Se fossi un Ebreo americano, mi preoccuperei del cancro razzista di Israele

sabato 8 marzo 2014

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Sintesi personale

Se fossi un Ebreo americano che  ha cara Israele , io considererei la crisi che affligge il sogno più grande  con disperazione. 
Quando mi siedo a Shabbat cena con i miei figli adulti, non  vorrei sentire che Israele non rappresenta più valori come : la dignità umana, la parità dei diritti, una società pluralistica, e l’obbligo di lottare per i deboli e  i perseguitati.Agli occhi dei futuri leader economici e politici dell’America Israele non ha più un posto nella famiglia delle nazioni illuminate. E ‘diventato il Sud Africa del 21 ° secolo. 
Se fossi un Ebreo americano, vorrei ricordare che gli ebrei hanno costituito circa il 30 per cento degli attivisti per i diritti civili nel Sud degli Stati Uniti negli anni 1950 e ’60Rabbini come Julian Feibelman a New Orleans, Ira Sanders in Arkansas, Perry Nussbaum in Mississippi e Jacob Rothschild in Atlanta hanno aperto le loro sinagoghe agli attivisti neri e sostenuto il movimento apertamente e senza paura. 
Se fossi un Ebreo americano, vorrei ricordare che durante la marcia storica da Selma a Montgomery, in Alabama, marzo 1965, il rabbino Abraham Joshua Heschel marciò a fianco di Martin Luther King Jr. E vorrei chiedermicome sia successo che oggi il centro della scena pubblica ebraica in America sia occupato da persone come Abraham Foxman, direttore nazionale dell’Anti-Defamation League, che ha criticato il Congresso, quando ha riconosciuto il genocidio armeno   o il  miliardario Sheldon Adelson che ha chiamato i palestinesi “un popolo inventato . ”
Se fossi un Ebreo americano, sarei orgoglioso che i giovani ebrei  siano  stati  molto importanti nella lotta contro l’apartheid in Sud Africa. E vorrei ricordare le parole di Nelson Mandela:. Ho trovato che gli ebrei  sono di più larghe vedute rispetto alla maggior parte dei bianchi su questioni di razza e politica, forse perché storicamente sono state vittime di pregiudizi” 
Né vorrei dimenticare che molti dei leader della lotta per la libertà e la democrazia in Polonia erano ebrei, tra i quali Marek Edelman, uno dei leader del ghetto di Varsavia,che ha detto a proposito della pulizia etnica in Kosovo:“Ecco come è stato con gli ebrei del ghetto. Ecco come è ora in Kosovo. . ” 
Non è la minaccia iraniana che mette in pericolo la sopravvivenza di Israele è il collasso morale ed etico della sua società. 
E vorrei ricordare  il  marzo 1933, circa due mesi dopo che Hitler salì al potere, quando in una riunione di emergenza, leader ebrei negli Stati Uniti   decisero di chiedere un boicottaggio delle merci tedesche. Quella era una decisione difficile. C’era un timore che gli ebrei sarebbero stati accusati di danneggiare l’economia del loro paese  ed esacerbare il clima antisemita.
La persona che ha guidato la decisione era rabbino Stephen Wise, uno dei fondatori del Jewish Congress e successivamente il presidente dell’Organizzazione Sionista d’America. Wise ha detto: “Il tempo per la prudenza e la cautela è passato…. Quello che sta accadendo in Germania oggi potrebbe accadere domani in qualunque altro paese sulla terra se non viene posto in  discussione econdannato  . Non sono gli ebrei tedeschi che stanno per essere attaccati . Sono gli ebrei. “Tale senso di emergenza non esiste oggi tra i milioni di ebrei in tutto il mondo. Nella consapevolezza che Israele sta scivolando verso un regime di apartheid, il loro silenzio è assordante. Essi non osano rompere il consenso e agire contro le ingiustizie perpetrate  in Israele. Questa è la politica tradizionale degli  ebrei della diaspora  che dalla fondazione di Israele hanno stabilito una regola fondamentale:   non siamo cittadini dello Stato ebraico e quindi non abbiamo il diritto di intervenire nel decidere il suo futuro. 
Ma se la visione di una israele  egualitaria e amante della pace è importante per gli ebrei in tutto il mondo, non possiamo lasciare ciò   solamente nelle mani degli israeliani . Il cancro razzista, dopo 47 anni di occupazione e dominazione di un altro popolo, si è diffuso in profondità nella società israeliana.
L’ebraismo mondiale deve aiutare Israele a  curarsi .Esso deve parlare e agire. Si deve uscire apertamente e recidere ogni legame economico, culturale o politico con qualsiasi persona o organizzazione che punta a  trasformare Israele in uno stato di apartheid razzista, sia esso un colono, un rabbino che predica la violenza, o un politico che promuove una legislazione razzista. 
E gli ebrei devono cooperare con le organizzazioni israeliane che non hanno ancora perso la speranza che sia possibile fermare questa discesa verso l’abisso. 

