Samer Issawi: “La solidarietà mi ha aiutato a continuare a lottare”

Pubblicato il 1 gennaio 2014 da AbuSara

1 Gennaio 2014 / Fonte: The Electronic Intifada, Budour Youssef Hassan

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Foto: Samer Issawi di ritorno a casa a Issawiyeh il 28 dicembre 2013. (Foto: Saeed Qaq / APA images).

Questa volta a casa degli Issawi c’è un’atmosfera diversa. E’la prima volta che facciamo loro visita aspettandoci di incontrare Samer Issawi.

Questa visita non è per offrire solidarietà e supporto, un atto che abbiamo ripetuto molte volte mentre Samer era in carcere. Questa volta la visita non è per partecipare ad una manifestazione a favore del suo rilascio.

Non abbiamo sentito il suono fastidiosamente famigliare delle bombe sonore che solitamente accompagnava le nostre visite nel villaggio di Issawiyeh a Gerusalemme Est.

Questa è una visita di celebrazione e congratulazione.
Finalmente, una settimana dopo il rilascio di suo figlio, abbiamo potuto guardare negli occhi Leila, la madre di Samer Issawi, e sorridere continuamente, libere dall’ansia e dalla speranza agitata che rattristava i nostri incontri precedenti. In Palestina, i momenti di gioia collettiva e di trionfo sono così rari che ci sentiamo come se li stessimo strappando dalle fauci degli occupanti.

Il rilascio di Samer Issawi il 23 dicembre 2013 è stato uno di questi momenti di gioia che resterà nella memoria di tutti coloro che lo hanno vissuto.

Irruzione all’alba

La mattina del suo rilascio, i giornalisti e le persone solidali avevano iniziato a concentrarsi davanti alla casa della famiglia. Le forze di occupazione israeliane avevano già fatto irruzione nella casa degli Issawisamer

all’alba e la notte precedente, minacciando la famiglia di non svolgere nessun tipo di festeggiamento.

“Hanno fatto irruzione nella casa mentre stavo pregando all’alba e ci hanno ordinato di non festeggiare,” ha spiegato la madre di Samer a The Electronic Intifada. “Ma questo era oltre il nostro controllo. Non potevamo controllare la gente e impedirgli di festeggiare e non volevamo farlo.”

Né le intimidazioni né la presenza delle forze militari israeliane all’entrata del villaggio hanno potuto impedire i grandi festeggiamenti che hanno accompagnato l’arrivo di Samer.

Un gruppo di donne di ogni età ha marciato dalla casa di Samer sulla strada mentre Samer, sua madre e sua sorella Shireen si stavano dirigendo verso casa dopo che Samer era stato rilasciato dal carcere israeliano di Shatta.
Le donne e le ragazze hanno creato un atmosfera da matrimonio, cantando slogan rivoluzionari, suonando dei tamburi darbuka e cantando dei canti palestinesi tradizionali riadattati per l’occasione. Appena il bus che trasportava Samer e la sua famiglia è arrivato a Issawiyeh, la folla è esplosa in un boato.

Degli spari di celebrazione sono stati sparati in aria, dei giovani si arrampicavano in cima alle recinzioni per scorgere il loro eroe e  i bambini continuavano a cantare il nome di Samer e la parola “libertà”. E’ stata una protesta popolare e festiva, che ha riunito i palestinesi di ogni età e di ogni estrazione politica, una cosa che a Gerusalemme occupata non si vedeva da molto tempo.

La nipote di Samer, di 16 anni, ha preso parte a molte manifestazioni e scontri per la liberazione di suo zio. Ha fatto notare che l’arresto di Samer nel luglio del 2012, poco tempo dopo che era stato rilasciato come parte di un accordo di scambio di prigionieri tra Israele e Hamas, ha politicizzato un’intera generazione a Issawiyeh.

Il giorno del suo rilascio, l’impatto che l’arresto e lo sciopero della fame di Samer ha avuto sul villaggio è stato palpabile. Si potevano vedere bambini di cinque anni che parlavano di politica e lanciavano i canti di protesta.

“Mi sono sentita come se stessi volando”

Una tenda di protesta costruita da un gruppo locale di supporto a Samer è stata demolita oltre venti volte dalle forze di occupazione israeliane, che hanno inflitto all’intero villaggio una punizione collettiva.
Questo ha avuto l’unico effetto di rafforzare la determinazione degli abitanti di lottare a fianco di Samer.

