Ronen Bergman :L’Iran nel mirino di Israele.

LUNEDÌ 13 FEBBRAIO 2012

Internazionale n. 935

10.02.2012

L’Iran nel mirino di Israele. 

di Ronen Bergman – The New York Times Magazine Gli israeliani non sono riusciti a fermare il programma nucleare di Teheran. Per questo sono pronti a bombardare le centrali iraniane. L’inchiesta di un giornalista israeliano pubblicata dal New York Times

                        

ll 13 gennaio 2012, mentre si avvicina la sera dello shabat, Ehud Barak cammina avanti e indietro nell’ampio soggiorno della sua casa a Tel Aviv: le pareti sono coperte da migliaia di libri su argomenti che vanno dalla filosofia alla strategia militare. Il ministro della difesa israeliano è il soldato più decorato della storia del paese e uno dei suoi leader più esperti, spesso al centro delle polemiche. È stato capo di stato maggiore dell’esercito, ministro dell’interno, degli esteri e premier. Ora, insieme al primo ministro Benjamin Netanyahu e agli altri dodici componenti del gabinetto per la sicurezza, deve prendere la decisione più importante della sua vita: se lanciare o no un attacco preventivo contro l’Iran.

Ci incontriamo nel tardo pomeriggio, dopo il tramonto. “Non è una questione astratta”, dice Barak mentre guarda le luci di Tel Aviv. “È una preoccupazione reale. Dopotutto i leader iraniani si sono posti come obiettivo strategico quello di cancellare Israele dalle mappe”.

Quando gli ricordo l’opinione dell’ex capo del Mossad, Meir Dagan, e dell’ex capo di stato maggiore, Gabi Ashkenazi – secondo i quali la minaccia dell’Iran non è imminente e un attacco militare potrebbe avere conseguenze catastrofiche – Barak reagisce con un’insolita rabbia. Lui e Netanyahu, dice, sono responsabili “in modo molto diretto e concreto dell’esistenza dello stato di Israele, anzi, del futuro del popolo ebraico. È un bene che ci siano opinioni diverse e che tutti possano esprimerle. Ma in fin dei conti sopra i militari ci siamo noi, il ministro della difesa e il primo ministro. E sopra di noi c’è solo il cielo”.

Tre domande

Netanyahu e Barak ribadiscono di non aver ancora preso una decisione né issato una scadenza entro la quale prenderla. Mentre parliamo, Barak elenca tre domande che richiedono una risposta affermativa prima di valutare l’eventualità di un attacco:

1. Israele è in grado di provocare seri danni ai siti iraniani e ritardare il programma nucleare di Teheran?

2. Israele ha il sostegno esplicito o tacito della comunità internazionale, e in particolare degli Stati Uniti?

3. Tutte le alternative per contenere la minaccia nucleare iraniana sono state già tentate e Israele non ha altra scelta? E, in questo caso, è la sua ultima opportunità per sferrare un attacco?

Per la prima volta da quando si è cominciato a parlare della minaccia nucleare iraniana, alcuni dei più influenti leader israeliani sono convinti che la risposta a tutte e tre le domande sia affermativa.

Negli anni novanta i servizi segreti israeliani e statunitensi davano per scontato che se l’Iran fosse riuscito a costruire la bomba atomica sarebbe stato grazie ai rapporti con la Russia, che stava costruendo un reattore nucleare a Bushehr e aveva assistito Teheran nella realizzazione del suo programma missilistico. Israele e gli Stati Uniti cercarono quindi di indebolire i legami tra la Russia e l’Iran, anche facendo pressioni diplomatiche su Mosca. Alla fine i russi assicurarono che avrebbero fatto di tutto per rallentare la costruzione del reattore iraniano e garantirono a Israele che, anche se fosse stato completato (com’è successo in seguito), non sarebbe stato in grado di produrre il concentrato di uranio o il plutonio necessari per realizzare armi atomiche.

