Se i pacifisti fan paura

di Paola Caridi

Nell’assedio di Gaza non è che il movimento pacifista abbia cercato di forzare il blocco navale.
Gli attivisti hanno scoperto il vuoto della diplomazia e l’assenza della politica.
C’è un teorema che non si può toccare, ed è che il mondo dei volontari e dei pacifisti non può fare alta politica. Neanche quando, sul palcoscenico della cronaca che si fa storia, ci sono proprio coloro che i volontari e i pacifisti conoscono bene, per nome cognome. Gli uomini e le donne che i volontari delle ong, i membri delle organizzazioni internazionali, i pacifisti assistono, da anni. Dunque, che i volontari e i pacifisti continuino a fare quello che hanno sempre fatto. Che lavorino in silenzio, non visti, senza alzare la voce, perché il loro ruolo è quello di calmierare la nostra coscienza. Non quello di allertarla, di renderla vigile, di non farla addormentare al canto delle sirene della Realpolitik e del gradualismo. Questo è stato lo scandalo – che i cattolici dovrebbero conoscere bene – causato dalla Freedom Flotilla, e da tutte le altre, precedenti spedizioni del Free Gaza Movement.
Lo scandalo di chi ha deciso che il silenzio era diventato complicità. Il silenzio sull’embargo a Gaza, che non dura dal 2007, da quando Hamas prese il controllo totale della Striscia, ma almeno dal 2005, da quando l’allora premier Ariel Sharon decise il disimpegno israeliano da Gaza. Da allora, diplomazie e cancellerie hanno brillato per incapacità: di gestire la crisi umanitaria, ma soprattutto di comporre la crisi politica. Se le persone di Gaza vanno sfamate, allora che lo si dica chiaro: stanno soffrendo la fame, la malnutrizione, la perdita della dignità, l’oblio. E allora la gente di Gaza va aiutata, gli aiuti umanitari vanno portati, senza l’incredibile, inumano contagocce col quale vengono elargiti attraverso i valichi che si aprono e si chiudono, a seconda delle decisioni prese a Tel Aviv. Guai – insomma – se i pacifisti fanno politica, guai se i volontari delle ong spingono perché un assurdo e inconcepibile status quo (l’embargo attorno a Gaza, in violazione di tutte le convenzioni internazionali) venga stravolto, violato, rotto.
Non bisogna disturbare il manovratore, diplomazie e cancellerie comprese. E’ una lettura che, però, non regge al peso degli eventi e della storia. Perché negli ultimi cinque anni, almeno cinque anni, si è consumata una delle pagine più anonime della politica internazionale. Non solo senza slanci e senza fantasia, ma anche senza una strategia credibile, se non di lungo termine, almeno di medio termine. Mancanza di fantasia e di coraggio nel leggere avvenimenti che non sono catalogabili né nella Realpolitik classica, né nella politica stile machiavelliano, né in quella politica diplomatica del “passetto alla volta” a cui stiamo assistendo da troppo tempo. Le grandi scuole diplomatiche del passato (la veneziana? la vaticana? la ottomana?) hanno lasciato un insegnamento che è senza tempo: la diplomazia è tale quando alle spalle c’è una strategia politica. Solo allora c’è capacità di influire. Di contare. Di premere, sull’avversario o sull’amico. Con fermezza.
Il problema, nell’assedio di Gaza non è che il movimento Free Gaza abbia cercato più volte di forzare il blocco navale israeliano. Il problema è che gli attori deputati a risolvere la questione dell’embargo attorno a Gaza hanno rinviato sine die la soluzione del problema. Perché a Gaza, in fondo, ci sono solo un milione e mezzo di anonimi, di persone senza pedigree, di poveri, di morti (o quasi) di fame. Niente a che vedere con l’alta politica, la politica che conta, i summit, gli investitori, il grande business. Morti di fame. Silenziosi, peraltro. E il silenzio degli affamati è stato considerato, nelle segrete stanze, come una cambiale in bianco, da usare quando si pensa sia possibile. Con il rischio, effettivo, di un rinvio sine die. Il rinvio sine die è stato rotto dalla Freedom Flotilla, col sangue delle vittime uccise in un assalto andato a finire male. Ed è il vuoto della diplomazia, l’assenza della politica, il vulnus che i pacifisti hanno scoperto. Che non c’è, tragicamente, nessuna alta politica né nessuna fine manovra diplomatica. C’è un vuoto che nessuno ha avuto l’ardire di riempire. Salvo, ora, correre ai ripari. Quando il sangue è già stato versato. E quella cambiale in bianco, lasciata dagli affamati di Gaza, occorre esigerla, e in fretta. Perché lo scandalo, ora, è di fronte agli occhi del mondo, attraverso l’occhio di una telecamera che alle 4 e 30 di un’alba di fine maggio, sul Mediterraneo orientale, ha fatto vedere che si può persino morire per Gaza. Morire per gli affamati. Non per Hamas.

Paola Caridi, Famiglia Cristiana, 1 giugno 2010

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