SE E’ UN GIORNALE A FARE PAURA, IN EGITTO – di Paola Caridi

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tratto da: invisiblearabs

Sono arrivati fino a Mada Masr, l’unico serio giornale di opposizione in Egitto. Oggi, 24 novembre 2019, nove agenti in borghese dei servizi di sicurezza egiziani hanno fatto irruzione nella redazione del giornale online, simbolo della libertà di stampa e di espressione in Egitto. Sull’identità e sull’affiliazione degli agenti, a dire il vero, nulla si sa, perché non hanno voluto rispondere alle domande di chi si trovava in redazione in quel momento. Confiscati computer e telefonini, interrogati per ore tre dei giornalisti di Mada Masr, Mohamed Hamama, Rana Mamdouh e la direttrice, Lina Attalah (nella foto), un nome di livello internazionale tra i reporter che si occupano della regione araba.

Tutti e tre sono stati fermati e condotti in una località ignota, salvo poi essere liberati in serata dal commissariato di polizia di Dokki, uno dei posti di polizia più noti del Cairo, nello stesso quartiere in cui aveva vissuto Giulio Regeni, il ricercatore italiano sequestrato, torturato e ucciso nella capitale egiziana nel gennaio del 2016. La liberazione dei tre giornalisti di Mada Masr è stata di poco successiva alla liberazione di un altro nome rilevante della redazione, Shadi Zalat, alla periferia del Cairo.

Il regime presieduto da Abdel Fattah al Sisi ha, dunque, superato un altro livello nella repressione in atto nel Paese dal 2013, vale a dire dal golpe compiuto dalle forze armate che hanno rimosso il presidente democraticamente eletto, Mohammed al Morsi, deceduto pochi mesi fa d’infarto in un’aula di tribunale, dopo anni di detenzione in condizioni durissime. Un raid nella redazione di Mada Masr, che già ha problemi seri a essere letta in Egitto perché subisce da anni una censura digitale, vuol dire non solo colpire la libertà di stampa e di espressione, ma rappresentare lo stato in cui versa la democrazia in Egitto da anni, da quando la rivoluzione democratica e pacifica del 2011 è stata sconfitta sull’alta della presunta stabilità dell’Egitto.

Tutte le associazioni internazionali di difesa dei diritti umani imputano da anni all’Egitto di al-Sisi violazioni da record: arresti di massa, sparizioni forzate, tortura, condizioni di detenzione insostenibili. Si parla di numeri impensabili di incarcerazioni politiche: dai 40mila ai 60mila detenuti, di cui solo quattromila arrestati lo scorso ottobre nelle manifestazioni (ormai rarissime) di protesta.

Perché, dunque, Mada Masr? E perché proprio ora? Mada Masr non è solo, da anni, l’unica testata di opposizione. È soprattutto un giornale credibile che fa giornalismo di altissima qualità e professionalità. Un giornale stimato  dai reporter internazionali specializzati nella regione araba. I suoi articoli sono frutto di un lavoro investigativo serio e rigoroso, diretto con altrettanto rigore da Lina Attalah, l’unica donna a guidare un giornale di tale levatura. Solo per questa ragione, peraltro, Mada Masr è una spina nel fianco nello stereotipo – durissimo a morire – che costringe ancora oggi le donne arabe in una cella dell’immaginario occidentale. Studente del Collegio del Mondo Unito di Trieste come Giulio Regeni, Lina Attalah è una giornalista e una intellettuale tra le più stimate e rilevanti della regione. Ospite nel 2016 della prima edizione di Anime Arabe, la sezione del programma del Salone Internazionale del Libro di Torino dedicata alle avanguardie intellettuali della regionale, Lina Attalah continua con una costanza rara il suo lavoro, il suo impegno, il suo dovere di informare. Affrontando i rischi che un lavoro del genere implica, ahimè, al Cairo.

Due giorni fa, il suo giornale ha pubblicato un articolo a dir poco scottante. Un vero e proprio scoop investigativo. L’articolo è dedicato a uno dei figli del presidente egiziano, Mahmoud al-Sisi, figura apicale del Servizi generali di sicurezza (GIS), uno dei corpi dell’apparato di intelligence del Paese arabo. Ebbene, Mahmoud al-Sisi dovrebbe andare entro poche settimane nella missione diplomatica egiziana in Russia come rappresentante militare. Una mossa, questa, vista come una esautorazione di al-Sisi junior, sulla cui politica al vertice del GIS erano già emersi malumori proprio dall’interno dei servizi. Gli viene rimproverato anche di non aver saputo gestire nello scorso settembre il caso di Mohamed Ali, l’imprenditore ora in esilio in Spagna che per 15 anni aveva lavorato anche per al-Sisi e che, in video virali, aveva accusato il presidente e la cerchia delle persone a lui più vicine di corruzione. Nonostante i servizi egiziani abbiano una presenza sempre più invadente nei media egiziani, la ‘bomba mediatica’ di Mohamed Ali non era stata fermata. Le proteste di piazza dei giorni successivi erano state represse con una violenza inusitata. Migliaia le persone incarcerate nel giro di due o giorni, compresi nomi di spicco dell’opposizione pacifica al regime, come Alaa Abdel Fattah, di nuovo in detenzione amministrativa (e dura) dopo cinque anni di carcere. @alaa è stato peraltro arrestato dopo aver scritto un lungo e incisivo articolo sulle condizioni in cui devono vivere i detenuti nelle carceri egiziane. Un articolo pubblicato, e non è un caso, da Mada Masr.

Negli anni scorsi, peraltro, il suo nome era uscito in un servizio dell’Espresso dedicato alle indagini sulla morte di Giulio Regeni. “Difficile non pensare – scrivevano gli autori dell’inchiesta, Brahim Maarad e Marco Pratellesi, nel luglio del 2016 – che il figlio di al Sisi non sia stato a conoscenza degli spostamenti di Regeni ancora prima della sua sparizione. Eppure finora nessuno ne ha mai fatto cenno. Alcune segnalazioni anonime arrivate attraverso RegeniLeaks, la piattaforma protetta creata da “l’Espresso” per cercare verità e giustizia sul ricercatore italiano, riferiscono dettagli inquietanti in merito. Per la delicatezza della materia sono ancora al vaglio della redazione”.

L’informazione libera fa molta paura, al Cairo. Non è difficile comprenderne le ragioni. Ragioni facili da comprendere anche per il nostro governo, il nostro ministero degli esteri, i nostri deputati. È ora, e lo è da molto tempo, di rivedere i nostri rapporti con l’Egitto di Abdel Fattah al Sisi, che non rispetta nessuna delle condizioni per le quali l’Unione Europea definisce un Paese come Stato democratico e di diritto. Le pressioni internazionali possono fare molto, per la difesa dei diritti umani e civili in Egitto.

 

SE E’ UN GIORNALE A FARE PAURA, IN EGITTO – di Paola Caridi

Se è un giornale a fare paura, in Egitto

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