I russi però non erano gli unici a collaborare con l’Iran. Il paese aveva rapporti segreti con la rete di Abdul Qadeer Khan, il padre della bomba atomica pachistana. Nel 2002 i servizi segreti statunitensi, britannici e israeliani, collaborando gli uni con gli altri, scoprirono un impianto per l’arricchimento dell’uranio costruito con l’aiuto di Khan a Natanz, 320 chilometri a sud di Teheran. Questa informazione, una volta verificata, scatenò la rabbia dei servizi segreti e dei militari israeliani, e alcuni di loro chiesero di bombardare il sito. Il primo ministro dell’epoca, Ariel Sharon, non autorizzò l’attacco. Invece passò la notizia a un gruppo dissidente iraniano, il Consiglio nazionale della resistenza, il quale annunciò al resto del mondo che l’Iran stava costruendo delle centrifughe a Natanz. Una squadra di ispettori dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) andò a visitare il sito e scoprì che l’Iran stava per completare il ciclo del combustibile nucleare, una serie di procedimenti necessari alla produzione di uranio arricchito.

Nonostante la scoperta del sito di Natanz e le sanzioni internazionali, all’inizio del 2004 i servizi segreti israeliani affermarono che il programma nucleare era ancora attivo. Sharon incaricò Meir Dagan, all’epoca capo del Mossad (l’agenzia di intelligence specializzata nelle operazioni all’estero), di “fermare la bomba iraniana”. Dagan aveva a disposizione fondi e poteri illimitati. Tra il 2004 e il 2007, durante una serie di incontri segreti con i funzionari statunitensi, Dagan espose la sua “strategia su cinque fronti”: pressioni politiche, azioni segrete, controproliferazione, sanzioni e cambio di regime.

Nel 2005 i servizi segreti e il ministero del tesoro degli Stati Uniti, in collaborazione con il Mossad, hanno dato il via a una campagna per localizzare e sabotare la struttura di finanziamento del programma iraniano. Il Mossad ha fornito agli americani le informazioni sulle aziende iraniane che facevano da copertura per le acquisizioni di materiale nucleare, sulle istituzioni che finanziavano le organizzazioni terroristiche e sui canali bancari creati da Teheran e Damasco per gestire queste attività. Gli Stati Uniti hanno cercato di convincere multinazionali e governi europei – in particolare Francia, Germania e Gran Bretagna – a interrompere la loro collaborazione con le istituzioni finanziarie iraniane. Nel dicembre del 2011 il senato di Washington ha approvato alcune sanzioni che prendono di mira la banca centrale iraniana.
Il programma nucleare di Teheran è stato ritardato anche da vari incidenti, per i quali gli iraniani danno la colpa ai servizi segreti occidentali, e in particolare al Mossad. Tra le operazioni segrete, la più discussa è sicuramente l’eliminazione degli scienziati che lavoravano al programma nucleare iraniano. Nel gennaio del 2007 Ardeshir Hosseinpour, un fisico di 44 anni che lavorava nell’impianto di Isfahan, è morto in circostanze misteriose. Secondo la versione ufficiale è rimasto asfissiato “in seguito a una fuga di gas”, ma i servizi segreti iraniani sono convinti che sia stato ucciso dagli israeliani. Il fisico delle particelle Massoud Ali Mohammadi è morto nel gennaio del 2010 nell’esplosione di una motocicletta parcheggiata vicino alla sua auto. Lo stesso anno, il 29 novembre, la polizia di Teheran ha inseguito due motociclisti che avevano fatto saltare in aria le auto di due figure chiave del programma nucleare, Majid Shahriari e Fereydoun Abbasi- Davani. Shahriari è morto nell’esplosione della sua Peugeot 405, mentre Abbasi-Davani e la moglie sono riusciti ad allontanarsi in tempo. Dopo questo episodio il presidente Mahmoud Ahmadinejad ha nominato Abbasi-Davani vicepresidente dell’Iran e direttore dell’agenzia atomica del paese. Nel luglio del 2011 un motociclista ha teso un’imboscata a Dariush Rezaei Nejad, un fisico dell’Organizzazione per l’energia atomica iraniana, mentre era in auto davanti a casa. Il motociclista ha estratto una pistola e l’ha ucciso sparandogli dal finestrino. A novembre un’esplosione in una base dei Guardiani della rivoluzione a cinquanta chilometri da Teheran ha causato la morte di 17 persone, tra cui il generale Hassan Moghaddam, capo della divisione missilistica di quel corpo militare. L’11 gennaio 2012 uno dei vicedirettori dell’impianto di Natanz, Mostafa Ahmadi-Roshan, è uscito di casa per andare al lavoro quando due motociclisti si sono avvicinati alla sua auto, a cui hanno attaccato una bomba magnetica. Ahmadi-Roshan è morto sul colpo.