Il giorno del rilascio, con così tante persone solidali e giornalisti, era stato molto difficile salutare Samer e intervistarlo. Così l’abbiamo incontrato una settimana dopo a casa sua.

Non abbiamo potuto evitare di chiedere a sua madre la domanda scontata di come si è sentita quando ha abbracciato suo figlio dopo il suo rilascio.
“Ho perso il conto di quante volte ho dovuto rispondere a questa domanda,” ha detto. “Le mie emozioni non si possono descrivere a parole. Ero così contenta che Samer finalmente potesse respirare il profumo della libertà e della Palestina. Mi sono sentita come se stessi volando.”

La madre di Samer ha vissuto una lunga lista di esperienze dolorose. Suo figlio Fadi è stato ucciso da colpi di arma da fuoco dalle forze di occupazione israeliane nel 1994 durante delle proteste a Gerusalemme a seguito del massacro della moschea Ibrahimi a Hebron.

“Difficilmente passa un momento senza ricordare Fadi. Sono passati quasi vent’anni dal suo martirio ma mi ricordo ancora tutto di lui: i suoi vestiti, i suoi piatti preferiti e il suo sorriso.”

Tutta la famiglia imprigionata

Tutti gli altri figli di Leila Issawi, cinque figli e una figlia, hanno trascorso dei periodi in carcere. “Ad un certo punto nel 2010, erano tutti in carcere: Samer, Medhat, Raafat, Shadi, Firas e Shireen. Questa è stata la prima volta che erano riuniti in 13 anni, ma poi il servizio penitenziario israeliano li ha separati, rinchiudendo ognuno di loro in un carcere diverso.”

Prima del suo arresto nel 2012, Samer è stato arrestato quattro volte. Era stato arrestato il 15 aprile 2012 durante quella che Israele aveva chiamato Operazione Scudo Difensivo, un’invasione su larga scala di diverse città nella West Bank occupata. Samer Issawi era stato condannato a trent’anni di carcere con le accuse di possesso di armi e partecipazione ad attività armate con il Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina.

Samer Issawi si era poi trovato tra gli oltre mille prigionieri rilasciati nell’accordo di scambio dell’ottobrte del 2011. Ma come è successo a diversi altri prigionieri rilasciati nell’ambito di quell’accordo, dopo poco è stato riarrestato.

La scusa data da Israele è che aveva violato le sue condizioni di rilascio, che gli impedivano di viaggiare nella West Bank. Questo pretesto è ancora più ridicolo se si considera il fatto che Issawi aveva solo fatto visita al villaggio vicino di Kafr Aqab, che Israele considera essere all’interno dei confini municipali di Gerusalemme.

– Una lama a doppio taglio

Per protestare contro il suo arresto, Samer Issawi aveva iniziato a rifiutare i pasti nell’agosto del 2012 nell’ambito di uno sciopero della fame parziale che è durato 266 giorni. Samer ha considerato che di fronte a vent’anni di carcere il fatto di rifiutare il cibo era la sua unica opzione rimasta, eppure crede che gli scioperi della fame possano rappresentare delle lame a doppio taglio.

“Ovviamente, gli scioperi della fame sono molto più efficaci quando sono scioperi della fame di massa,” ha detto a The Electronic Intifada. “Credo che, per esempio, i detenuti amministrativi incarcerati senza processo né accusa dovrebbero intraprendere degli scioperi della fame collettivi piuttosto che degli scioperi della fame individuali.”

“Nel mio caso, ho dovuto intraprendere uno sciopero della fame individuale perchè era in protesta contro una violazione da parte di Israele di un accordo di scambio di prigionieri, ma sono cosciente del fatto che c’è una grossa differenza tra gli scioperi della fame collettivi e quelli individuali. Negli scioperi della fame individuali, possiamo prendere delle vitamine e del glucosio per durare di più mentre negli scioperi della fame di massa si beve solo acqua. Gli scioperi della fame di massa di solito sono più brevi di quelli individuali e suscitano molta più attenzione e solidarietà popolare.”

Samer pensa che le divisioni delle varie fazioni tra le organizzazioni politiche restringano la portata della resistenza di massa.
“Dobbiamo essere onesti e non aver timore di parlare dei nostri problemi. La divisione tra le fazioni, in particolare tra Fatah e Hamas, ha danneggiato il movimento dei prigionieri e a meno che i prigionieri non si uniscano, non saremo in grado di migliorare le condizioni nelle carceri o di conquistare la libertà per tutti i prigionieri.”

