Se Israele ritrova l’amico Putin

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di   2 Ottobre 2015

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Senza mai riuscire ad ottenere giustizia, fino a qualche tempo fa era almeno occasione per grandi discorsi e retoriche promesse. Pressata da emergenze più immediate e pericolose, questa volta l’assemblea generale dell’Onu l’ha ignorata: niente Palestina in una regione nella quale era una volta la madre spesso pretestuosa di tutti i conflitti.

Non ne hanno fatto cenno Barack Obama né Vladimir Putin. Il quotidiano israeliano Haaretz ha ricordato che nel suo discorso al palazzo di vetro del 2010, il presidente americano aveva ripetuto 22 volte il nome di Israele e 20 quello di Palestina. Zero l’altro giorno. Perfino re Abdullah di Giordania ha ignorato i vicini fratelli: ha ricordato gli scontri quasi quotidiani a Gerusalemme senza mai dire “Palestina”, come se la Spianata del tempio fosse un affare transgiordano e non cisgiordano. A parte Abu Mazen, come era ovvio, e ieri anche Bibi Netanyahu che ha cercato di interpretare un ruolo che non conosce – quello dell’uomo di pace – solo la brasiliana Dilma Rousseff ha ricordato che l’antica questione resta irrisolta. La prima bandiera palestinese issata mercoledì in cima al pennone dell’Onu, è stato un episodio commovente ma irrilevante nella narrativa internazionale di queste settimane.

Il silenzio non serve ai palestinesi ancora in attesa di giustizia ma fa molto comodo a Bibi Netanyahu, il cui governo vorrebbe veder sparire dai promemoria internazionali il ritiro israeliano dai territori occupati. Ora c’è tempo solo per Siria, Isis, Putin e Obama. Tuttavia, di ciò che gli sta accadendo attorno, Israele non è un occasionale testimone ma un interessato protagonista. Non casualmente, i primi ad essere informati dell’inizio dei bombardamenti russi in Siria, sono stati gli israeliani. Solo dopo anche gli americani.

La vulgata dei sostenitori di Putin vuole che il presidente russo fermerà il “complotto sionista”. Chiaritosi a Mosca la settimana scorsa per evitare scontri nei cieli siriani, per Bibi Netanyahu la presenza militare russa è invece una garanzia: Hezbollah non cercherà più di provocare Israele. Metterebbe in imbarazzo i russi, necessari alla sopravvivenza del regime siriano e delle milizie di Hezbollah.

A dispetto dei mutamenti politici in Medio Oriente, della forza crescente del califfato, della guerra civile in Siria e dei terroristi nel Sinai, le priorità della sicurezza israeliana non sono mutate. Per i responsabili militari e dell’intelligence, il primo pericolo rimane l’Iran. Seguono Hezbollah e Hamas. Solo alla fine di questo elenco appare un generico “arcipelago islamista” che Israele non percepisce come una minaccia imminente.

L’arrivo dei russi, dunque, non è una rivoluzione geopolitica o strategica per Israele. Al contrario, la loro presenza riduce il pericolo di Hezbollah e contribuisce a impedire che cresca dell’Isis. Gli Stati Uniti resteranno la prima e insostituibile garanzia di sicurezza per Israele durante tutto questo secolo. Ma ai tradimenti americani sul nucleare iraniano e all’ostilità che Barack Obama ha sempre mostrato verso Netanyahu, subentra Vladimir Putin, una specie di amico ritrovato.

Lo Stato ebraico è stato fondato da socialisti russi e polacchi anche loro – a quei tempi – parte dell’impero zarista. Quasi la metà della popolazione ebraica d’Israele è di origini russe: di prima, seconda e terza generazione. Dopo l’ebraico, il russo è la lingua diffusa quanto l’inglese: città come Katzrin sul Golan o Ashdod sul Mediterraneo, parlano solo russo. Russe sono le atmosfere della poesia e della produzione dei cantautori israeliani; sovietiche erano le spartane abitudini culinarie, prima che una parte importante d’Israele sviluppasse una cultura epicurea del cibo. Quando nacque nel 1948, Stalin riconobbe Israele prima di Truman perché credeva che in Medio Oriente stesse nascendo un paese socialista satellite dell’Urss. E oggi, con il consenso israeliano, Putin aspira ad essere il difensore della cristianità ortodossa di Terra santa, come era lo zar, cento anni fa.

 

Se Israele ritrova l’amico Putin

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