Saher Saed : Palestina , sindacato, diritto al lavoro e condizione dei lavoratori tra muri e frontiere

mercoledì 10 agosto 2011
di Giorgio Sbordoni, RadioArticolo1
La Federazione generale dei sindacati della Palestina (Palestinian General Federation of Trade Unions, Pgftu), formalmente costituitasi nel 1965, è l’organizzazione sindacale maggiormente rappresentativa dei lavoratori e delle lavoratrici palestinesi. Oggi è organizzata in 13 federazioni di categoria e 11 sedi distrettuali, comprese Gerusalemme e la Striscia di Gaza. Gli iscritti dichiarati sono circa 350 mila, di cui 40.000 sono donne, residenti in maggioranza nei distretti della Cisgiordania. La sede nazionale è a Nablus.Le autorità di occupazione israeliane, militari e civili, hanno sempre ostacolato l’attività sindacale nei territori palestinesi, cercando di eliminare ogni forma di organizzazione riconducibile all’identità nazionale palestinese e alla rivendicazione di indipendenza e di libertà. Distruzione di sedi sindacali, persecuzione dei dirigenti, detenzione per lunghi periodi e arresti domiciliari, incursioni notturne nelle abitazioni, minacce e avvertimenti, proibizione di realizzare manifestazioni e proteste: nonostante tutto ciò, e grazie anche al sostegno della comunità internazionale, il sindacato palestinese è riuscito a mantenersi attivo e presente in ogni città e nei luoghi di lavoro, guadagnandosi credibilità in ambito internazionale.
Dopo gli accordi di pace di Oslo (1993), la Pgftu ha scelto la strada del dialogo e della pace, riconoscendo lo Stato di Israele ma rivendicando il diritto dei palestinesi ad avere il proprio Stato nel quadro delle risoluzioni Onu e dell’iniziativa di pace araba. Dopo lo scoppio della seconda Intifada (settembre 2000) la Pgftu, pur mantenendo il profilo sindacale, ha a svolto un ruolo di supplenza, fornendo assistenza umanitaria alle famiglie di lavoratori palestinesi che hanno perso il lavoro, e ha mantenuto una posizione molto critica nei confronti del governo palestinese, incapace a suo avviso di portare a termine le riforme necessarie per adeguare il quadro normativo Intifada. Più volte arrestato e incarcerato, è diventato dirigente nazionale nel 1993 e poi segretario generale della Pgftu, carica alla quale è stato rieletto nell’ultimo congresso tenutosi a Ramallah nel 2007.
Saed ha partecipato a una conferenza stampa a Roma per lanciare la raccolta firme per la Campagna internazionale sul riconoscimento dello Stato di Palestina (vedere articolo in basso). Radio Articolo1 gli ha rivolto alcune domande.
Qual è in questo momento la situazione del lavoro nei Territori?
Il rapporto Ilo del 2010 riassume in modo molto chiaro la situazione tragica in cui vivono i lavoratori palestinesi.
Attualmente risultano disoccupati oltre 350 mila operai, su una forza lavoro di quasi un milione. Il tasso di disoccupazione è pari al 31 per cento, mentre il
livello di povertà è superiore al 40 per cento. Il fatto che la percentuale di persone al di sotto del livello di povertà sia superiore a quella dei disoccupati è dovuto alla massiccia presenza di check point, che servono per il controllo non solo delle persone ma anche della vita lavorativa. Israele esercita poi un controllo totale sulle merci e sull’attività di import-export.
Ciò comporta un aumento dei prezzi e la conseguente perdita di competitività dei prodotti palestinesi. Come sono i vostri rapporti con il sindacato israeliano?
Abbiamo rapporti con il sindacato israeliano perché vogliamo difendere i diritti dei lavoratori palestinesi che si trovano all’interno di Israele. Ricordo che nessun lavoratore palestinese può entrare in Israele senza un permesso e che tutti devono sottoporsi a procedure di sicurezza severissime.
Che efficacia può avere per voi un gesto di solidarietà come la raccolta di firme per il riconoscimento dello Stato palestinese?