Nel caso di Samer, il supporto popolare e l’attenzione mediatica che ha ricevuto, in particolare nell’ultimo periodo del suo sciopero della fame, si sono rivelati cruciali per fare pressione su Israele per il suo rilascio.

– Il ruolo fondamentale delle donne

Samer e sua madre enfatizzano il ruolo importante svolto da sua sorella Shireen.

“Shireen è stata colei che ha diffuso il caso di suo fratello, scrivendo su di lui su Facebook, parlando ai media e raccogliendo supporto locale ed internazionale,” ha spiegato Leila. “Samer non ne sarebbe uscito vittorioso senza i suoi sforzi”.

Shireen, avvocatessa, minimizza umilmente il suo ruolo affermando di non aver fatto nulla di speciale.

Ma sua nipote Leila insiste: “Le persone che hanno guidato la campagna per il rilascio di zio Samer sono donne. Shireen e mia nonna, e molte di quelle che hanno partecipato alle proteste di solidarietà sono donne, e hanno superato di numero gli uomini.”

– Offerte di divieti rifiutate

Durante il suo sciopero della fame parziale, Samer Issawi ha ricevuto diverse offerte israeliane di essere deportato a Gaza, ma le ha rifiutate tutte. “Gaza fa parte della Palestina, ma ho sentito che accettare un accordo che mi avrebbe espulso dalla mia città natale di Gerusalemme avrebbe costituito un precedente pericoloso e avrebbe tradito i sacrifici dei martiri e dei prigionieri.”

“Issawiyeh è il mio paese d’origine e non ho pensato nemmeno per un istante di accettare quelle offerte. Al contrario, ogni volta che mi veniva proposta un’offerta di essere deportato, intensificavo il mio sciopero della fame per esempio rifiutando le vitamine.”

– Mantenuto a galla dalla solidarietà

Le manifestazioni di support a Samer, anche se non sempre molto grandi, si sono svolte in tutta la Palestina. Hanno incluso dei presidi alla Porta di Damasco nella città vecchia di Gerusalemme che sono stati dispersi violentemente dalle forze di occupazione israeliane, dei sit in quotidiani nella Piazza dell’Orologio di Jaffa che sono durati oltre quaranta giorni consecutivi e delle proteste davanti all’ospedale carcerario di Ramle quando Samer vi era detenuto.

Altre proteste e azioni di solidarietà si sono svolte anche a Ramallah e Gaza e in molte altre città in tutto il mondo.

“I miei avvocati mi hanno aggiornato su queste manifestazioni e questo mi ha fatto rimanere a galla,” ha ditto Samer. “Già all’inizio quando c’era poca attenzione sul mio caso era determinato a continuare a lottare, ma ovviamente il supporto che ho ricevuto dai palestinesi in Palestina e nella diaspora, come pure da tutte le persone libere nel mondo, mi ha dato un sacco di fiducia.”

Ma nonostante la solidarietà popolare, i politici altolocati dell’Autorità Palestinese (AP) hanno offerto poco supporto. Il leader dell’AP, Mahmoud Abbas, si è rifiutato addirittura di incontrare la madre di Samer.
Eppure, ironicamente, diversi politici dell’AP hanno celebrato il rilascio di Samer.

“So che molti di essi non supportavano Samer e lo sanno, ma quando hanno chiamato per congratularsi ho accettato le loro congratulazioni,” ha detto la madre di Samer Leila. “In fin dei conti, questa è una vittoria per Samer e per il popolo palestinese.”

Samer ha insistito sul fatto che è stato il popolo palestinese, e non i politici, a rendere possibile il suo rilascio. Chiedendogli come si sente ad essere visto da molti come un’icona Samer ha detto: “Non mi importa di come mi considera la gente, ma rimarrò sempre un uomo ordinario. Nulla cambierà nella mia vita.”

“Continuerò a divertirmi a spendere del tempo con i bambini. Non sono un’icona ma semplicemente un soldato nella lotta per la libertà e la dignità della Palestina.”

Budour Youssef Hassan è un’anarchica palestinese laureata in diritto che risiede a Gerusalemme occupata.Per seguirla su Twitter: @Budour48.

