Se gli ebrei israeliani vogliono che i palestinesi ascoltino la nostra storia vanno fatti cambiamenti radicali

Scritto da Associazione

Creato Sabato, 06 Luglio 2013 17:24

MEMO – Middle East Monitor
01.07.2013
http://www.middleeastmonitor.com/articles/guest-writers/6430-if-israeli-jews-want-palestinians-to-listen-to-our-narrative-we-have-to-make-radical-changes

 

Se gli ebrei israeliani vogliono che i palestinesi ascoltino la nostra storia, vanno fatti dei cambiamenti radicali.

Nel Quebec, a Montreal e a New York ho sentito membri delle prime nazioni dire con aria di sfida ai loro coetanei bianchi, che ancor oggi definiscono come coloni, 500 anni dopo Colombo: “Se non vi va, tornatevene sulla barca che vi ha portato qui.” 

di Amira Hass

In questi ultimi anni ho sviluppato un’abitudine: “Ogni volta che mi trovo in America ( invitata per svariate lezioni e conferenze), leggo ciò che riguarda le popolazioni indigene che sono vissute in qualsiasi luogo mi capiti di essere. Quando possibile, cerco di incontrare membri delle prime nazioni se qualcuno di loro è sopravissuto; non sono stati scacciati o spinti verso ovest; e sono disposti a parlare.

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A San Diego, in California, mi sono incontrata con i Qumeyaay, nativi dell’area, come pure con un ragazzo Cherokee dell’Oklahoma e una donna Shoshone del Nevada che studiano entrambi a San Diego. Nel Quebec ho visitato le riserve abitate dal popolo degli Algonquin, dei Mohawk e degli Inuit. In Brasile, in mancanza di un linguaggio comune, ho solo guardato a lungo e da lontano quelli che sapevo essere i discendenti di coloro che hanno vissuto in questo enorme paese prima che fosse conquistato dai portoghesi. Un prete cattolico della corrente della “Teologia della Liberazione”, che da trent’anni vive e lavora in una favela, mi ha detto che in Brasile sono stati uccisi o sono morti sei milioni di “indiani” nel corso della presa di potere da parte dei coloni. E no, non sono stata ancora in Australia e nel Congo ove rendermi conto del genocidio e della spoliazione che vi hanno perpetrato gli inglesi e i belgi. 

Perché “rovinare” viaggi e vacanze con informazioni e incontri di tal genere? Prima di tutto, preferirei non avere a che fare con la cultura di negazione che il turismo ordinario comporta e non indulgere automaticamente alle attrazioni turistiche del capitalismo (un erede diretto delle vittorie colonialiste). In secondo luogo, le mie credenziali sono la conoscenza che ho accumulato mentre documentavo l’occupazione della West Bank e di Gaza e le politiche di colonizzazione e di espulsione di Israele. Spesso l’assunto di base che guida le conferenze alle quali partecipo (o l’assunto di base contestato) è che lo Stato di Israele e il sionismo siano una parte del fenomeno globale della colonizzazione. Allora, che cosa ha più senso dello studio del contesto generale di tali movimenti? 

In terzo luogo, ho scoperto che l’ascolto di membri delle prime nazioni mi aiuta a sviluppare una comprensione più profonda dei palestinesi. Negli ultimi 20 anni, ho vissuto all’interno della società palestinese, e per quanto possa vantarmi di conoscerla, sono anche consapevole di come la mia qualità oggettiva di membro del gruppo espropriante e colonizzante, non solo mi dà dei privilegi a scapito dei palestinesi, ma essa pone pure dei limiti alla mia capacità di capire e cogliere appieno la loro realtà e le loro posizioni. In ogni gruppo “elitario” ci sono dissidenti che si oppongono moralmente al regime di privilegio di cui beneficiano per definizione (anche se usano i loro privilegi, come fa un gran numero di israeliani di sinistra, per lottare contro gli stessi). Mi riferisco, per esempio, agli uomini che si oppongono al sistema patriarcale e al modo con cui esso trattiene le donne in una posizione di genere inferiore, o a coloro che provengono da famiglie benestanti e sostengono la giustizia sociale e l’uguaglianza economica. Tuttavia, in quanto persone che non hanno sperimentato l’inferiorità di prima mano, c’è sempre un limite alla loro capacità di comprensione dell’ingiustizia, dell’oppressione, della discriminazione e del rancore che esse generano. 