La solidarietà globale tra i lavoratori è molto importante. In questo caso poi, essendo finalizzata al riconoscimento dello Stato palestinese, la solidarietà farà crescere il peso della Palestina nel consesso delle Nazioni Unite e questo a sua volta avrà effetti positivi per i lavoratori palestinesi.Palestina: il lavoro tra muri e frontiere
2 Il diritto al lavoro in Palestina resta un miraggio (Roma) – «La ricerca di una pace duratura in Medio Oriente non può prescindere dal riconoscimento dei diritti sociali dei lavoratori palestinesi». È lapidario Friedrich Buttler, tedesco, consulente dell’Organizzazione internazionale delle Nazioni unite per il lavoro (Oil). Autore delRapporto annuale sulla situazione dei lavoratori nei territori arabi occupati, Buttler è intervenuto alla conferenza internazionale della Cgil dedicata alla crisi umanitaria israelo-palestinese che si è tenuta ieri a Roma. Lo ha fatto esponendo le cifre – non sempre di facile lettura – della situazione occupazionale in Palestina: «I dati della crescita economica nei Territori occupati nascondono in realtà una situazione umana, economica e sociale terrificante. Nel 2009 il Pil della Cisgiordania è cresciuto dell’8,5 per cento, mentre a Gaza l’aumento è stato dell’1 per cento.
Anche il tasso di occupazione è cresciuto, passando globalmente dal 29,8 per cento del 2008 al 31,2 per cento dell’anno seguente. Ma la realtà è che la crescita è dovuta principalmente al budget straordinariamente alto e al sostegno allo sviluppo da parte della comunità internazionale. Questo significa che la situazione economica resta totalmente precaria, specialmente nella Striscia».Anche i raffronti internazionali evidenziati dal rapporto sono impietosi: a Gaza sette abitanti su dieci vivono con meno di un dollaro al giorno, ovvero sotto il limite della povertà assoluta, e per questo dipendono dagli aiuti esterni. Anche i livelli occupazionali, pur se in crescita, sono sotto gli standard mondiali, che imporrebbero, per un’economia in salute, tassi dell’80 per cento per gli uomini e del 70 per cento per le donne. Per Buttler «la situazione può solo peggiorare», a causa della dipendenza dagli aiuti internazionali e della fragilità strutturale del sistema economico interno. Ma ammette che qualche passo in avanti è stato fatto: «È vero, l’agenda di riforme attuata dall’Autorità Nazionale Palestinese ha ottenuto qualche miglioramento in termini di regole e sicurezza sul lavoro. Ma solo in Cisgiordania: nella Striscia di Gaza, in conseguenza delle operazioni militari israeliane del gennaio 2009, industria e commercio sono stati completamente annullati. Le esportazioni sono vicine allo zero, mentre le importazioni sono scese da 11 mila a 2 mila carichi di camion al mese». Principale responsabile della situazione è il blocco israeliano su Gaza, «che ha spazzato via il commercio privato legale a scapito della cosiddetta tunnel economy. L’allentamento delle restrizioni varato di recente pare non portare effetti significativi».«Il blocco è assurdo e va rimosso immediatamente», ha aggiunto Filippo Grandi, da gennaio segretario generale dell’Unrwa, l’agenzia Onu che si occupa dei quasi cinque milioni di rifugiati palestinesi. «È una situazione controproducente anche per Israele. L’economia privata, ora in ginocchio, è il nucleo del moderatismo palestinese. Invece così prosperano gli speculatori, che quindi sono i primi che si danno da fare per mantenere alta la conflittualità sociale perché hanno interesse che la crisi continui: una crisi non solo umanitaria ma economica, dei servizi (l’acqua è imbevibile, per esempio) e delle istituzioni». In questo quadro si inserisce anche la grave situazione di bilancio dell’Unrwa: «Abbiamo una falla di 75 milioni di euro. Se la comunità internazionale non ci sostiene, dovremo ridurre le nostre attività. Garantiamo l’istruzione a mezzo milione di ragazzi e rischiamo di non essere più in grado di farlo».Mentre la situazione lavorativa nella Striscia di Gaza è condizionata dal blocco, in Cisgiordania il problema maggiore è quello del lavoro negli insediamenti israeliani. Spiega Buttler: «Nelle colonie, illegali dal punto di vista del diritto internazionale, stimiamo la presenza di 20 mila lavoratori arabi regolari e 10 mila non registrati. Una situazione difficile perché c’è