Fonte:

http://electronicintifada.net/content/solidarity-helped-me-keep-fighting-says-released-hunger-striker-samer-issawi/13049

http://reteitalianaism.it/public_html/index.php/2014/01/01/samer-issawi-la-solidarieta-mi-ha-aiutato-a-continuare-a-lottare/#more-3901

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ARTICOLO ORIGINALE

SOLIDARITY HELPED ME KEEP FIGHTING, SAYS RELEASED HUNGER STRIKER SAMER ISSAWI

Budour Youssef Hassan

Issawiyeh 1 January 2014
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Samer Issawi back home in Issawiyeh on 28 December 2013. (Saeed Qaq / APA images)

There was a distinctly different ambience at the home of the Issawis this time around. It would be the first time that we were visiting expecting to meet Samer Issawi himself.

This visit was not about offering solidarity and support, an act we undertook repeatedly when Samer was in prison. This time the visit was not to participate in a demonstration calling for his release.

We did not hear the tediously familiar sound bombs that usually accompanied our visits to the village of Issawiyeh in occupied East Jerusalem.

This visit was a celebratory and congratulatory one.

Finally, a week after her son’s release, it was possible to look Leila, Samer Issawi’s mother, in the eye and smile incessantly, free from the anxiety and agitated hope that saddled our hearts when we met her previously. In Palestine, moments of collective joy and triumph are so rare that we feel like we snatch them from the jaws of our occupiers.

The release of Samer Issawi on 23 December 2013 was one of those moments of joy that will linger in the memories of all who witnessed it.

Dawn raid

On the morning of his release, journalists and supporters of Samer Issawi began gathering at the family’s home. Israeli occupation forces had already raided the Issawis’ home at dawn and the previous night, warning the family not to hold celebrations.

“They raided the house while I was praying at dawn and ordered us to refrain from celebrating,” Samer’s mother told The Electronic Intifada. “But this was out of our hands. We could not control people and stop them from celebrating and we did not want to.”

Neither the intimidation nor the presence of Israeli military forces at the entrance to Issawiyeh could prevent the massive celebrations that accompanied Samer’s arrival.

A group of women of all ages marched from Samer’s house into the streets as Samer, his mother and his sister Shireen were making their way home after Samer was released from Israel’s Shatta prison.

The women and girls created a wedding-like atmosphere, chanting revolutionary slogans, banging on darbuka drums and singing traditional Palestinian songs adapted for the occasion. As soon as the bus carrying Samer and his family made it into Issawiyeh, the crowd erupted euphorically.

Celebratory gunshots were fired in the air, youth climbed atop fences to catch a glimpse of their hero and children kept chanting Samer’s name and the word “freedom.” It was a popular and festive protest, bringing together Palestinians of all ages and political affiliations, something that occupied Jerusalem has not seen in a long time.

Samer’s 16-year-old niece, Leila, had taken part in numerous demonstrations and clashes demanding her uncle’s release. She noted that the arrest of Samer in July 2012 — not long after he had been released as part of a prisoner exchange deal between Israel and Hamas— had politicized an entire generation in Issawiyeh.

The extent to which Samer’s arrest and hunger strike have influenced the village was visible. You would see children as young as five engaging in political discussions and leading chants in protests.

“I felt like I was flying”

A protest tent set up by local youth in support of Samer was demolished over twenty times by Israeli occupation forces who subjected the entire village to collective punishment.

That only bolstered Issawiyeh residents’ determination to stand behind Samer.

With Samer surrounded by so many supporters and journalists, it was very hard to greet him and interview him on the day of his release. So we met one week later at his house.

We could not avoid asking his mother the predictable question about what she felt when she hugged her son after his release. “I lost count of the number of times I’ve had to answer this question,” she said. “My feeling could not be described in words. I was so happy that Samer finally got to breathe the scent of freedom and Palestine. I felt like I was flying.”

Samer’s mother has endured a litany of painful experiences. Her son Fadi was shot dead by Israeli occupation forces in 1994 during protests in Jerusalem following the Ibrahimi mosque massacre in Hebron.

“Hardly a moment passes without remembering Fadi. It’s been almost twenty years since his martyrdom but I still remember everything about him: his clothes, his favourite dishes and his smile.”

Entire family jailed

All of Leila Issawi’s other children — five sons and one daughter — have spent time in jail. “At one point in 2010, all of them were in jail: Samer, Medhat, Raafat, Shadi, Firas and Shireen. That was the first time they were reunited in 13 years, but then the Israel Prison Service separated them, jailing each of them in a different prison.”

Before his arrest in 2012, Samer had been arrested four times. He was arrested on 15 April 2002 during what Israel called Operation Defensive Shield, a large-scale invasion of several cities in the occupied West Bank. Samer Issawi was sentenced to thirty years in jail on charges of possession of weapons and engaging in armed activities with the Democratic Front for the Liberation of Palestine.

