SCONGIURATA LA DEPORTAZIONE, I RICHIEDENTI ASILO IN ISRAELE VIVONO ANCORA NELLA PAURA

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Il 2018  era iniziato con il governo israeliano che tentava di deportare 35.000 richiedenti asilo in Paesi in cui avrebbero dovuto affrontare possibili persecuzioni e morte. L’instancabile lavoro degli attivisti  riuscì a fermare il governo – eppure in Israele i richiedenti asilo continuano a dover affrontare un futuro incerto.

Oren Ziv – 30 dicembre 2018

L’anno scorso è stato un anno agitato per i 35.000 richiedenti asilo in Israele, la maggior parte dei quali arrivati dal Sudan o dall’Eritrea negli ultimi dieci anni. Il governo israeliano  aveva iniziato l’anno applicando un piano  secondo  il quale intendeva pagare la maggior parte dei richiedenti asilo per trasferirsi in Ruanda e Uganda, e con un piano quasi pronto per deportarvi forzosamente i restanti. I richiedenti asilo che  rifiutavano la deportazione,  erano detenuti a tempo indeterminato. Nel frattempo, il governo  rifiutava persino di esaminare la stragrande maggioranza delle loro richieste di asilo.

Viviamo in un limbo” dice Jack Tigi-Tigi, 34 anni, un  richiedente asilo del Darfur, arrivato in Israele nel 2008. ”Da più di 10 anni la gente sta aspettando una risposta, ma lo Stato non vuole  esaminare i nostri casi  e concederci lo status di asilo“.

Tigi-Tigi dice di avere amici che sono riusciti a raggiungere l’Europa o gli Stati Uniti e che hanno ricevuto lo status di rifugiati dopo solo pochi mesi. “Israele vuole ferire le persone emotivamente e spiritualmente per  spezzarci”, si lamenta. “Quando le persone si spezzano, se ne vanno da sole. Vogliono deportarci indirettamente.” Tigi-Tigi  ha trascorso un certo periodo nel carcere a Holot, la struttura di detenzione nel deserto costruita da Israele quattro anni fa per ospitare temporaneamente i richiedenti asilo. Molti dei suoi amici hanno  deciso di andarsene dopo aver affrontato la reclusione.

Richiedenti asilo eritrei e attivisti israeliani partecipano davanti al parlamento israeliano a Gerusalemme Ovest a una performance, impersonando schiavi  venduti in Libia, per protestare contro la prevista deportazione dei richiedenti asilo  – 17 gennaio 2018. (Oren Ziv /Activestills.org)

La storia di Tigi-Tigi non è eccezionale tra i richiedenti asilo in Israele. Negli ultimi 11 anni, da quando il primo gruppo di richiedenti asilo Darfuri arrivò dall’Egitto attraverso la penisola del Sinai, le autorità israeliane si sono rifiutate di  evadere la stragrande maggioranza delle loro richieste di status di rifugiati, lasciando le persone in un limbo, senza status e a rischio di depressione, povertà e senza prospettive di futuro.

All’inizio dell’anno, con l’aumento dei piani  di espulsione, richiedenti asilo e attivisti israeliani  cominciarono a organizzare una campagna di base per fermare le deportazioni, anche attraverso veglie, proteste, performance artistiche di strada e pressioni internazionali. Le proteste si  sono svolte davanti alle ambasciate ugandesi e ruandesi di tutto il mondo, sperando così di spingere quei Paesi a ritirarsi dagli accordi che avevano presumibilmente  sottoscritto con Israele.

Nel frattempo, il governo israeliano cercava  di attizzare le fiamme tra i residenti Ebrei israeliani del sud di Tel Aviv e i richiedenti asilo che vivono lì. “L’anno scorso abbiamo visto come la destra ha elaborato un’equazione che ha opposto i residenti locali da una parte e i richiedenti asilo dall’altra”, dice Shula Keshet, direttore dell’organizzazione militante femminista sud-orientale Ahoti, recentemente eletta al Consiglio comunale di Tel Aviv. “Questo è stato fatto nel tentativo di mettere le comunità l’una contro l’altra”.

Al contrario , Keshet ha aiutato a gestire la campagna “South Tel Aviv Against the Deportation”, che ha riunito richiedenti asilo e residenti israeliani del sud di Tel Aviv, una delle aree più vulnerabili della città.