Israele non ha mai ammesso il suo coinvolgimento in questi attentati. Anche se non si assume il merito delle operazioni, Meir Dagan approva gli attacchi contro gli scienziati iraniani e spiega che, oltre ad aver “tolto cervelli importanti” al programma, hanno provocato quelle che i servizi segreti israeliani chiamano defezioni bianche: gli scienziati sono così spaventati che chiedono di essere spostati su progetti civili.Come mi ha spiegato l’11 gennaio un alto funzionario del Mossad, “far parte di un prestigioso programma nucleare generosamente finanziato dallo stato comporta dei vantaggi, come il riconoscimento sociale, le maggiori possibilità di carriera, più fondi per la ricerca e un buono stipendio. Ma quando uno scienziato vede i suoi colleghi morire uno dopo l’altro, comincia a temere il giorno in cui un motociclista busserà al finestrino della sua auto”.

Mentre parlavamo si è avvicinato un uomo che mi ha riconosciuto e, sapendo che mi occupo di questioni legate alla sicurezza, ci ha chiesto: “Quando scoppierà la guerra? Quando ci bombarderanno gli iraniani?”. Il funzionario del Mossad ha sorriso mentre io cercavo di rassicurare l’uomo che nessuno sta per bombardarci. Scene simili si verificano quasi tutti i giorni – gli israeliani guardano i telegiornali, sentono dire che si stanno preparando dei bunker e che pochi mesi fa Israele ha lanciato un missile di prova – e tra la popolazione si sta diffondendo il panico, la paura che presto cominceranno a piovere missili.

Dagan è convinto di essere riuscito a rallentare la costruzione della bomba iraniana grazie alla sua strategia in cinque punti, in particolare grazie “all’uso combinato di tutte le armi”, come ha spiegato a un piccolo gruppo di giornalisti l’anno scorso. “Nella mente dei cittadini iraniani si è creato un collegamento tra le difficoltà economiche e il programma nucleare. Oggi in Iran c’è un intenso dibattito su questo problema, che divide i leader del paese”. Barak e Netanyahu sono meno convinti del successo della strategia del Mossad. Fin dall’inizio del loro mandato sostengono che Israele dovrebbe essere pronto a intervenire militarmente in caso di fallimento del Mossad. Anche l’esercito e l’intelligence militare stanno perdendo fiducia nelle operazioni segrete e nelle sanzioni internazionali. Tre ufficiali dei servizi segreti militari mi hanno riferito che, secondo le loro informazioni, gli iraniani avrebbero a disposizione circa diecimila centrifughe e avrebbero ottimizzato il processo di arricchimento. L’Iran avrebbe cinque tonnellate di materiale fissile a basso arricchimento che, una volta convertito in materiale altamente arricchito, basterebbe per costruire cinque o sei bombe. Avrebbe anche circa novanta chili di materiale a medio arricchimento (per fare una bomba ne servono 250 chili). Si ritiene che, nel momento in cui riceveranno l’ordine di costruire la bomba, gli scienziati iraniani contino di realizzarla in nove mesi, più altri sei mesi per ridurla alle dimensioni adatte per essere installata su un missile Shahab-3, in grado di raggiungere Israele.