Samer Issawi was among over a thousand prisoners released in the October 2011 exchange deal. But like several other prisoners released then, he was soon re-arrested.

The excuse given by Israel was that he had violated his release conditions, which banned him from travelling in the West Bank. The pretext is all the more ludicrous considering Issawi had only visited the nearby village of Kafr Aqab, which Israel considers to be within Jerusalem’s municipal boundaries.

Double-edged sword

In protest at his arrest, Samer Issawi began returning meals in August 2012 in a partialhunger strike that lasted for 266 days. Samer saw refusing food as his only option as he was facing twenty years of imprisonment, yet he believes that hunger strikes can be a double-edged sword.

“Of course, hunger strikes are much more effective when they are mass hunger strikes,” he told The Electronic Intifada. “I think that, for instance, administrative detainees held without charge or trial should go on collective hunger strikes rather than individual hunger strikes.”

“In my case, I had to go on an individual hunger strike because it was in protest at Israel’s violation of the prisoner exchange deal, but I’m aware that there is a big difference between collective and individual hunger strikes. In individual hunger strikes, we can take vitamins and glucose to last longer while mass hunger strikers only drink water. Mass hunger strikes are usually much shorter than individual hunger strikes and garner much more attention and popular solidarity.”

Samer believes that factional divisions among political organizations restrict the scope for mass resistance.

“We have to be honest and not shy away from mentioning our problems. The division along factional lines, particularly between Fatah and Hamas, has damaged the prisoner movement and unless all prisoners unite, we will not be able to improve conditions in jail or achieve freedom for all prisoners.”

In Samer’s case, the popular support and media attention he received particularly in the latter stages of his hunger strike proved crucial to put pressure on Israel to release him.

Women played key role

Samer and his mother Leila emphasized the important role that his sister Shireen has played.

“Shireen was the one shedding light on her’s brother case, writing about him on Facebook, speaking to the media and rallying local and international support,” said Leila. “Samer would not have emerged victorious without her efforts.”

Shireen, a lawyer, humbly downplayed her role by claiming she had done nothing special.

But her niece Leila insisted: “The ones who led the campaign to release Uncle Samer were women. Shireen and my grandmother, and so many of those who participated in solidarity protests were women as well, even outnumbering the guys.”

Banishment offers rejected

Throughout his partial hunger strike, Samer Issawi received several Israeli offers to be banished to Gaza but he rejected all of them. “Gaza is definitely part of Palestine, but I felt that accepting a deal that would expel me from my hometown Jerusalem would set a dangerous precedent and would betray the sacrifices of martyrs and prisoners.”

“Issawiyeh is my hometown and I never for a moment thought about accepting such a deal. On the contrary, whenever I was given an offer to be banished, I escalated my hunger strikes by refusing vitamins, for example.”

Buoyed by solidarity

Demonstrations in support of Samer — albeit not always particularly large — took place across Palestine. They included vigils at the Damascus Gate in Jerusalem’s Old City that were violently dispersed by Israeli occupation forces, daily sit-ins in Jaffa’s Clock Square that lasted for over forty consecutive days and protests outside Ramle prison hospital when Samer was held there.

Protests and solidarity actions also took place in Ramallah and Gaza and in many cities around the world.

“My lawyers repeatedly told me about those demonstrations and this definitely buoyed me,” Samer said. “Even at the start when there was little attention I was determined to keep fighting, but of course the support I got from Palestinians in Palestine and the diaspora, as well as all the free people in the world gave me a lot of confidence.”

But despite the popular solidarity, high-ranking Palestinian Authority (PA) politicians offered little support. PA leader Mahmoud Abbas even refused to meet Samer’s mother.

Yet, ironically, a number of PA politicians have celebrated Samer’s release.

“I know that there were many of them who did not support Samer and they know that, but when they called to congratulate I accepted their congratulations,” Samer’s mother Leila said. “At the end of the day, this is a victory for Samer and for the Palestinian people.”

Samer insisted that it was Palestinian people, not leading politicians, who made his release possible. Asked how he felt about being regarded by many as an icon Samer said: “I don’t care how people consider me, but I will always remain an ordinary man. Nothing will change in my life.”

“I will continue to enjoy spending time with the kids. I’m not an icon but simply a soldier in the fight for freedom and dignity in Palestine.”

Budour Youssef Hassan is a Palestinian anarchist and law graduate based in occupied Jerusalem. She can be followed on Twitter @Budour48.

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