molto sfruttamento, data la posizione debole dei palestinesi. Il boicottaggio dei prodotti degli insediamenti non risolverà il problema fintanto che in Cisgiordania non verranno garantiti 40 mila posti di lavoro».Buttler ha anche raccontato dei tentativi di dialogo tra israeliani e palestinesi in campo sindacale per la tutela dei diritti sul lavoro: «Sono tante le cose che mettono in crisi la questione dei diritti: la principale è il complicato sistema di richieste e permessi imposto da Israele, un meccanismo che cambia di giorno in giorno e rende quasi impossibile gli spostamenti di persone e cose. È evidente che così sia il lavoro subordinato sia l’impresa privata non sono in condizione di prosperare stabilmente. Una nota positiva viene dalla collaborazione tra il sindacato israeliano Histadrut e quello palestinese Pgftu. Nel 2008 è stato definito un accordo sotto l’egida dell’Oil per il rimborso, da parte di Histadrut, di gran parte dei contributi pagati dai lavoratori palestinesi assunti da imprese israeliane a partire dal 1993, e sono state anche previste collaborazioni più efficienti per l’assistenza legale e per la formazione alla sicurezza e alla salute sul lavoro». Una sinergia che però – ha proseguito Buttler – non ha vita facile: «Sigle sindacali minori in competizione con il Pgtfu hanno denunciato relazioni “troppo amichevoli”, per dirla diplomaticamente. Adesso c’è più riluttanza nel continuare su questa strada».Il settore del lavoro, insomma, rimane strategico nell’accidentato percorso di pacificazione. Questo l’Anp lo ha capito, conclude Buttler: «È per questo che bisogna sostenere il governo di Ramallah su tre fronti: la creazione di un’agenzia pubblica per l’impiego, quella di un’agenzia per la sicurezza sul lavoro e l’approvazione di una legge sui sindacati che rafforzi il ruolo delle parti sociali nel mercato del lavoro».Alla conferenza della Cgil erano presenti anche Avraham Burg, ex presidente del Parlamento israeliano, per molti anni deputato laburista alla Knesset, e Adel Atieh, vice-capomissione della delegazione palestinese presso l’Unione Europea. Burg ha ammesso che «tutti in Medio Oriente conoscono la soluzione al processo di pace: divisione di Gerusalemme e due Stati. E tutti sanno che la situazione attuale è orribile». E allora perché non si agisce di conseguenza? «È una questione di quella che definirei “psico-politica”: una specie di gara, di concorrenza fra i due grandi traumi della persecuzione antiebraica e della cacciata degli arabi dalla Terra Santa. Si finisce per contrapporre i due dolori, come se ce ne fosse uno più grande dell’altro, invece che riconoscerli reciprocamente. Purtroppo Israele e
Palestina sono vittime di un vero e proprio “rapimento”: la prima da parte di chi predica ancora l’avvento dell’Eretz Israel, la seconda da parte di Hamas e
degli integralisti. Dobbiamo vincere la sindrome di Stoccolma che lega i due popoli ai loro “rapitori”, e questo incoraggiando soprattutto i comportamenti di disobbedienza non violenta, anche attraverso le pressioni della società civile e della comunità internazionale». L’ex uomo politico israeliano ammettelo stallo attuale ma si dice ottimista: «Nel 1973 ero soldato quando ascoltavo Sadat annunciare alla radio che avrebbe sacrificato anche un milione di egiziani per il Sinai. Quattro anni dopo presi parte al servizio di scorta allo stesso Sadat in visita di pace a Gerusalemme, uno dei momenti più importanti della nostra storia. Perché non può succedere di nuovo?».Un ottimismo che Atieh, pur riconoscendo l’onestà delle posizioni di Burg, non si è sentito di sottoscrivere: «Sono appena tornato da Betlemme, dove ho visto con i miei occhi che la moratoria sugli insediamenti non è rispettata e che si continua a costruire dovunque fuori dai confini. È per questo che non ci sono le condizioni per il dialogo: le colonie, le operazioni militari, il blocco a Gaza, tutto questo smentisce ogni dichiarazione d’intenti. Ci vogliono gesti concreti. Altrimenti continuerà ad essere fertile il terreno su cui Hamas, organizzazione ideologica, è riuscita a conquistare la fiducia di una società storicamente de-ideologizzata come quella palestinese». È l’Unione Europea, secondo Atieh, ad avere le responsabilità maggiori nello scenario
internazionale: «L’Ue fa troppo poco, eppure è il primo partner commerciale di Israele. Persino gli Stati Uniti stanno spingendo di più. Invece Bruxelles rafforza i propri legami con Israele senza fare abbastanza pressione perché lecose cambino davvero».
Pubblicato da arial a 16:03
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