Barak non condivide l’opinione, espressa da alcuni politici israeliani, che Ahmadinejad sia una specie di Adolf Hitler. Da questo punto di vista è molto più moderato. “Ammetto che l’Iran possa avere altri motivi, a parte il desiderio di distruggere Israele, per possedere una bomba atomica. Ma non possiamo ignorare questo rischio”, mi ha detto all’inizio di gennaio. “La bomba garantirebbe la sopravvivenza dell’attuale regime. Se l’Iran diventerà una potenza nucleare, altri paesi della regione si sentiranno obbligati a imitarlo. I sauditi lo hanno già fatto presente agli Stati Uniti, ed è probabile che ci penseranno anche l’Egitto e la Turchia, per non parlare della possibilità che il materiale fissile finisca nelle mani di un gruppo terroristico”. Barak mi fa notare che per impedire all’Iran di acquisire armi nucleari è necessario agire entro un anno, perché poi Teheran entrerà nella “zona di immunità”: è un termine che lui stesso ha coniato per indicare il momento in cui le competenze, i materiali, l’esperienza e le attrezzature che l’Iran avrà accumulato saranno tali che un attacco non potrà più fermare il suo programma. Secondo Israele tra nove mesi l’Iran sarà in grado di resistere a un attacco. Gli Stati Uniti, che hanno una potenza di fuoco maggiore, calcolano di poterne aspettare quindici.

Nel corso del 2011 le stime dei servizi segreti occidentali, in particolare quelle della Cia, si sono avvicinate a quelle israeliane. Il segretario alla difesa statunitense Leon Panetta l’ha lasciato intendere dichiarando che l’Iran sarà in grado di costruire armi atomiche entro un anno. L’Aiea ha pubblicato un rapporto molto critico in cui sostiene che l’Iran sta violando il Trattato di non proliferazione nucleare e forse sta cercando di produrre armi atomiche. Incoraggiati da questo nuovo consenso, i leader israeliani hanno adottato toni più duri nei confronti di Teheran.

Nell’ottobre del 2011 il vicepremier israeliano Moshe Ya’alon mi ha detto: “Negli ultimi due anni abbiamo avuto qualche contrasto con l’amministrazione Obama, ma sulla questione iraniana siamo quasi riusciti a metterci d’accordo. La dichiarazione fatta dal presidente durante l’ultimo incontro con Netanyahu – che gli Stati Uniti si ‘impegnano a impedire con ogni mezzo che l’Iran fabbrichi armi atomiche’ – è estremamente importante. Le sanzioni sono partite troppo tardi ma gli Stati Uniti sono finalmente passati da una politica di conciliazione a una molto più dura. Sono sviluppi positivi”. Ma Ya’alon ha anche sospirato dicendo: “Chiaramente, dovremo ancora discutere”. Le discussioni che prevede Ya’alon riguarderanno come agire e cosa succederà se Israele deciderà che il momento è arrivato. Il problema principale del rapporto tra i due paesi è quali segnali sta mandando Washington a Israele e se Israele dovrà informare Washington in anticipo di un eventuale attacco.

Matthew Kroenig è un esperto di sicurezza nucleare del Council on foreign relations ed è stato consulente speciale del Pentagono. Uno dei suoi compiti era di elaborare una strategia di difesa contro l’Iran. “Da quanto ho capito, gli Stati Uniti hanno chiesto a Israele di non attaccare l’Iran e di avvertirli se decidessero di farlo”, mi ha detto poche settimane fa. “Secondo me gli israeliani avviseranno gli Stati Uniti solo un’ora o due prima, un lasso di tempo sufficiente per non incrinare i rapporti tra i due paesi ma non per permettere a Washington di impedire l’attacco. Nessuno vorrebbe un’azione militare ma purtroppo è questo lo scenario più probabile. La cosa più interessante non è se succederà, ma come. Gli Stati Uniti dovrebbero prendere più sul serio questa possibilità e cominciare a raccogliere consensi per un intervento a livello internazionale”.

