Ruspe e altri colloqui: preparare la strada a un altro status quo

REDAZIONE 13 FEBBRAIO 2013

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Di Ramzy Baroud 



11 febbraio  2013

Malgrado molta politica fatta, da Israele e dall’Amministrazione degli Stati Uniti per dimostrare la loro forza e malgrad le aspettative “pompate” da parte della dirigenza palestinese, il riconoscimento della Palestina come stato osservatore non membro ottenuto alla fine dello scorso anno, sta per diventare ancora un’altra nota a fondo pagina  in un conflitto  che è  durato  65 anni.

Soltanto poche ore dopo l’annuncio, Israele ha dovuto fare  il suo personale annuncio: la costruzione di un nuovo insediamento illegale (secondo la legge internazionale, tutti gli insediamenti israeliani nei territori occupati sono illegali) in terra palestinese. Quell’area è chiamata da Israele zona E-1. Un paio di paesi europei hanno reagito con maggiore esasperazione del solito, ma presto sono passati ad altri problemi apparentemente più pressanti. Gli Stati Uniti hanno definito la mossa perfida di Israele “controproducente”, ma presto hanno trascurato l’argomento. Gli attivisti palestinesi che hanno tentato di reagire  alle attività illegali di Israele mettendo delle tende nelle zone delimitata da Israele per la costruzione, sono stati allontanati con violenza.

L’Autorità Palestinese  (AP) di Mahmoud Abbas è a un punto morto nella stessa penosa situazione. Continua a servire come “cuscinetto” tra i palestinesi occupati, vittime di pulizia etnica e giustamente arrabbiati. La sua esistenza non sarebbe stata possibile senza il consenso di Israele. A parte discorsi focosi, comunicati stampa e conferenze, l’Autorità Palestinese ha effettivamente      subappaltato parte dell’occupazione palestinese – per esempio mantenendo la sicurezza di Israele – in cambio di gratifiche per gli iscritti all’ AP. Tra questi privilegi c’è l’accesso più facile a contratti di affari o per posti di lavoro. E’ questa simbiosi che costantemente allontana qualsiasi serio confronto tra Israele e l’AP. Entrambi i partiti perderebbero se lo status quo fosse gravemente ostacolato. Per Israele rivendicare  le sue responsabilità come potenza occupante secondo la legge internazionale sarebbe un enorme peso finanziario e politico che potrebbe impedire le sue costruzioni di insediamenti a Gerusalemme est e in Cisgiordania. Infatti Israele è in grado di mantenere tutti i benefici dell’occupazione militare senza molti costi. Per Abbas, chiudere il conglomerato AP significherebbe il suicidio finanziario e politico per il settore dei politici di Fatah affiliati a lui.

Si deve quindi trovare qualche intelligente dimostrazione del ‘processo di pace’ che aiuterebbe entrambe le parti a salvare la faccia – Israele a finire i suoi progetti di insediamenti e l’AP a sostenere la sua impresa.

Infatti la decisione di Israele del 30 gennaio  di distribuire 100 milioni di dollari di tasse e di tariffe raccolte per conto dell’AP (che ha trattenuto, alcuni dicono rubato per punire l’AP per la sua richiesta  all’ONU) era forse un preludio alla ripresa della medesima farsa della pace che continua. Secondo un funzionario israeliano citato dall’Agenzia France Press, il trasferimento [del denaro] è stata una “misura per attenuare la crisi finanziaria affrontata dai  palestinesi,”  fabbricata, per ironia, da Israele. Quel gesto di ‘buona volontà’  è probabile che venga sfruttato come “misura pere creare la fiducia’ nella speranza di ricomporre tutto l’intero gioco del ‘processo di pace’.

Un’esplosione di dimostrazioni di massa e di proteste in Cisgiordania – dove la maggior parte della gente non ha ricevuto una completa busta paga da mesi, per i non sarà utile né agli interessi di Israele né a quelli dell’AP. Scene di uomini e donne palestinesi disperati che protestano nei territori, sarebbero una minaccia sia per l’apparato politico di Abbas già esausto che per l’immagine di Israele orribilmente sfigurata.

