Ruspe e coloni al lavoro

La sconcertante cronaca delle ultime ore di quello che è stato giustamente definito “il circo dei colloqui, tra farsa e tragedia” (Zvi Shuldiner). Tra lo sconcerto di chi onestamente osserva l’arroganza israeliana e l’affanno delle diplomazie schiacciate nell’assoluta sudditanza all’occupante. E ogni voce fuori dal coro diventa immediatamente “chi si oppone alla pace”. L’Agenzia Nena Mews, che raccomadiamo tra i “preferiti”, prova a descrivere l’indescrivibile.

Ramallah, 27 settembre 2010 – E’ giunto il fatidico 26 settembre e con esso sono esplosi i festeggiamenti dei coloni israeliani per la scadenza della moratoria proclamata dieci mesi fa dal governo Netanyahu sulla costruzione di nuove abitazioni negli insediamenti ebraici in Cisgiordania. Congelamento, lo ricordiamo, virtuale, dal momento che non ha interessato i progetti gia’ approvati dalle autorita’ israeliane prima del novembre 2009 e nemmeno i cantieri gia’ avviati, cosi come non ha riguardato l’espansione coloniale a Gerusalemme Est. Non e’ servito il disperato tentativo dell’ultima ora del Presidente dell’Autorita’ nazionale palestinese Mahmud Abbas (Abu Mazen) due giorni fa alle Nazioni Unite, a New York. Abbas ha chiesto a Israele di scegliere: o la pace o la costruzione delle colonie nei territori palestinesi. E il premier israeliano Netanyahu ha scelto le colonie. Nonostante le minacce palestinesi di abbandonare i negoziati e i fragili inviti a confermare il congelamento giunti dall’amministrazione USA, Netanyahu ha sempre detto che la moratoria sulle colonie sarebbe terminata il 26 settembre e non ci sarebbero state proroghe. E cosi’ e’ stato.

E’ proprio la colonizzazione israeliana nei territori occupati uno dei cardini che ha paventato da subito un destino fallimentare della ripresa di questi negoziati. Oltre ovviamente a una leadership palestinese debole e ricattabile, oltre che divisa e frammentata. Negoziati fragili, perchè basati su termini di riferimento non chiari, anzi ambigui e non sulle risoluzioni del diritto internazionale per cui la colonizzazione israeliana dei Territori palestinesi occupata è illegale.

Abbas chiede lo stop totale della colonizzazione altrimenti, dice, abbondonerà i negoziati ma in realta’ punta al compromesso e spera che il 4 ottobre la Lega Araba che si riunira’ al Cairo adotti una risoluzione che gli consenta di continuare le trattative con Israele mentre le ruspe dei coloni sbancano i terreni in Cisgiordania e a Gerusalemme Est.

Mentre tante sono le proteste da parte delle forze della sinistra palestinese, che dall’inizio hanno mostrato il loro dissenso nei confronti della decisione presa dalla leadership dell’ANP di ritornare ai negoziati. Il Fronte popolare di liberazione della Palestina (Fplp), ha annunciato ieri che non partecipera’ piu’ agli incontri del comitato esecutivo dell’OLP, facendo appello ad Abbas perche’ interrompa immediatamente i negoziati. Dure le parole di Khalida Jarrar: ieri dagli studi televisivi di Wattan a Ramallah, la deputata ha dichiarato che il ritorno al tavolo delle trattative con Israele rappresenta una “ritrattazione” della decisione presa dal Consiglio centrale dell’Olp e approvata senza consultare il Comitato esecutivo. Aspre anche le critiche del leader di Al Mubadara, Mustafa Barghouthi, che in una conferenza stampa di fronte alla moschea di Abramo a Hebron, ha definito i negoziati -nei termini attuali – ”una copertura che consente l’annessione israeliana, la consacrazione del regime di apartheid e la liquidazione dei diritti dei palestinesi”.