Oltre 20.000 richiedenti asilo e Israeliani, compresi  quelli residenti nel sud di Tel Aviv, protestano contro il piano israeliano di espulsione dei richiedenti asilo africani, a Tel Aviv sud, il 25 febbraio 2018. (Oren Ziv / Activestills.org)

Gli ultimi anni sono stati difficili”, afferma l’attivista Sigal Avivi. “L’unica cosa buona che siamo riusciti a fare è stato fermare le deportazioni facendo pressioni sui governi stranieri e sui membri del parlamento in Ruanda e Uganda”. La mobilitazione di decine di migliaia di Israeliani per protestare contro la deportazione è stato un risultato importante, aggiunge. “Questa è la prima volta che  gli Israeliani si riuniscono  in massa per protestare contro quel piano”.

A marzo un gruppo di attivisti israeliani, tra cui Avivi, ha presentato una petizione all’Alta Corte di Giustizia israeliana contro le previste deportazioni in Ruanda e Uganda. Alla fine, la Corte ha congelato il piano dopo aver concluso che non avrebbe probabilmente superato una verifica giuridica.

Alcune settimane prima, un gruppo di MK di Meretz si era recato in Ruanda e in Uganda per indagare sulle condizioni in cui vivevano i richiedenti asilo che erano già stati deportati da Israele. “Uno dei motivi per cui siamo andati in Uganda e in Ruanda è stato quello di fermare la politica del governo di inviare persone in quei Paesi”, dice MK Mossi Raz, che faceva parte della delegazione. Diversi giorni dopo la visita, il governo ruandese annunciò pubblicamente che non avrebbe accettato i rifugiati inviati da Israele.

Siamo stati  in Ruanda e abbiamo visto che tutti i richiedenti asilo che vi erano stati deportati si erano trasferiti in Uganda poco dopo il loro arrivo. Abbiamo cercato di capire cosa stavano facendo lì e se avevano ricevuto lo status di asilo“, dice Raz. Quello che hanno scoperto è che all’arrivo in Ruanda e in Uganda, ai richiedenti asilo non era stato riconosciuto alcuno status legale. Molti  hanno  cercato di andare Europa, e alcuni  sono annegati mentre tentavano di attraversare il Mediterraneo.

Meretz MKs Michal Rozin ( a sinistra)e Mossi Raz a Kigali, in Ruanda. (Oren Ziv / Activestills.org)

+972 Magazine  fu uno dei pochi  a dare notizie dal Ruanda e dall’Uganda, denunciando i problemi che i richiedenti asilo affrontavano  dopo essere stati deportati da Israele.

La svolta  avvenne ad aprile, quando Netanyahu e il suo ministro degli Interni, Aryeh Deri,  annunciarono che il piano di espulsione era fallito. “La Corte in effetti ci ha proibito di mandarli in un Paese che non era disposto ad accettarli contro la loro volontà”,  disse Netanyahu. “Avevo  cercato e  trovato un Paese che avrebbe accettato di accogliere queste persone contro il loro volere. Questa era stata una svolta molto importante. Eravamo molto speranzosi. Avevamo iniziato a mandarvi queste persone, ma molto rapidamente, è diventato chiaro che questo Paese terzo si era tirato indietro, non essendo in grado di sopportare la pressione“.

Sorprendendo quasi tutti, nello stesso momento Netanyahu  annunciò di aver raggiunto uno storico accordo con l’ONU che avrebbe re-insediato nei Paesi occidentali il 50% dei richiedenti asilo in Israele. AI restanti sarebbe stato permesso di rimanere in Israele, dove avrebbero ricevuto lo status di asilo. Nelle strade  scoppiarono i festeggiamenti.

Ma pochi giorni dopo l’annuncio iniziale, in seguito alle pressioni di attivisti e di politici di estrema destra, Netanyahu si ritirò dall’accordo. Le deportazioni non iniziarono, ma senza uno status giuridico adeguato le decine di migliaia di richiedenti asilo in Israele  tornarono ad avere un futuro incerto. “La comunità è in cattive condizioni, soprattutto psicologicamente”, dice Avivi. “Le persone sono esauste e sfinite dalla lotta quotidiana per sopravvivere.

Altri attivisti e richiedenti asilo con cui ho parlato sono convinti che il governo continuerà i suoi sforzi per rendere insopportabile la vita dei richiedenti asilo in Israele. “Sono certo che con le prossime elezioni ci saranno molti tentativi di rendere la nostra vita ancora più difficile“, dice Atakliti Abraham, un  richiedente asilo e attivista dell’Eritrea. “Il governo cercherà di mostrare ai suoi elettori che stanno cercando  di espellerci”.