Ci sono però prove che ci sia qualche cosa di più nella storia dei fondi che l’allontanare una crisi  che è probabile danneggi gli interessi di entrambi i partiti. Secondo una dichiarazione resa da Muhammad Sbeih, Segretario generale per gli Affari palestinesi nella Lega araba, al giornale della Giordania al-Ghad, il 29 gennaio,  (e citata dall’agenzia di stampa Ma’an il 30 gennaio), una delegazione della Lega araba andrà presto negli Stati Uniti per ‘mandare avanti il processo di pace in Medio Oriente’. La proposta comprende specifiche idee arabe sul ritiro di Israele dal territorio palestinese occupato, l’istituzione di uno stato palestinese, sicurezza garantita per entrambe le parti.”

Inoltre, il 1° febbraio il giornale in lingua araba con sede a Londra, al-Quds  al-Arabi ha scritto che il Regno Unito ha ospitato una conferenza per i funzionari palestinesi e israeliani per discutere i modi con i quali riprendere il cosiddetto processo di pace. Secondo il giornale che cita fonti palestinesi, la delegazione israeliana era guidata da Yossi Belin, noto per il  ruolo da lui avuto  nel porre le basi degli accordi di Oslo. Il capo della delegazione  palestinese, l’importante membro di Fatah, Muhammad Ishtayya, ha negato che ci siano state dei negoziati. Invece, ha detto all’agenzia Ma’an che nella conferenza tenutasi al Wilton Park Resort nel sud dell’Inghilterra, “si è soltanto discusso della crisi in Medio Oriente.”

Nel frattempo, i tentativi di  corteggiamento di  Hamas continuano. Diversi giornali arabi, compreso Asharq Al-Awasa hanno scritto che il capo del Politburo di Hamas, Khaled Meshaal, ha indicato, durante  un recente incontro con il re Abdullah di Giordania, che Hamas è preparata ad accettare la cosiddetta ‘soluzione di due stati’. Meshal, secondo quanto si dice, ha chiesto al re di Giordania di trasmettere il messaggio al presidente Barack Obama. Una dichiarazione di Hamas ha tuttavia negato che la notizia abbia una base.

La politica di Israele riguardante l’occupazione e le costruzioni di insediamenti illegali è improbabile che cambi dopo le recenti elezioni. Malgrado l’entusiasmo dei media sulla   della sinistra e del centro in Israele, non ci sono indicazioni che la nuova configurazione probabilmente allontani Isarele dalle sue politiche spinte dalla guerra e basate sull’occupazione.

Israele, tuttavia, guarda agli eventi politici  che si svolgono a Washington, con trepidazione e una leggera preoccupazione. L’amministrazione statunitense sta radunando la sua squadra per il secondo mandato presidenziale di Obama e, naturalmente, gli interessi israeliani sono grandi. Due nomine, in particolare, hanno interessato molto Israele, quella di John Kerry come Segretario di stato e quella di Chuck Hagel come Segretario alla difesa.

Il 1° febbraio un commento sul sito della Voce dell’America ha posto una domanda banale in relazione alla nuova carica di Kerry: ” Il Segretario di stato John Kerry può portare la pace a Israele e ai palestinesi?” I media israeliani, tuttavia, sono di gran lunga più schietti riguardo a queste faccende. “John Kerry va bene per Israele?” ha chiesto Yedioth Ahronot sul suo sito inglese. “Può essere amico di Israele ma non è considerato il portabandiera di Israele al senato,” ha scritto il giornale israeliano citando le parole di un funzionario statale. Se Kerry non va del tutto bene, ci si può soltanto immaginare la rabbia che ribolle tra i neoconservatori, i sapientoni filo-israeliani, e altri funzionari per la nomina di Hagel. Le affermazioni che ha fatto in passato riguardo a Israele e all’Iran non sono quelle di “portabandiera di Israele” né altro che rassomigli a un impegno di qualsiasi tipo.