A San Diego, una donna Shoshone (della quale uno dei genitori era proprio un colono bianco), nel suo inglese molto americano, mi ha detto che non avrebbe mai potuto considerare il governo degli Stati Uniti come “proprio”. Un anno dopo, un’amica palestinese di Acri mi ha dichiarato di non poter prendere parte alle manifestazioni di protesta sociale in quanto lei non sentiva che Israele era il suo stato. La somiglianza tra queste due affermazioni mi ha aiutato a cogliere il loro significato più preciso, non solo razionalmente, ma percependolo anche tramite i miei stessi sensi, la continua alienazione, la sensazione della mia amica di essere un’estranea in casa propria. 

Una figlia della tribù Qumeyaay del sud della California aveva accettato a mala pena di incontrarmi; e questo solo dopo aver trovato il mio nome su Google e scoperto, per mia fortuna, come lei ha detto, che io vivo ai margini, proprio come lei. Le ho chiesto perché era così difficile incontrare “loro”, gli indigeni. Ha risposto di essere stanca di “bianchi” che facevano carriera documentando la sofferenza altrui. Circa un anno fa, quando ho parlato con un giovane e brillante ricercatore palestinese la cui madre è europea, ha menzionato con risentimento tutti quegli israeliani ebrei che scrivono (“e al proposito, non male”) dei palestinesi e delle politiche di espropriazione. Beh, ho chiesto, allora non dovremmo scrivere? E poi ho pensato a quello che mi ha insegnato la donna Qumeyaay. 

Senza intenzione, mi sono resa conto che questi discorsi mi aiutano a disgiungere ulteriormente la mia situazione oggettiva in quanto parte della società coloniale dalla mia soggettività dell’essere nata in questo paese da genitori che sono arrivati come profughi e non per ragioni ideologiche sioniste; e dalla soggettività di altri israeliani ebrei. Nel nostro essere soggettivo il caso gioca un’importante funzione. Per esempio, la famiglia di mia madre discende dagli esuli dalla Spagna del 1492, famiglie di ebrei che per secoli erano vissute in Spagna, in ogni modo patria loro come per gli esuli musulmani. Dopo la cacciata dal regno cattolico, alcuni di loro hanno girovagato per l’Impero Ottomano e si sono stabiliti nei Balcani e nell’Asia Minore. Certuni sono arrivati in Terra Santa fin dal XV secolo, altri ( tra cui gli ebrei ashkenazidi) nei diciottesimo e diciannovesimo secolo. Proprio in quei secoli, nelle stesse terre di Palestina/Terra Santa/ Eretz Yisrael, provenienti da varie zone dell’Asia, dell’ Europa (Bosnia per esempio) e dell’Africa, sono arrivati i musulmani e alla fine sono divenuti parte integrante del popolo palestinese. Così, l’esilio non è stata una coincidenza, ma per mera coincidenza i Levy, la famiglia di mia madre sono finiti a Sarajevo e non a Hebron. 

La nostra soggettività non interessa a coloro che la nostra oggettività ha espropriato e continua a farlo. “Se siete così progressisti come pretendete di essere, quello che dovreste fare è lasciare questo paese e tornarvene da dove siete venuti,” è una cosa che ho sentito con diverse varianti, da quando mi sono trasferita a Gaza nei primi anni ’90. Alle persone che lo dicono, in realtà non interessa che io e altri milioni di israeliani che non siamo ricchi, né esperti di hi-tech e neppure fortunati accademici, non si abbia altro posto dove andare. Non abbiamo alcuna “metropoli” sul tipo di quello che era la Francia per i suoi Pieds-Noirs o la Gran Bretagna per i bianchi del Sud Africa o della Rhodesia. La maggior parte di noi non ha una lingua madre diversa da quella ebraica che parliamo. Inoltre, molti di noi discendono da famiglie che dal 1920 fino al 1950 sono state espulse direttamente o indirettamente dal loro paese di origine o sono a mala pena sopravvissute all’industria del massacro della Germania nazista, e hanno raggiunto Israele/Palestina, perché altri stati quali il Canada e gli Stati Uniti si sono rifiutati di accogliere troppi ebrei. Questi fatti non possono essere cancellati dalla nostra memoria personale e collettiva, siamo cittadini ebrei di Israele, ma siamo cinicamente sfruttati per giustificare, nel complesso e singolarmente, le politiche presenti e passate dello stato contro i palestinesi. Perciò, questi fatti sono spesso interpretati dai palestinesi come propaganda e bugie, o quantomeno neppure presi in considerazione come se non fossero un fattore oggettivo. 

