Sam Bahour: Palestinesi non devono cadere in trappola, di nuovo

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19 ott 2015

Resistenza intelligente (non violenta) non è uno slogan: è un percorso consapevole di libertà e indipendenza. Per coprire i propri crimini, afferma l’opinionista palestinese, Israele ha bisogno di alimentare tutti gli stereotipi occidentali del palestinesi come violenti e disumani, piuttosto che affamati di libertà ed eguali diritti

Levy

foto AFP/Abbas Momani

Sam Bahour – +972mag

La polveriera del territorio palestinese occupato da Israele della Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est, e della Striscia di Gaza, è stata sul punto di esplodere per anni. Palestinesi di tutti i ceti sociali hanno perso la voce gridando che il governo di destra di Israele – con i suoi numerosi ministri che vivono in insediamenti illegali e il suo primo ministro fondamentalista – sta perseguendo politiche legate a portare esattamente a ciò a cui stiamo assistendo oggi: la violenza.

Troppo pochi hanno ascoltato.

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha costruito tutta la sua carriera politica sulla piattaforma della violenza contro i palestinesi. Sulla strada della sua prima elezione a Primo Ministro nel 1996, aveva deriso pubblicamente e in modo aggressivo proprio l’allora primo ministro israeliano, Yitzhak Rabin, per aver concluso un accordo di pace ad interim con l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina. L’ambiente tossico utilizzato da Netanyahu è stato in parte la causa dell’assassinio di Rabin da parte di un estremista ebreo. Netanyahu si vanta di essere il leader che ha fermato il tracciato del processo di pace. Per assicurarsi che non ci sarebbe mai stata una chance per la pace, ha accelerato la costruzione di insediamenti in Cisgiordania, ha attaccato Gaza più volte, demolito più case palestinesi, arrestato più palestinesi – compresi i minori, spesso senza capi d’accusa – e non è riuscito a consegnare alla giustizia i coloni ebrei che di recente hanno bruciato viva una famiglia palestinese mentre dormiva nella propria casa.

Ma perché Israele apparentemente cerca la violenza? La risposta è elementare per chiunque segua questo conflitto. Israele ha una sola strategia contro la legittima lotta palestinese per la libertà e l’indipendenza: quella di usare la propria ben oliata macchina militare per schiacciare qualsiasi palestinese che cerchi di resistere all’occupazione. Dal 1948 al 1967 Israele ha regolarmente utilizzato guerra e violenza per prendere più terra, spingendo nel frattempo i palestinesi o a diventare violenti o a emigrare.

Nel corso degli ultimi anni, Israele si è trovata in un vicolo cieco strategico. I palestinesi hanno cambiato marcia e hanno iniziato a operare in sedi che non sono violente. I palestinesi la chiamano “resistenza intelligente”. Nuovi strumenti di resistenza – come ad esempio il boicottaggio dei prodotti israeliani, il disinvestimento da investimenti israeliani, e il lavoro per ottenere che gli Stati applichino sanzioni a Israele – contribuiscono a questo cambiamento di strategia. Inoltre, la leadership palestinese sotto Mahmoud Abbas ha fermamente chiesto di adottare solo metodi non violenti di resistenza. Questo posizionamento ha fornito ben poco spazio per i rinnovati attacchi israeliani su larga scala in Cisgiordania, ma ora Israele sembra pronto a utilizzare gli ultimi giorni di violenza come pretesto per un giro di vite e un’espansione del controllo più grandi. Al momento, Israele sta dettando la narrativa della risposta alla violenza palestinese. A lungo dimenticati sono stati i mesi di violenza da parte sia dello Stato israeliano che dei coloni che hanno portato a questo punto.

Sul fronte diplomatico, nel 2012 la Palestina è stata elevata al rango di stato membro osservatore delle Nazioni Unite e la bandiera palestinese è stata issata di recente vicino a quelle di altri Stati. La tendenza era chiara agli occhi di tutti: i palestinesi avevano raggiunto l’intesa di non battersi contro Israele al suo stesso gioco di violenza e avevano optato per altri mezzi di resistenza con cui Israele può essere seriamente sfidata. Anche il direttore degli affari politico-militari  presso il Ministero della Difesa israeliano, il maggiore generale Amos Gilad ha riconosciuto quanto sia stata efficace la resistenza palestinese alternativa quando ha dichiarato: “Noi non siamo molto bravi a fare Gandhi”.

Israele sa meglio di chiunque altro che se ai palestinesi viene permesso di intraprendere la via non violenta, c’è la possibilità che avranno successo nel mettere Israele in un angolo e mostrare l’occupazione per quello che è: un sistema di apartheid moderna o peggio.

La comunità internazionale è stata a guardare, anche negli Stati Uniti, dove il sentimento di fondo del Partito Democratico si sta rapidamente spostando verso il sostegno alla libertà palestinese e alla parità di diritti. Eppure, aldilà di misure limitate, quali la pubblicazione di linee guida dell’Unione europea per evitare di finanziare le attività delle colonie, l’impunità di Israele è stato lasciata crescere selvaggia mentre i suoi partner commerciali continuavano a sostenere finanziariamente la realtà insostenibile dell’occupazione militare.

Questa non è la prima volta che Israele trascina i palestinesi in scontri violenti. In realtà, questa follia ha un ritmo piuttosto ciclico. È come se Israele volesse che ogni generazione di palestinesi assaggiasse una dose della sua politica “pugno di ferro”.
Noi palestinesi non dobbiamo cadere in questa trappola di nuovo. Fin dalla sua creazione, Israele ha perseguito un’unica traiettoria politica nei confronti del conflitto: guadagnare tanta geografia palestinese possibile con la minor quantità di demografia palestinese su di essa. E’ successo ad Haifa e Jaffa nel 1948, e lo stesso vale per la Cisgiordania, Gerusalemme Est e la Striscia di Gaza oggi.Resistenza intelligente (non violenta) non è uno slogan: è un percorso consapevole di libertà e indipendenza. Noi palestinesi dobbiamo rimanere pienamente consapevoli dell’essenza politica delle azioni israeliane. Attirando ancora un’altra generazione di diseredati giovani palestinesi ai checkpoint militari che circondano le loro città – anche se questo significa che soldati israeliani devono vestirsi come i giovani palestinesi e lanciare pietre verso i soldati israeliani in uniforme per portare i manifestanti a fare lo stesso – è uno stratagemma israeliano.

Per coprire i suoi crimini, Israele ha bisogno di alimentare tutti gli stereotipi occidentali dei palestinesi come violenti e disumani, piuttosto che affamati di libertà e parità di diritti. Eppure, questo è sempre più difficile per Israele, quando ogni palestinese in possesso di un telefono cellulare ha i mezzi per documentare l’occupazione in tempo reale. Nena News

(Traduzione di Giorgia Grifoni)

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1 commento

  1. Quanta realtà, saggezza, sofferenza in queste parole. Dopo di che si passa ad un altro livello di analisi e ci si rende conto che dal ’48 ed, ancora, dal ’67, quei ragazzi divenuti adulti, se non falcidiati, imprigionati, fatti tacere prima, nessun passo avanti riscontrano ed i loro figli e nipoti si vedono consegnata una realtà peggiore della loro. Sarà pur vero che il sionismo predilige muoversi sul campo che più gli è proprio: violenza indiscriminata, ma lo fa ugualmente, quotidianamente da sessantasette anni.
    Soltanto dall’insurrezione nasce la Libertà, non occupandosene alcuno della sorte dei palestinesi se non loro stessi in prima persona, sacrificandosi come veri Parigiani.

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