ti mostri e più rispetto otterrai dagli arabi». (…)
A Hebron, prosegue l’ex soldatessa, «arrivai con l’intenzione di svolgere i miei compiti con zelo e senza esitazioni. Indossai la divisa con l’idea che in quella città avrei protetto il mio Paese dal terrorismo, dalla minaccia araba. Quelle cose che ti dicono sin da piccolo, ovunque, in tante occasioni».
Quel giorno però accade qualcosa che avrebbe aperto a Gil gli occhi su quella realtà. «Procedevamo nella casbah – dice – i negozi palestinesi in gran parte erano chiusi e in giro si incontravano poche persone con lo sguardo basso, che sembravano temerci. Non mi sembravano dei terroristi ma ricordavo l’ammonimento che in modo esplicito o con mezze parole ci avevano ripetuto durante l’addestramento: gli arabi sono potenziali terroristi».
A un certo punto, prosegue Gil, «due dei miei compagni di pattuglia fermarono un giovane. Gli chiesero i documenti, lui tirò fuori la carta di identità. Dopo un po’ lo incalzarono con tante domande, lui rispondeva alzando la voce. Fu in quel momento che lo spinsero dentro un vicolo e cominciarono a pestarlo, calci e schiaffoni per un paio di minuti. Poi lo lasciarono andare e noi proseguimmo il nostro giro come se nulla fosse accaduto». La soldatessa rimase in silenzio. Una volta tornata alla base si rivolse al comandante. «Gli chiesi i motivi di quel pestaggio. Quel palestinese era pericoloso, era stato segnalato? E se era un terrorista perché lo avevano lasciato andare senza arrestarlo. Mi rispose perentorio di far silenzio e di eseguire gli ordini. Qualche giorno dopo mi disse che “chi fa troppe domande non torna a casa in licenza e resta di guardia nella base”. Rimasi in silenzio, mi mancavano i miei fratelli, i miei genitori, volevo rivederli».
«Amo Israele ma quello che ho visto quel giorno e nel periodo successivo a Hebron mi ha aperto gli occhi. I palestinesi non sono un popolo di terroristi ma persone come noi, che vogliono vivere in libertà. Noi li stiamo opprimendo, in ogni modo, e io ho il dovere di dirlo alla mia gente, alla mia società. A Hebron il nostro compito non è mantenere la sicurezza ma comportarci come guardie del corpo dei coloni che non esitano a commettere abusi e violenze contro la popolazione araba». Breaking the Silence, conclude l’ex soldatessa, «mi ha dato la possibilità di rivelare tutto questo agli israeliani e al resto del mondo. Non si può più tacere». Il Manifesto, 14 agosto 2013

Una bomba coloniale. L’ennesimo regalo di Netanyahu agli ultranazionalisti
di Emma Mancini

Ventisei prigionieri in cambio di 1.200 abitazioni. Un colpo al cerchio (palestinese) e uno alla botte (israeliana), quelli dati ieri dalle autorità di Tel Aviv che in poche ore hanno probabilmente messo la parola fine a un negoziato di pace mai realmente partito. Una era la precondizione posta dall’Autorità Palestinese per accettare una ripresa dal dialogo: il congelamento immediato dell’espansione coloniale nei Territori Occupati.
Una precondizione mai accettata dal governo israeliano e su cui il segretario di Stato americano John Kerry – sponsor di negoziati di cui l’amministrazione Obama ha un mediatico bisogno – aveva chiesto al presidente Abbas di sorvolare. Ma l’annuncio di ieri, a tre giorni dall’incontro dei team di negoziatori a Gerusalemme dopo il primo meeting conoscitivo a Washington, ha l’effetto di una bomba sui già deboli sforzi di pace.
Quasi milleduecento nuove unità abitative in colonie di Gerusalemme Est e Cisgiordania: ad annunciare il via libera definitivo al nuovo progetto è stato domenica Uri Ariel, ministro dell’Abitazione e membro del partito Casa Ebraica di Naftali Bennett, strenuo sostenitore del movimento dei coloni israeliani. Delle 1.187 nuove unità abitative, 793 saranno costruite a Gerusalemme Est, le restanti 394 in Cisgiordania, nelle imponenti colonie di Ma’ale Adumim, Efrat e Ariel, vere e proprie città in grado da sole di disintegrare la continuità territoriale di un eventuale futuro Stato di Palestina.
«Un sabotaggio», ha definito le nuove 1.187 case per coloni il negoziatore palestinese Mohammed Shtayyeh: «È chiaro che il governo israeliano sta deliberatamente tentando di sabotare gli Stati Uniti e gli sforzi internazionali per la ripresa dei negoziati. Israele continua a usare i negoziati di pace come cortina di fumo per la costruzione di nuove colonie. È palese che non c’è alcun interesse al dialogo».
A protestare ieri non è stata solo la leadership palestinese ma anche l’Unione Europea, da qualche mese impegnata in una serie di azioni concrete contro l’espansione coloniale israeliana: «Le colonie israeliane in Cisgiordania sono illegali secondo il diritto internazionale e minacciano di rendere impossibile la soluzione a due Stati», ha commentato Michael Mann, portavoce dell’Alto Rappresentante agli Affari Esteri, Catherine Ashton. A fare eco a Bruxelles è intervenuta anche la Gran Bretagna, chiedendo l’immediato ritiro della decisione.