Nel Quebec, a Montreal e a New York ho sentito membri delle prime nazioni dire con aria di sfida ai loro colleghi bianchi, che ancor oggi definiscono come coloni, 500 anni dopo Colombo, “Se non vi va, tornatene sulla barca che vi ha condotto qui.” Ciò mi ha preparato bene alla conversazione che ho avuto di recente con diversi giovani palestinesi che mi hanno conosciuta fin da quando erano bambini e mi considerano perciò come una specie di “zia” . La soluzione, dicono, è che gli ebrei dovrebbero andarsene; scherziamo al riguardo se si debba andare lontano a nuoto o a vela. Non ho modo di sapere fino a che punto la posizione dei miei “nipoti” rifletta i sentimenti dei loro coetanei. Ma c’è molta rabbia giustificata rappresentata dall’immagine dei coloni che sono saliti a bordo delle stesse imbarcazioni che 500, 300 o 60 anni fa li ha condotti a terre su cui si sono costruiti un impero a scapito della vita e dei territori del popolo indigeno. 

Nonostante la somiglianza, ci sono, però, vorrei sottolineare con un gran senso di sollievo, due differenze sostanziali. Per fortuna, a differenza dei nativi americani, il popolo palestinese non è stato spazzato via del tutto. E’ vero, un gran numero di loro è stato espulso e non gli è permesso ritornare; vive in esilio, in campi profughi all’estero e in Palestina e in enclave soggette al dominio ostile israeliano su entrambi i lati della “Linea Verde”. Tuttavia, dato che persone che vivono in modo creativo sono in aumento e si stanno impegnando, la loro presenza sulla mappa della politica internazionale di anno in anno diviene sempre più marcata. I tentativi israelo-sionisti di far tacere e nascondere i palestinesi sono falliti. Al contrario, anche se gli originari e molteplici popoli d’America sono oggetto di uno stimolante processo di ricupero dal trauma del genocidio e della reclusione in riserve estremamente povere; anche se essi si impegnano in una lotta con i discendenti dei coloni che sostengono trasformazioni sociali radicali; sono divenuti una sparuta minoranza, di certo nella parte settentrionale dell’”Isola delle Tartarughe”. 

In Medio Oriente, noi ebrei siamo la minoranza. I cittadini ebrei di Israele e i loro simpatizzanti in Occidente, allora, si sono sbagliati a trarre “ispirazione” dagli enormi successi coloniali delle nazioni europee e dei regimi capitalistici che hanno istituito nelle loro colonie che hanno tradotto l’espropriazione e l’oppressione etnica in differenze di classe e in sfruttamento di classe che aspirano alla legittimità. Noi, cittadini ebrei di Israele, non godiamo degli stessi vantaggi che hanno collezionato i discendenti del Mayflower. 

Quindi la miopia politica, storica, sociale ed etnica degli ebrei israeliani non è semplicemente rivoltante, ma è anche allarmante. Abbiamo la nostra “soggettività”: siamo legati a questa terra, apparteniamo a una società e a una cultura che è germogliata qui e siamo portatori della memoria collettiva di essere stati cacciati dalle nostre case durante la Diaspora. I nativi palestinesi presteranno attenzione alla nostra soggettività solo quando ci impegneremo a cambiare radicalmente l’oscena realtà che è stata creata ad opera di un’egemonia ebraica esclusiva. E’ un dato di fatto, una trasformazione radicale democratica, che si basi sull’appartenenza naturale dei palestinesi a questa terra, è l’unica garanzia per la sopravvivenza di tale soggettività. 

(tradotto da mariano mingarelli)

http://www.amiciziaitalo-palestinese.org/index.php?option=com_content&view=article&id=4313:se-gli-ebrei-israeliani-vogliono-che-i-palestinesi-ascoltino-la-nostra-storia-vanno-fatti-cambiamenti-radicali&catid=23&Itemid=43

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