Durante una seduta di conferma  sulla al Congresso degli Stati Uniti, durata un giorno intero, i legislatori repubblicani  rinfacciavano  all’ex senatore repubblicano del Nebraska  ogni cosa che aveva detto o mancato di dire (o firmare) su problemi di interesse vitale per Israele. E’ stato francamente difficile decifrare se il Senatore John McCain e il Senatore Ted Cruz fossero più preoccupati degli autentici  problemi di sicurezza degli Stati Uniti, o della ‘sicurezza’ di Israele che passa per interessi nazionali vitali degli Stati Uniti.

La stranezza della faccenda è che Hagel è castigato per aver criticato l’immenso potere esercitato dalla lobby filo-israeliana a Washington – come se le sue affermazioni fossero pura fantasie – malgrado il fatto che la campagna più rilevante che è stata scatenata contro la sua nomina sia stata opera proprio delle forze che lui ha giustamente criticato.

Pochi si aspettano una deviazione importante dalle vecchie politiche una volta che la nuova squadra di Washington sia completamente messa insieme, anche se altri sottolineano un lento ma regolare spostamento delle priorità statunitensi in Medio Oriente. Anche se si accetta una lettura più ottimistica dell’ipotetico ‘spostamento’ in corso a  Washington, non ci si può aspettare un cambiamento significativo per il comportamento di Israele nei territori occupati. Senza un reale meccanismo in rado di costringere un cambiamento di Israele – che deve essere accompagnato dall’addomesticamento della lobby sproporzionatamente potente- poche cose concrete è probabile che cambino.

Mentre i politici americani erano occupati a difendere le loro credenziali filo-israeliane nelle sedute al senato, altre sedute di grande importanza e tuttavia di così poco rilievo, venivano condotte altrove.

Un’inchiesta decisa dal Consiglio per i Diritti Umani (Human Rights Council – HRC) lo scorso marzo e sfacciatamente boicottata da Israele, ha finalmente concluso che gli insediamenti israeliani costituiscono una violazione della legge internazionale, facendo appello a Israele di ritirare “immediatamente” tutti i suoi coloni da Gerusalemme est e dalla Cisgiordania. Gli inquirenti dell’ONU hanno concluso che le violazioni continue di Israele che durano delle Convenzioni di Ginevra del 1949 potrebbero equivalere a crimini di guerra che “rientrano nella giurisdizione della Corte Penale Internazionale (ICC), ha riferito Al Jazeera. “Israele deve (….) cessare tutte le attività che riguardano gli insediamenti senza precondizioni (e) devono iniziare immediatamente un processo di ritiro di tutti i coloni,” diceva tra l’altro il rapporto rilasciato il 31 gennaio.

Le scoperte più recenti fatte dalla rispettabile organizzazione internazionale accentuano ulteriormente i veri parametri di una qualsiasi pace genuina. Il tipo di pace che naturalmente non sta bene a Israele, e quindi agli interessi degli Stati Uniti.

Fino a quando i palestinesi non troveranno un’alternativa a questo patetico trio di custodi della pace, tutto quello che possono aspettarsi  è per lo più dello stesso genere: una conferenza segreta qui, un altro insediamento lì e una sporadica elemosina di Israele, ricavata, cosa piuttosto strana, dalle somme versate dai palestinesi  per le tasse.

Ramzy Baroud (ramzybaroud.net) è un opinionista che scrive sulla stampa internazionale e dirige il sito PalestineChronicle.com. Il suo libro più recente è: My Father Was a Freedom Fighter: Gaza’s Untold Story[Mio padre era un combattente per la libertà: la storia di Gaza che non è stata raccontata]. (Pluto Press).

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: http://www.zcommunications.org/ bulldozers-and-more-talks-paving-the-road-for-a-new-status-quo-by-ramzy-baroud

Originale: Ramzy Baroud’s ZSpace Page

Traduzione di Maria Chiara Starace

Traduzione © 2013  ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC  BY – NC-SA  3.0

http://znetitaly.altervista.org/art/9745

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