Se gli archivi parlano

admin | September 19th, 2011 – 9:02 am

Prima o poi, bisognerà riscrivere la storia degli ultimi 10, 15 anni del Medio Oriente. E sono certa che nei dipartimenti sul Medio Oriente delle più prestigiose università americane ci sia più di un ricercatore all’opera, per studiare l’incredibile messe di informazioni che esce dai documenti pubblicati in Rete da Wikileaks. Un vero e proprio tesoro, per chi – come me – ha frequentato gli archivi dei ministeri degli esteri di mezza Europa, e i National Archives oltreoceano. E se il numero di documenti (oltre 250mila) può far paura, basta usare un po’ di tecnica da topi d’archivio per superare i timori e scorrere gli indici delle ambasciate e delle rappresentanze diplomatiche statunitensi più interessanti.

Già solo a dare solo una scorsa ai rapporti che escono da Gerusalemme, da Tel Aviv, dal Cairo, si possono vedere i nodi storici dell’ultimo quindicennio e scoprire che i mantra, gli slogan della pubblicistica usati in Occidente per descrivere quello che stava succedendo nel conflitto israelo-palestinese non corrispondevano quasi per nulla non solo alla realtà sul terreno, ma persino alle stesse priorità della diplomazia. Altro che processo di pace, insomma. Altro che soluzione dei due stati. È l’amministrazione del giorno per giorno, è l’assenza di visione e di una strategia politico-diplomatica quello che emerge, sopra a tutte le altre considerazioni. Ed è anche lo scollamento tra la descrizione della realtà sul terreno da parte dei diplomatici, da una parte, e le decisioni prese dal Dipartimento di Stato, dall’altra.

(parentesi per la Playlist: oggi brano classico, Beautiful Day, U2)

Un esempio su tutti, importante anche per quello che succederà nei prossimi giorni, tra il Palazzo di Vetro, le strade della Cisgiordania, Gerusalemme. Le colonie israeliane in Cisgiordania e a Gerusalemme est. L’attenzione del consolato di Gerusalemme sulla questione degli insediamenti è impressionante. Almeno la metà – ma si tratta di un calcolo empirico – dei documenti usciti dal consolato americano a Gerusalemme si occupa delle colonie, non solo in West Bank, ma (dato ancor più interessante) nel cuore di Gerusalemme. Partono dal consolato, in direzione del Dipartimento di Stato di Washington, dispacci continui sulle singole demolizioni decise dal municipio di Gerusalemme nella zona orientale (occupata) della città, notizie su Silwan, Issawyia, Sheykh Jarrah, Beit Hanina. Si rende edotta la diplomazia americana sui piani approvati per aumentare il numero di case sia dentro Gerusalemme est, sia nelle colonie in Cisgiordania. Si descrivono i singoli avamposti, si mandano i resoconti delle conversazioni con le associazioni pacifiste, così come con la lobby dei coloni. E il quadro che emerge è analitico, preciso, raffinato. La topografia delle colonie è aggiornata metro per metro, soprattutto in zone sensibili come la  E-1, appena fuori Gerusalemme, e poi Maale Adumim, e poi Ytzhar, e poi Hebron.

A Washington, quando hanno preso decisioni riguardanti la politica israeliana delle colonie, sapevano dunque benissimo com’era la situazione sul terreno, perché la diplomazia aveva fatto il suo dovere. Non potevano non sapere, sia – per esempio – dell’aggressività in aumento da parte di coloni (sono estremisti che non riusciamo a controllare, è stato uno dei commenti del capo dello Yesha Council Danni Dayan, in uno degli incontri con funzionari del consolato americano), sia della politica dei vari governi israeliani di ampliare gli insediamenti.

Sempre Danni Dayan, nel gennaio del 2008, svela al funzionario del consolato dell’accordo con Ehud Barak, sia allora sia oggi ministro della difesa israeliano, sulla questione delle colonie. I coloni avrebbero smantellato volontariamente alcuni (pochi) avamposti, ottenendo in cambio i permessi per ampliare il numero di case dentro i grandi insediamenti esistenti. L’accordo era del 2008, quindi quando ancora Barak era uno dei principali esponenti del Labour, contro Ehud Olmert, allora premier. E questo spiega anche come mai per Netanyahu e per la sua coalizione, sensibilissima alle spinte della lobby dei coloni, sia stato semplice accettare che Barak continuasse a rivestire il ruolo di ministro della difesa.