Netanyahu sa bene che è meglio il consenso oggi che un negoziato vuoto domani. E come ogni leader israeliano, passato e presente, sa che ogni metro occupato in territorio palestinese è un punto in più da giocarsi al futuro tavolo del negoziato.
Quando – non certo oggi – israeliani e palestinesi avvieranno un dialogo serio, le colonie saranno un dato di fatto tanto concreto e visibile difficile da non tenere in considerazione. Il governo israeliano ne è consapevole: ogni collina, ogni valle, ogni strada occupata oggi è un’assicurazione per il domani. Il Manifesto 13 agosto 2013

Quando l’Europa mostra gli attributi
di Ugo Tramballi

Barack Obama aveva appena parlato a Gerusalemme, la primavera scorsa. Premettendo che gli Stati Uniti garantiranno sempre e con ogni mezzo la sicurezza di Israele, il presidente invitava a tornare al dialogo per arrivare alla soluzione dei “due Stati per due popoli”. Agli israeliani chiedeva di mettersi nei panni dei palestinesi: immaginatevi cosa significa vivere quotidianamente sotto occupazione, era il senso della sua esortazione. (…)
Dal suo inizio il movimento dei coloni ha avuto gravi connivenze governative – da destra e da sinistra – e soprattutto in questi ultimi anni, è diventata la lobby più forte e pericolosa per la democrazia israeliana. Più rubavano terre di altri, più i loro giovani nazional-religiosi conquistavano posizioni importanti nei gradi intermedi delle forze armate, più vincevano seggi nella Knesset e dicasteri di governo, più Israele veniva isolata dal resto del mondo civile.

Il movimento dei coloni è ormai un mostro che, se non fermato in tempo, ucciderà la democrazia israeliana. Dayan e i suoi sanno perfettamente quello che stanno creando: un altro Sudafrica bianco con una larga minoranza non ebraica che un giorno diventerà maggioranza, trasformata in cittadini senza diritti o deportata. A loro, i coloni, non importa: sono convinti che Dio, gli Stati Uniti o entrambi non si opporranno mai, che la loro impunità è a prova di Storia.

Invece l’Unione Europea ha stabilito che dal primo gennaio tutti i contratti economici, commerciali, culturali, scientifici, tecnologici con Israele, avranno una “clausola territoriale” obbligatoria: non varranno in Cisgiordania, sul Golan e a Gerusalemme Est, tutti territori occupati. Non solo: quel che sarà prodotto nelle colonie non potrà essere etichettato “made in Israel”. Due marchi importanti, per esempio: le creme Ahava del Mar Morto o i gloriosi vini Yarden del Golan non potranno più essere esportati in Europa.

Non è un boicottaggio a Israele, con il quale restano in essere tutti gli accordi e i privilegi commerciali, ma a un’occupazione che pensava di godere un’impunità assoluta. Gli stessi 28 Paesi che hanno votato compatti per la “clausola territoriale” (“Europa antisemita!”, già gridano i soliti) pochi giorni dopo, con la stessa compattezza, hanno votato per inserire l’ala militare di Hezbollah nella lista delle organizzazioni terroristiche. Come chiedeva Israele.

Da Slow News, 24 luglio 2013

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