D’altra parte, Netanyahu finge di dover manovrare tra le pressioni del suo partito, il Likud, e quelle delle forze piu’ nazionaliste all’interno della sua coalizione che si sono sempre opposte al congelamento. In realta’ il primo ad essere contrario a qualsiasi moratoria e’ proprio lui. Il fanatismo dei coloni intanto non accoglie neppure l’opzione che la stampa israeliana ha denominato “colonizzazione al rallentatore”, ossia limitare a 2000 abitazioni il tetto annuale delle costruzioni nelle colonie.

E’ chiaro che il congelamento e’ terminato e che il premier isrealiano ha da sempre perseguito, con l’appoggio USA, la politica dell’ “annessione oggi, un mini-stato (palestinese) forse domani” cosi come l’ha definita il brillante analista statunitense Josh Riebner in un recente articolo apparso sul conservatore USA Today.

E mentre nelle diverse sedi diplomatiche ci si affanna a salvare i negoziati, sul terreno, in Cisgiordania, gia’ dalle prime ore dell’alba sono riprese le costruzioni nelle colonie. Il secondo canale israeliano parla di almeno 8 insediamenti in cui ruspe e bitumiere avrebbero ripreso i lavori. Quattro caravan allestiti dai coloni sono apparsi nel distretto a nord di Nablus solo nelle ultime 48 ore, vicino al villaggio palestinese di Qusra. Ieri decine di fotografi hanno percorso in lungo e largo la Cisgiordania alla ricerca dello scatto fotografico che simboleggia la fine del processo di pace. Sono stati i fotografi e i reporter della stampa internazionale, in primis Al Jazeera e BBC a mandare in onda le immagini della cerimonia di inaugurazione (ieri a fine giornata) del nuovo quartiere di Kiryat Natafim a Ariel (nord della Cisgiordania) e quelle dei molti attivisti del partito di Netanyahu che nella colonia di Revava hanno orchestrato un count-down per la ripresa dei lavori, con tanto di simbolica colata di cemento. Lanciando cosi un messaggio diretto al premier.

Martedi, secondo fonti isrealiane, le costruzioni riprenderanno nelle colonie di Shavei Shomron, Adam, Oranit, Sha’arei Tikva, Yateir, Revava, Kokhav, Hashadar, Kedumin. Ci si aspetta che lo Yesha Council, l’organo amministrativo che rappresenta tutti i coloni, come pure i singoli consigli municipali degli insediamenti, riprenderanno a far pressione sul premier per l’approvazione in tempi brevi di nuovi progetti.

Nonostante la segretaria di Stato USA abbia definito il congelamento “una decisione senza precedenti”, la colonizzazione isrealiana e’ continuata anche nel corso dei 10 mesi appena conclusi, dato che la moratoria ha interessato solo le nuove costruzioni e non e’ stata applicata ai progetti precedentemente approvati, ne’ a progetti riguardanti le infrastrutture, ne’ tantomeno agli insediamenti a Gerusalemme Est. I dati governativi come anche quelli delle organizzazioni israeliane che monitorano le colonie, dimostrano che in realta’ il congelamento ha avuto ripercussioni minime sull’effettva attivita’ espansionistica. A meta’ del 2009, prima delle restrizioni imposte lo scorso novembre, 2790 abitazioni erano in fase piu’ o meno avanzata di costruzione (dati dell’Ufficio Statistiche Israeliano); un numero che arriva a 2955 unita’ abitative negli ultimi 4 mesi del 2009, dati che riflettono la corsa finale per approvare il numero piu’ alto possible di edifici, prima dell’inizio della moratoria.

Nei primi 4 mesi del 2010, in pieno congelamento, i progetti in corso riguardavano 2517 abitazioni. Un misero 10% in meno. Mentre nessun dato ufficiale e’ stato fornito da fonti israeliane sugli ultimi mesi. Le organizzazioni di pacifisti isrealiani, affermano che il congelamento puo’ avere risultati effettivi solo se esteso e prolungato nel tempo, dal momento che solo cosi si impedisce l’approvazione di nuovi progetti.
Secondo il palestinese Land and Reaserch center, inoltre, Israele avrebbe annesso circa 590 ettari di terra palestinese durante il presunto congelamento.

(Nena News)

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