Se la Palestina è negata da un Muro

Storia di un esproprio

di Luisa Morgantini

già Vice Presidente del Parlamento Europeo

Lo scorso 9 novembre tutti abbiamo festeggiato i 20 anni della caduta del muro di Berlino. Commozione e indignazione per quel simbolo di violenza e separazione fatto di cemento su cui donne e uomini e artisti da tutto il mondo hanno impresso le loro immagini colorate di libertà, nessuno, o quasi, ha ricordato che un muro alto 9 metri divide la Palestina. Un muro dell’apartheid e della violazione del diritto internazionale che Israele malgrado appelli, risoluzioni di parlamenti e assemblee delle Nazioni Unite continua a perseguire.

E davvero quasi nessun media ha mostrato le immagini di giovani palestinesi, israeliani e internazionali che a rischio della loro vita, nello stesso giorno in cui si commemorava la caduta del muro di Berlino, hanno aperto un varco nel muro a Khalandia e a Ni’lin e si sono presi uno spazio di libertà.

La costruzione di quella che i vari governi israeliani hanno definito “Barriera difensiva” ha una lunga storia collegabile alla forma unica del colonialismo israeliano: risolvere la questione della presenza dei “nativi” e quindi non quella di sfruttare le risorse locali (anche se questo è uno degli elementi dell’occupazione militare e della costruzione delle colonie) ma di impedire che vi sia una maggioranza della popolazione “nativa” per non mettere in discussione l’ebraicità dello Stato di Israele.

Nel 1948 questo è stato ottenuto con l’espulsione di centinaia di migliaia di palestinesi divenuti profughi e con la successiva distruzione dall’altro lato, Anthony invece ha la casa da una parte e il negozio dall’altra, deve rinunciare o alla casa o al negozio, e cosi centinaia di famiglie, perché il muro separa palestinesi da palestinesi, e, come ad Anata taglia il villaggio in due. Sempre UN-OCHA ha osservato che oltre 128.000 palestinesi saranno circondati dal muro su tre lati e controllati sul quarto da infrastrutture militari israeliane, mentre 69 insediamenti con più di 180.000 coloni, il 76% della Cisgiordania, oltre a più di 200.000 nell’area di Gerusalemme Est saranno annessi ad Israele, inoltre 60.500 palestinesi residenti in 42 villaggi rimarrano chiusi tra il muro e la linea di confine.

La Commissione Economica del Parlamento Israeliano ha stimato il costo totale dell’opera in 3,5 miliardi di dollari, equivalenti a oltre 4 milioni di euro al chilometro, ogni chilometro nell’area rurale, secondo il Ministero della difesa Israeliano, richiede mediamente 45.000 metri cubi di scavo, 5.000 metri quadri di asfalto, mille travi di cemento, 300 pali, 2.500 metri quadri di rete metallica e 12 chilometri di filo spinato.

Era il 9 luglio del 2004 quando la Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja proclamava che “La costruzione del muro da parte di Israele… nel Territorio Occupato Palestinese, incluso quello dentro e attorno a Gerusalemme Est… è contrario al diritto internazionale. Per questo Israele è tenuta a smantellarne la struttura… e a provvedere al risarcimento di tutti i danni arrecati…”.

La sentenza dell’Aja faceva seguito a varie risoluzioni di condanna delle Nazioni Unite sollecitate dai ricorsi di cittadini e associazioni per i diritti umani palestinesi, israeliane e internazionali, mai prese in considerazione dai differenti Governi Israeliani semplicemente perché ritenute non vincolanti e non rilevanti.

La stessa arbitrarietà e noncuranza degli obblighi internazionali nella indifferenza, a parte dichiarazioni di condanna, dell’intera comunità internazionale ha permesso ai governi israeliani a distanza di 5 anni dalla sentenza dell’Aja di far avanzare il muro per altri 200 chilometri circa nella West Bank, arrivando ad un totale di 413 km – circa il 60% dei programmati 730 km.

Questa palese volontà da parte del governo israeliano di espandere il proprio territorio con la costruzione del muro, ai danni del futuro stato palestinese, è sostenuta da politiche di incentivi economici e sociali destinate alle famiglie che si trasferiscono nelle colonie illegali della Cisgiordania; al costo già elevato del muro, vanno aggiunte anche le agevolazioni su mutui, riduzioni delle tasse, facilitazione dei servizi sociali e il massiccio sistema di protezione militare in difesa della colonie, a Hebron all’interno della città dove si sono installati 400 coloni, si calcola che i soldati a loro difesa sono più di 1.500.

