Samir Awad è un’altra vittima del sistema giudiziario fazioso israeliano

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News – 29/3/2018

MEMO. Di Rebecca Stead.  Il 16 enne Samir, disarmato, è stato colpito prima al ginocchio, poi alla testa, e poi ancora alla schiena.

A soli 200 metri dal villaggio di Budrus, a nord-ovest di Ramallah, si trova la barriera di separazione. Il 15 gennaio 2013 il 16 enne Samir Awad e dei suoi amici gironzolavano nella zona, facendo baldoria per la fine del semestre scolastico. Arrampicatosi su una bassa recinzione metallica, Samir rimase intrappolato tra questa e la barriera elettronica che svetta rinchiudendo il suo paese. All’improvviso i soldati del 71 esimo battaglione dei corpi corazzati uscirono dai loro nascondigli e gli spararono a un ginocchio.

Appena Samir riuscì a liberarsi dalla recinzione e cercò di fuggire, un soldato gli sparò da breve distanza, una volta alla testa e poi alla schiena. Quando finalmente Samir arrivò all’ospedale di Ramallah, i medici lo dichiararono deceduto.

Un’inchiesta successiva, intrapresa dall’organizzazione per i diritti umani israeliana B’Tselem, dichiarò che i militari coinvolti non si trovarono in nessun tipo di pericolo durante l’accaduto. Poiché il regolamento sull’aprire il fuoco permette ai militari di usare proiettili ordinari solo in caso di pericolo reale e mortale, Samir è stato ucciso illegalmente.

Un’indagine militare ebbe seguito, in accordo con un regolamento del 2011 introdotto dai Military Advocate General’s Corps (Mag), un’organizzazione istituita al fine di “promuovere  la giustizia e diffondere le regole legali entro le Forze di difesa israeliane”. La normativa affermava che un’indagine va aperta in ogni caso di palestinesi civili uccisi in Cisgiordania da parte di militari israeliani.

Un anno dopo l’incidente Mag Corps informò B’Tselem che l’indagine era stata completata, e nel dicembre 2015 l’Ufficio legale del distretto centrale incriminò i due soldati che esplosero i proiettili con l’accusa di “avventato e negligente utilizzo di arma da fuoco”. Il loro processo iniziò il 22 settembre 2016 presso il Tribunale dei magistrati di Ramla.

Ma in sviluppi più recenti gli avvocati dei due militari hanno dichiarato a Haaretz che condannarli equivarrebbe a “rafforzare selettivamente la legge, in quanto è raro che vengano rinviati a giudizio dei soldati delle Forze di difesa israeliane che hanno sparato e ucciso dei palestinesi”. Per aiutare il loro caso, gli avvocati hanno citato dati militari che dimostrano come negli ultimi 7 anni solo 4 rinvii a giudizio su 110 casi in cui dei soldati hanno fatto fuoco, uccidendo dei palestinesi, sono stati archiviati. In seguito a questo precedente è probabile che tutti i provvedimenti nei confronti di soldati vengano abbandonati in quanto applicazione selettiva della legge. Si attende un verdetto entro il 26 marzo 2018.

Dovesse, al contrario, un cittadino israeliano venire ucciso da un palestinese, non c’è dubbio che la punizione sarebbe molto più severa. Anzi, i palestinesi sospettati di aver ucciso un cittadino israeliano raramente arrivano in tribunale. Esempio emblematico è il caso di Ahmed Jarrar, sospettato di aver ucciso Rabbi Raziel Shevach nell’insediamento di Havat Gilad, vicino a Nablus, nel gennaio di quest’anno, e che è stato ucciso in una caccia all’uomo a Jenin.

Jarrar non è l’unico ad aver incontrato tale destino: nel marzo 2017 i palestinesi Abd Al-Fattah Yusri Al-Sharif e Ramzi Aziz Al-Qasrawi vennero uccisi a colpi di pistola dopo essere stati accusati di aver accoltellato e ferito un soldato nella città vecchia di Hebron.

I palestinesi che vengono portati a giudizio incontrano dure sentenze. Nel 2014 il 21 enne Ahmad Yasser Baraghitni è stato condannato a 8 anni di prigionia con l’accusa di aver lanciato delle pietre contro le Forze militari israeliane a Gerusalemme, durante una serie di proteste contro l’occupazione.

L’esistenza di due sistemi giudiziari, uno civile, applicato ai cittadini israeliani residenti entro la linea verde israeliana e negli insediamenti illegali della Cisgiordania, e uno militare, applicato ai palestinesi dei Territori occupati, contano ampiamente su questa asimmetria nella severità della pena.

Nel 2017 le Nazioni Unite hanno accusato il tribunale militare di Israele di aver violato la legge, avendo condannato il 99,74% di palestinesi, e dimostrando così la faziosità di un sistema in cui giudici, pubblici ministeri e traduttori sono tutti membri delle forze armate israeliane.

Questo squilibrio può anche essere visto come sintomatico del più ampio disprezzo per le vite dei palestinesi che tocca non solo il sistema giudiziario ma anche i più ampi aspetti della continua occupazione della Cisgiordania e di Gaza. Se i due soldati accusati della responsabilità della morte di Samir Awad saranno lasciati liberi, ciò sarà un’ulteriore prova del doppio standard che flagella molti aspetti della vita quotidiana in Israele-Palestina.

Traduzione per InfoPal di Stefano Di Felice

 

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