Daniel Blatman è un professore di storia presso l’Università Ebraica di Gerusalemme.
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Se fossi un Ebreo americano, mi preoccuperei del cancro razzista di Israele

http://frammentivocalimo.blogspot.it/2014/03/se-fossi-un-ebreo-americano-mi.html

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ARTICOLO ORIGINALE

If I were an American Jew, I’d worry about Israel’s racist cancer

Amid the awareness that Israel is sliding toward an apartheid regime, the silence of Jews worldwide is deafening.

By  | Mar. 7, 2014 | 8:01 PM

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Rabbi Abraham Joshua Heschel, second from right and near Martin Luther King, in 1965. Heschel is one good role model for American Jews. Photo by AP

If I were an American Jew who held Israel dear, I would view the crisis afflicting the greatest Jewish dream in modern times with despair.

When sitting down to Shabbat dinner with my adult children, I would hear that Israel no longer represents the values on which they were raised: human dignity, equal rights, a pluralistic society, and the obligation to fight for the weak and the persecuted. In the eyes of America’s future economic and political leaders, Israel no longer has a place in the family of enlightened nations. It has become the South Africa of the 21st century.

If I were an American Jew, I would recall that Jews made up about 30 percent of civil rights activists in the US South in the 1950s and ’60s.Rabbis such as Julian Feibelman in New Orleans, Ira Sanders in Arkansas, Perry Nussbaum in Mississippi and Jacob Rothschild in Atlanta opened their synagogues to black activists and supported the movement openly and fearlessly.

If I were an American Jew, I would recall that during the historic march from Selma to Montgomery, Alabama, in March 1965, Rabbi Abraham Joshua Heschel marched alongside Martin Luther King Jr. And I would ask myself how it happened that today the center of the Jewish public stage in America is occupied by people such as Abraham Foxman, the national director of the Anti-Defamation League, which criticized Congress when it recognized the Armenian genocide, or casino billionaire Sheldon Adelson, who has called the Palestinians an “invented people.”

If I were an American Jew, I would be proud that young Jews were very prominent in the struggle against apartheid in South Africa. And I would recall the words of Nelson Mandela, who said: “I have found Jews to be more broad-minded than most whites on issues of race and politics, perhaps because they themselves have historically been victims of prejudice.”

Nor would I forget that several of the leaders in the struggle for freedom and democracy in communist Poland were Jews, among them Marek Edelman, a leader of the Warsaw Ghetto Uprising, who said about the ethnic cleansing in Kosovo: “That’s how it was with the Jews in the ghetto. That’s how it is now in Kosovo.If you kill only a thousand people because they are Muslim, that’s a Holocaust too.”

If I were an American Jew, I would conclude that this was a time of emergency. It’s not the Iranian threat that endangers Israel’s survival, it’s the moral and ethical collapse of its society.

And I would recall March 1933, about two months after Hitler came to power, when in an emergency meeting, Jewish leaders in the United States decided to call for a boycott of German goods. That was a hard decision.There was a fear that the Jews would be accused of hurting their country’s economy, which would exacerbate the anti-Semitic atmosphere.

The person who led the decision was Rabbi Stephen Wise, a founder of the American Jewish Congress and later the president of the Zionist Organization of America. Wise said: “The time for prudence and caution is past. We must speak up like men …. What is happening in Germany today may happen tomorrow in any other land on earth unless it is challenged and rebuked. It is not the German Jews who are being attacked. It is the Jews.”

Such a sense of emergency does not exist today among the millions of Jews worldwide. Amid the awareness that Israel is sliding toward an apartheid regime, their silence is deafening. They don’t dare break with the consensus and take action against the injustices being perpetrated in Israel. This is a traditional policy of Diaspora Jews, who since the establishment of Israel have set a basic rule: We are not citizens of the Jewish state and therefore we have no right to intervene in deciding its future.

But if the vision of an open, egalitarian and peace-loving Israel is important to Jews around the world, they can’t leave the chances of fulfilling it in the hands of the Israelis alone. The racist cancer, after 47 years of occupation and domination of another people, has spread deep into Israeli society.

World Jewry must help Israel be cured of it. It must speak out and act. It must come out openly and sever any economic, cultural or political tie with any person or organization that promotes turning Israel into a racist apartheid state, whether a settler, a rabbi who preaches violence, or a politician who promotes racist legislation.

And Jews must cooperate with the shrinking groups of Israelis who have not yet lost hope that it’s possible to stop this downslide toward the abyss.

Daniel Blatman is a history professor at the Hebrew University of Jerusalem.

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