Saudi America

Slow news di Ugo Tramballi

25 MAGGIO 2013 – 14:47

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Se la questione è lo shale oil americano, nessun problema, dice Khalid al-Falih, Ceo di Aramco, la compagnia che ha il monopolio del petrolio saudita. Nessun problema nemmeno se la questione è lo shale gas, aggiunge il ministro dell’Energia del Qatar, Saleh al Sada.

  Per il saudita come per il qatarino, il travolgente ingresso americano nella produzione e nel mercato mondiale dell’energia, attraverso la frantumazione delle argille bituminose – lo shale, l’energia non convenzionale – non cambieranno niente. Resterà il placido panorama di un’industria fino ad ora sinonimo di deserto e mare arabico, petroldollari, ricchezze incalcolabili, fondi sovrani senza limite di contanti nell’acquisto dell’argenteria industriale e finanziaria europea. Soprattutto sinonimo di una geopolitica mediorientale apparentemente immutabile.

   La spiegazione del saudita al-Falih, il cui Paese oggi produce 12,5 milioni di barili di greggio al giorno, è che l’arrivo degli americani renderà il mercato più “pragmatico e razionale” riguardo alle politiche energetiche dei governi di tutto il mondo. Quella del qatarino al Sada, esportatore di 77 milioni di tonnellate di gas naturale liquido l’anno, è che la produzione americana servirà solo per i consumi interni: non gli porterà via clienti.

  Sembrano le spiegazioni piuttosto inadeguate di chi crede di avere per sempre pozzi e giacimenti senza fine. Qui al World Economic Forum mediorientale, sulle rive giordane del Mar Morto, è invece della caducità di questa ricchezza che si è anche parlato. Per il Fondo Monetario Internazionale la maturazione dei principali giacimenti sauditi e l’ingresso dello shale oil americano sui mercati, sarà una delle ragioni di una nuova caduta della crescita economica del Medio Oriente. Sulle potenzialità degli Stati Uniti, inesplorate fino al 2008, c’è ancora poca chiarezza. Per il gas la produzione dovrebbe arrivare all’equivalente quantità di 10 milioni di barili petroliferi; per il petrolio addirittura a 4 miliardi (esatto, 4mila milioni!) al giorno di barili a partire dal 2022, sostiene Citigroup. Probabilmente le cifre sono esagerate. Tuttavia, per quanto inferiore, la produzione a pieno regime sarà sempre notevole, sufficiente per rivoluzionare il mercato energetico. Abbastanza perché si parli di “Saudi America”.

  Un cambiamento di queste prospettive non può lasciare le cose come stanno, la geopolitica non può restare quella che conosciamo in questa regione. Per esempio: se nel 2003 George Bush avesse saputo dei giacimenti del suo Far West, avrebbe invaso l’Iraq? Uno degli scopi primari di quell’impresa era il controllo del petrolio iracheno e, di conseguenza, quello dei mercati.

    Per molti il disimpegno dal Medio Oriente dell’amministrazione Obama è figlio del gas e del petrolio non convenzionali. Se ha guidato “da dietro” la liberazione della Libia; se non esiste un processo di pace degno di questo nome fra Israele e Palestina; se gli Stati Uniti rifiutano di fare qualcosa nel massacro siriano e nella crescente destabilizzazione irachena; se si sono affidati ai Fratelli musulmani per democratizzare Egitto e Tunisia. Questo generale rompete le righe è avvenuto perché non è più necessario intervenire con uomini, mezzi e risorse per garantire il flusso petrolifero e i prezzi dalle instabilità croniche del Medio Oriente.

   L’analisi è superficiale. L’interesse americano di garantire la sicurezza e la stabilità di alcuni Paesi chiave – Arabia Saudita, Qatar, Egitto e resto del Golfo, in ordine d’importanza. Israele è un’altra storia – va oltre il petrolio. E’ un assunto strategico a priori. Nei prossimi 10 anni gli Usa forniranno all’Arabia Saudita armamenti per 100 miliardi di dollari: l’affare più grande nella storia del business militare. Vendere armi di quel livello, non è solo mercato: si trasferiscono tecnologie e istruttori ad alleati dei quali ci si fida.

  Ora, in modo più o meno diretto, con più determinazione ora con meno, nemmeno gli Stati Uniti grondanti di petrolio usciranno dal Medio Oriente. Resteranno parte integrante del suo panorama, come il deserto e le palme. Ma per qualsiasi presidente sarà sempre più difficile convincere un’America piena di petrolio, dopo aver spiegato per decenni che i ragazzi erano nel Golfo perché a casa si potesse comprare benzina a meno di quattro dollari il gallone. Col tempo la determinazione sarà diversa ed è meglio che gli alleati lo sappiano e si preparino. Perché lo hanno capito anche i nemici

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