Negli ultimi quattro anni, da quando Barak è stato nominato ministro della difesa, l’esercito israeliano si è preparato ad attaccare l’Iran come non aveva mai fatto prima. Ha dedicato la maggior parte dei suoi sforzi per consolidare le difese civili del paese (rifugi e sirene antiaerei), un settore di cui si sentì la mancanza nel 2006 durante l’attacco contro Hezbollah, in Libano. Si organizzano regolarmente esercitazioni per i civili e alla popolazione sono state distribuite maschere antigas. A livello operativo un attacco sarebbe estremamente complesso. L’Iran ha installazioni nucleari sparse in tutto il suo vasto territorio. Israele ha un numero limitato di aerei e non ha portaerei. Vista la distanza tra i due paesi, gli aerei israeliani dovrebbero fare almeno un rifornimento in volo e il bombardamento richiederebbe una grandissima precisione per evitare di sprecare tempo e finire nel mirino della contrae rea. Inoltre l’Iran ha dichiarato apertamente che risponderebbe con ferocia a un eventuale attacco. Teheran ha centinaia di missili Shahab in grado di raggiungere Israele, e potrebbe convincere i suoi alleati di Hezbollah in Libano ad attaccare le città israeliane con i loro cinquantamila razzi.

L’invito di Dagan

Nel gennaio del 2010 il Mossad ha mandato un commando a Dubai per uccidere un alto funzionario di Hamas. L’attentato è riuscito ma quasi tutta l’operazione è stata ripresa dalle telecamere a circuito chiuso. È scoppiato uno scandalo diplomatico in seguito al quale Netanyahu ha deciso di non confermare Dagan come capo del Mossad.

Tre giorni prima della ine del suo incarico Dagan ha invitato un piccolo gruppo di giornalisti nella sede del Mossad. Ci hanno convocati nel parcheggio di un multisala di Tel Aviv, dove alcuni addetti alla sicurezza ci hanno istruito: “Non portate computer, registratori né cellulari. Sarete accuratamente perquisiti e vogliamo evitare episodi spiacevoli. Lasciate tutto in macchina e salite sulle auto solo con carta e penna”. Poi ci hanno caricati sui loro veicoli con i vetri oscurati e scortati fino a un luogo che non è segnato su nessuna carta geografica. Era la prima volta nella storia del Mossad che un gruppo di giornalisti andava a incontrare il direttore dell’organizzazione in uno dei luoghi più segreti del paese. “C’è un vantaggio a essere feriti alla schiena”, ha esordito Dagan. “Ottenete un certificato medico con scritto che avete una spina dorsale”. Poi ha cominciato a parlare dell’Iran e ha criticato il governo per aver anche solo contemplato “la folle idea” di attaccarlo. “L’uso della violenza di stato ha un prezzo intollerabile”, ha detto. “L’idea di fermare completamente il programma nucleare iraniano con un attacco è sbagliata. Non abbiamo una capacità militare simile. Potremmo ritardarlo ma comunque solo per un periodo di tempo limitato”.

Secondo Dagan un attacco all’Iran farebbe scoppiare una guerra non voluta con Hezbollah e Hamas: “E non sono sicuro che la Siria ne resterebbe fuori. Come potrebbe difendersi Israele da un’offensiva simile? Non vedo una soluzione a questo problema”. Gli abbiamo chiesto se aveva detto queste cose a chi prendeva le decisioni. “Ho espresso la mia opinione con la stessa enfasi che sto usando adesso”, ha risposto. 

Per la legge israeliana i quattordici componenti del gabinetto di sicurezza hanno il potere di decidere se dichiarare o meno una guerra. Ma ignora non hanno ancora dovuto votare. Dopo aver parlato con molti alti funzionari, ufficiali e uomini dei servizi segreti, mi sono convinto che Israele attaccherà l’Iran nel 2012. Forse, nel poco tempo che è rimasto, gli Stati Uniti decideranno di intervenire, ma dalla prospettiva di Israele non c’è molta speranza che lo facciano. C’è piuttosto un misto di paura – dovuta alla sensazione che per sopravvivere questo paese abbia bisogno del tacito sostegno degli altri – e di determinazione: la ferma convinzione, giusta o sbagliata, che solo gli israeliani possono difendere se stessi.  bt Ronen Bergman è un giornalista del quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth, esperto di politica e questioni militari. È autore del libro The secret war with Iran (Oneworld Publications 2009).

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