Ruth Bader Ginsburg: un’altra ebrea americana “liberale” angosciata per la propria identità nei confronti dello stato ebraico

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tratto da: https://www.invictapalestina.org/archives/40368

23/09/2020

Fonte – English version


Di Rima Najjar – 20 Settembre 2020

Subito dopo aver appreso la notizia della morte di Ruth Bader Ginsburg, il primo pensiero che mi è venuto in mente riguardava anche la preoccupazione che numerose persone hanno manifestato a riguardo alla sua sostituzione alla Corte Suprema da parte di un presidente in preda alla follia, e la vita ispiratrice ed eroica, che ha vissuto, ritratta nel documentario dedicatogli da Netflix.


Ma poi ho anche ricordato questo titolo, tra i tanti eventi della sua vita, pubblicato sulla stampa il 6 luglio 2018: Ruth Bader Ginsburg riceve il Premio Genesis alla carriera in Israele.

Questo dopo che The Forward (“L’avanti: quotidiano ebraico fondato nel 1987”) aveva riferito che “l’attrice premio Oscar Natalie Portman si era rifiutata di recarsi in Israele per accettare un premio da 2 milioni di dollari, richiamandosi ai suoi “valori ebraici” come un imperativo per difendere la giustizia in mezzo a un conflitto sempre più mortale con i palestinesi”.

Ginsburg si è alleata con “i magistrati donne della Corte Suprema israeliana del passato e del presente”, che erano presenti alla cerimonia, e con un tribunale che ha legalmente autorizzato la tortura dei detenuti palestinesi.

Stan Polovets, co-fondatore e presidente della Genesis Prize Foundation, presenta a Ruth Bader Ginsburg il premio inaugurale della Genesis Prize Foundation alla carriera a Tel-Aviv, Israele, 4 luglio 2018.

Quindi, ho pubblicato un post con il seguente testo e meme su Facebook:

 

GIUSTIZIA PER ALCUNI

 

Lo sapevate? La defunta Ruth Bader Ginsburg ha combattuto per le donne ovunque tranne che per le donne palestinesi. Due anni fa, il giudice della Corte Suprema si è recata in Israele per ricevere un premio alla carriera dal regime di apartheid sionista. Per sua eterna vergogna, Ginsburg ha accettato il premio e ha preso i soldi.

 

Accettò il premio e così facendo legittimò il sionismo. Per lei, sostenere lo stato ebraico e la sua falsa democrazia e normalizzazione ha vinto sul diritto dei palestinesi all’autodeterminazione nella propria patria.

 

Che peccato che una donna che ha professato di abbracciare l’uguaglianza abbia anche abbracciato il male che il sionismo ha inflitto ai palestinesi!


Oggi ho postato:

#Ginsburg: un’altra ebrea americana “liberale” angosciata per la propria identità nei confronti dello stato ebraico

In risposta al mio meme “GIUSTIZIA PER ALCUNI” (vedi commenti), diverse persone hanno condiviso con me l’articolo di Haaretz intitolato “Perché Ruth Bader Ginsburg aveva un rapporto intimo, ma ambiguo, con l’ebraismo e Israele”.

Non so a cosa dovrebbe servire? Come riprova di un’altra ebrea americana “liberale” angosciata per la sua identità nei confronti dello Stato ebraico?

Come tutti gli ebrei, Bader ha dovuto fare delle scelte e quella che mi interessa non è quella tra “essere fedele agli imperativi etici nel cuore del giudaismo” o “dare sostegno incondizionato a Israele”. La scelta che ha senso per me, come palestinese, è quella tra rinunciare all’ebraicità come nazionalità, cioè rinunciando al sionismo e a “qualsiasi” sostegno a Israele, o continuare a negare il diritto dei palestinesi all’autodeterminazione nella loro patria, un crimine contro l’umanità che Israele continua a perpetrare su di noi in nome di tutti gli ebrei nel mondo, indipendentemente dal loro nazionalità.

Qualsiasi sostegno a Israele è un sostegno all’espropriazione e alla cancellazione dei palestinesi.

Perché ogni sostegno a Israele va contro i palestinesi, come qualcuno mi ha chiesto su Facebook? Perché il sostegno a Israele è un sostegno al sionismo, che rappresenta l’espropriazione, la pulizia etnica e la sottomissione dei palestinesi.

Ho anche ricevuto una replica da coloro che la giustificano, come segue:

Commento di Facebook: Lei [Ginsburg] probabilmente era una sionista ma non era una sostenitrice della brutalità o dell’apartheid. Solo perché ha accettato il Premio Genesis alla Carriera (Genesis Lifetime Achievement) non significa che abbia sostenuto la demolizione di case, l’arresto e la tortura dei palestinesi. La lotta per i diritti umani era nei suoi geni. Ha vinto il premio Gilel Storch che, secondo alcuni, è l’equivalente di un premio Nobel per la pace. Ha donato una parte del premio in denaro alle scuole israeliane con studenti arabi e israeliani, scuole che insegnavano arabo e compassione per tutti. Mi piacerebbe vedere altre prove.

 

Io: ecco la definizione del dizionario di “supporto”: “essere d’accordo e dare incoraggiamento a qualcuno o qualcosa perché vuoi che lui, lei o lui abbia successo”. Volere che Israele abbia successo e normalizzi la sua esistenza come “stato ebraico democratico” significa sostenere le fondamenta stesse del male che è la colonizzazione sionista in Palestina.

 

 

Il fatto che sto ancora avendo conversazioni come quella che segue, 72 anni dopo la Nakba, stupisce perfino me stessa:

  • Justin Jones: Rima Najjar. Ogni singola persona è dubbiosa su una vasta schiera di conflitti, incerta sugli enigmi morali e indolente nei confronti del coinvolgimento politico. Qualsiasi mancanza di invocazione nei confronti della difficile situazione palestinese non toglie nulla alla sua rivoluzionaria e eccezionale perseveranza.

  • Rima Najjar: Justin Jones. Sei dubbiosa, diciamo, sul “conflitto” che ha portato all’Olocausto?

Mi chiedo, cosa ci ha insegnato questo lungo corso sulla malvagità umana? La banalità dell’ambivalenza?

A mio avviso, il miglior lascito che possiamo lasciare come esseri umani è il nostro impegno per un mondo migliore, non solo per noi stessi, ma anche per tutte le persone. Altri hanno scritto del suo spaventoso trascorso sui diritti dei nativi americani, in particolare dell’opinione di 8-1 scritta nel caso di Sherrill contro Oneida Indian Nation nel 2005.

Qualsiasi sia il lascito di Ginsburg, il fatto che lei non abbia provato nient’altro che “sentimenti contrastanti” nei confronti della difficile situazione dei palestinesi è un oltraggio morale, una macchia sulla sua eredità, sia come ebreo che come essere umano.

 

Rima Najjar è una palestinese la cui famiglia paterna proviene dal villaggio di Lifta, spopolato con la forza, alla periferia occidentale di Gerusalemme mentre la famiglia materna proviene da Ijzim, a sud di Haifa. È un’attivista, ricercatrice e professoressa in pensione di letteratura inglese, dell’Università Al-Quds, Cisgiordania occupata.

Trad: Beniamino Rocchetto – Invictapalestina.org

Ruth Bader Ginsburg: un’altra ebrea americana “liberale” angosciata per la propria identità nei confronti dello stato ebraico

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