Richiedenti asilo provenienti dal Sudan e dall’Eritrea aspettano in fila per entrare nel Ministero dell’Interno nella città di Bnei Brak, per rinnovare i loro visti temporanei o presentare le loro richieste di asilo, nelle prime ore del mattino del 4 febbraio 2018. (Oren Ziv / Activestills.org)

Nel frattempo, i richiedenti asilo si stanno ancora riprendendo da una legge approvata nel maggio 2017 che li obbliga a depositare il 20% delle loro retribuzioni in un conto di garanzia a cui è possibile accedere solo se e quando lasciano il Paese. La legge costringe anche i datori di lavoro, principalmente ristoranti e alberghi, a destinare un altro 16% delle loro retribuzioni al fondo. “Non posso nemmeno immaginare che cosa farà il prossimo governo per  rendere ancor più miserabili le vite dei richiedenti asilo”, dice Sigal Rozen della Hotline for Refugees and Migrants. “Le persone riescono a malapena a guadagnarsi da vivere e stanno cercando di andarsene in ogni modo possibile.

Naturalmente, il governo ha trovato altri modi per fare proprio questo, principalmente aggravando le condizioni negli uffici del Ministero dell’Interno in cui i richiedenti asilo sono tenuti a rinnovare i loro visti temporanei una volta al mese.

Abraham, che ha trascorso la maggior parte del 2018 organizzando e prendendo parte alle proteste contro la deportazione, si reca al Ministero degli Interni di Bnei Brak tutte le mattine prima dell’alba per cercare di aiutare i richiedenti asilo a mettersi in fila per rinnovare i visti.

Proprio questa settimana abbiamo ricevuto l’avviso che tutti i richiedenti asilo saranno inviati a rinnovare il visto a Bnei Brak, il che creerà lunghe code.” Un anno dopo il piano di espulsione, Abraham lamenta di “essere tornati allo stesso punto”.  E’ consapevole che  le modalità di rinnovo dei visti e la legge sui depositi sono solo la punta dell’iceberg quando si tratta degli sforzi di Israele per spingere i richiedenti asilo fuori dal Paese.

Rozen afferma che, nonostante la deportazione sia stata interrotta, i richiedenti asilo sono ancora alla ricerca di modi per andarsene, soprattutto in Canada e in  altri Paesi occidentali, principalmente attraverso processi di ricongiungimento familiare, unendosi ai parenti che ce l’hanno fatta.

Richiedenti asilo provenienti dal Sudan e dall’Eritrea protestano fuori dall’ambasciata del Ruanda a Herzliya, vicino a Tel Aviv, contro il piano del governo israeliano di espellere i richiedenti asilo africani in un Paese africano , che si presume essere il Ruanda e l’Uganda, il 22 gennaio 2018. (Oren Ziv / Activestills.org)

Eppure, ci sono anche barlumi di speranza. Verso la fine del 2017, un gruppo di richiedenti asilo sudanesi si rivolse alla Corte Suprema per chiedere alle autorità di esaminare le loro richieste di asilo, presentate anni prima. Prima ancora di andare in appello, lo Stato concesse lo status temporaneo a 800 richiedenti asilo dal Darfur. Durante l’udienza, tenutasi nell’ottobre 2018, le autorità israeliane annunciarono che, dopo un decennio di rifiuti, avrebbero iniziato l’esame delle richieste di asilo individuali dei sudanesi in Israele.

Nel frattempo, a seguito dell’omicidio avvenuto il mese scorso nel sud di Tel Aviv di Silvana Tsegai, una dodicenne richiedente asilo, il governo ha finalmente finanziato una linea di bilancio dal 2016 per fornire servizi ai bambini richiedenti asilo. “Ci sono migliaia di bambini di richiedenti asilo che crescono in condizioni di estrema povertà e instabilità – bambini che rimangono senza diritti di base”, dice Orit Marom,  di ASSAF – Organizzazione di Aiuto per Rifugiati e Richiedenti Asilo in Israele . “Abbiamo bisogno di investire sia nell’istruzione che nei servizi sociali”.

Ci sono solo 40.000 richiedenti asilo in Israele, mentre la crisi globale dei rifugiati è di 70 milioni”, aggiunge Marom. “Il caso dei rifugiati in Israele è uno strumento del gioco politico dei governi di destra. Stiamo parlando di un piccolo gruppo di persone; se li integriamo, possono far parte della società israeliana entro pochi anni“.

Trad: Grazia Parolari “contro ogni specismo, contro ogni schiavitù” –  Invictapalestina.org

Fonte: https://972mag.com/safe-from-deportations-asylum-seekers-in-israel-still-living-in-fear/139471/?fbclid=IwAR1t6fETsTxi2NPwOSEH0InechsOm_7hMFSb_4jDjzONZ5MdhZKiMWpjHaY

 

Scongiurata la deportazione, i richiedenti asilo in Israele vivono ancora nella paura

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