Yesha Council Chairman Dani DAYAN told PolOff  January 16 that a “”limited deal”” was reached several weeks  ago with MOD BARAK to remove “”a few outposts,”” but PM Olmert later vetoed it. According to DAYAN, the deal was a
“”confidence building measure”” that would allow issuance of  construction permits in settlement population centers in exchange for voluntary removal of sparsely populated outposts.

3. (C) Settlement movement founder and Kiryat Arba resident Elyakim Haetzni described the deal as follows: residents of “”outposts on private land”” would voluntarily dismantle and evacuate their outposts and move “”to another nearby hilltop”” on land considered by the GOI to be state land, and the GOI would recognize the new outposts as legal. Haetzni said PM Olmert rejected the deal that would have legalized the new outposts, because “”he committed to the U.S. not to compromise.”

Dayan, espressione della leadership dello Yesha Council, dice candidamente, nell’agosto dello stesso anno, che la soluzione dei due Stati è “morta”, come recita il titolo del rapporto inviato dal console generale Jake Walles.

Dayan said “”the Gaza experience killed the two-state solution…It’s a shame they’ve taken the land and used it as a launching pad against Israel rather than building a state.””  He added, “”Syria, Egypt, and Jordan can all accommodate a Palestinian state on this land but the Palestinians  cannot…They’ll continue to advocate for all of this land.””

Dayan said he believes the goal for now is “”the status quo,”” rather than a negotiated solution.”

“The creation of a Palestinian state now will mean the end of Israel,”” he said.

Sono solo due esempi, di quello che si diceva dietro le quinte, ed è bene saperlo, prima della discussione al Palazzo di Vetro sul riconoscimento dello Stato di Palestina. Non è, però, l’unico elemento che salta subito agli occhi quando si scorrono i documenti del consolato generale americano a Gerusalemme. L’altro aspetto interessante è la conoscenza (o meglio, la conoscenza estremamente carente) della politica palestinese da parte dei funzionari diplomatici statunitensi. Uno dei motivi riguarda gli interlocutori: a spiegare la (complicata) politica palestinese sono i dirigenti dell’ANP, dell’OLP e qualche intellettuale. Punto. A leggere i rapporti, soprattutto nei momenti cruciali come le elezioni del gennaio 2006, il primo governo Hamas, la crisi tra Fatah e Hamas del 2007, si comprende come alla fotografia sociopolitica dei palestinesi manchino molti dettagli. Dettagli determinanti per la storia di questi ultimi anni. E così, dai documenti, si scopre che la vittoria di Hamas non solo non era stata prevista, ma neanche messa in conto. Si scopre che la diplomazia contava sui sondaggi fatti in casa palestinese (rivelatisi completamente sbagliati) sui risultati delle politiche del 2006. Si scopre che di Hamas non sapevano quasi nulla, perché con Hamas non si potevano avere canali aperti, visto l’inserimento nella lista nera delle organizzazioni terroristiche, nello stesso momento nel quale Hamas si presentava alle elezioni parlamentari.

Stessa carente fotografia è quella successiva, frutto in massima parte della descrizione della situazione palestinese da parte di uomini di Fatah, o comunque del Palazzo palestinese. E’ Yasser Abed Rabbo a spiegare la situazione agli americani, a consigliare di isolare Hamas, a dire che lo stesso Dialogo Nazionale del 2006 (che agli occhi dell’opinione pubblica doveva servire a ricucire lo strappo in corso tra Fatah e Hamas) aveva al contrario come suo obiettivo primo quello di isolare il movimento islamista. E poi le conversazioni tra il console generale e Salam Fayyad, tutte da leggere per scrivere la vera storia del governo Fayyad negli suoi quattro anni di vita, la cooperazione con gli israeliani e gli americani, la costruzione della sicurezza nelle diverse cittadine della Cisgiordania.

C’è da leggere, e molto. Ed è tutto alla luce del sole (virtuale) di internet. Anche se comprendo le ragioni per le quali i documenti non potevano essere messi in Rete conservando i nomi delle fonti, da vecchio topo d’archivio non possono nascondere che la decisione di wikileaks sia stata, per me, un gran regalo. Posso leggere, e formarmi la mia opinione personale. Posso studiare i documenti, e cercare di capire meglio le dinamiche della diplomazia americana in Medio Oriente. E questo – come dice la pubblicità della Mastercard – non ha prezzo.

La foto, di Francesco Fossa, è stata scattata a Hebron, uno dei nodi della questione delle colonie israeliane nel cuore della Cisgiordania.

http://invisiblearabs.com/?p=3512

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