A dispetto delle varie dichiarazioni, dalla conferenza di Annapolis a quelle più attuali, che vedono nel congelamento delle colonie una delle premesse ineludibili per ogni accordo di pace tra Israele e Palestina, le colonie continuano a crescere in Cisgiordania: per Peace Now sarebbero oltre cento le colonie illegali nella West Bank, circa 15.000 gli Israeliani che si sono trasferiti negli insediamenti della West Bank dall’inizio del 2008 per un totale di oltre 250.000 coloni che vivono oggi nei territori occupati ed altrettanti o di più, a Gerusalemme Est, che contro ogni legge internazionale, Israele considera parte della propria Capitale unica e indivisibile e dove sta accelerando una politica di pulizia etnica, espellendo dai quartieri palestinesi di Sheikh Jarrah, Silwan, Bustan famiglie palestinesi per far posto a fanatici coloni ebrei, e con la demolizione delle case palestinesi: dal 1967 ad oggi sono stati costruiti 17 insediamenti che occupano circa il 35% del territorio di Gerusalemme Est, nei quali vivono più 200,000 coloni (OCHA- Office for Coordination of Humanitarian Affairs – www.ochaopt. org), e tra il 1967 e il 2006 sono state demolite più di 8500 case palestinesi. Nei soli primi 4 mesi del 2009, l’OCHA ha registrato la demolizione di 19 strutture a Gerusalemme Est, che comprendono 11 abitazioni civili.

Ma ormai da qualche anno, si va sviluppando nei territori occupati palestinesi la consapevolezza e la pratica di azioni continue e non violente per opporsi alla costruzione del muro. A Bil’in (www.bilinvillage.org) dove il muro ha eroso circa il 60% delle terre coltivabili ai 1600 abitanti del villaggio, sin dal 2005 i residenti di Bil’in riuniti nel comitato popolare stanno manifestando ogni venerdì insieme ad israeliani ed internazionali per impedire l’avanzata di una colonia e la possibilità di coltivare la loro terra.

Proprio grazie a petizioni e alla resistenza non violenta del villaggio, la stessa Alta Corte di Giustizia israeliana si è pronunciata contro il tragitto del muro a Bil’in, invitando il Governo Israeliano ad attuare una via alternativa, invito ovviamente caduto nel vuoto, mentre colonie quali Mod’in iIlit e Mattityahu continuano a crescere.

La resistenza di Bil’in è diventata esempio per molti altri villaggi come Ni’lin, Massara, At Tuwani e altri nella Valle del Giordano, e continua a crescere, con l’appoggio esplicito del governo palestinese di Salam Fayyad, che oltre a recarsi nei villaggi, ha messo a disposizione dei Comitati Popolari per le loro spese legali una cifra mensile all’interno del bilancio governativo. Anche a livello internazionale si è costituita una rete di sostegno alla resistenza non violenta palestinese.

Il governo israeliano, come ha sempre tentato di fare con movimenti di resistenza non violenta, è deciso a distruggere i Comitati Popolari e la loro unione con israeliani e internazionali, per questo continua le incursioni notturne nei villaggi, arrestando giovani e adulti ed ogni venerdì i manifestanti vengono aggrediti con gas e anche pallottole.

Ma la resistenza popolare non violenta continua con sempre maggiore creatività come quella del 9 novembre quando pezzi di muro anche se per poco tempo stati scalzati. A cinque anni dalla sentenza dell’Aja, e a venti anni dalla caduta del uro di Berlino è davvero tempo che la Comunità Internazionale prenda misure concrete, iniziando dall’embargo delle armi al disinvestimento di ogni azienda che collabori con l’occupazione militare israeliana nelle colonie, che l’Unione Europea sospenda l’accordo di associazione e non pratichi nessun potenziamento, come invece prevedono gli accordi di vicinato dell’Unione Europea, con il governo israeliano. Le Autorità Israeliane non devono essere sempre considerate al di sopra della legalità internazionale, in nome della sicurezza.

Il rispetto del diritto internazionale, la fine dell’occupazione militare dei territori palestinesi, la fine dell’assedio imposto a Gaza che punisce collettivamente un milione e mezzo di civili, lo smantellamento del muro, il blocco totale della costruzione delle colonie e la liberazione dei prigionieri politici sono l’unica strada per la sicurezza dello Stato di Israele e per la libertà, la giustizia e l’indipendenza del popolo palestinese.

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