Se l’emiro va a Gaza

admin | October 23rd, 2012 – 10:02 am

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Ha già scatenato polemiche e reazioni pesanti, la visita di poche ore che l’emiro del Qatar compirà oggi a Gaza, assieme a sua moglie e a una delegazione di notabili e giornalisti. Il motivo è chiaro: Sheykh Hamad bin Khalifa al Thani è il primo capo di stato a visitare Gaza dal 2007. Da quando, cioè, Hamas ha assunto con un colpo di mano il controllo della Striscia. A dire il vero, non saprei dire l’ultima volta in cui Gaza ha visto la visita di un capo di Stato, anche prima del 2007… Di certo, è raro che un capo di Stato, presidente o emiro che sia, decida di andare a visitare uno dei luoghi più negletti del mondo, anche prima che ad assumere il controllo della Striscia fosse Hamas.

Formalmente, l’emiro del Qatar va a Gaza per inaugurare un progetto di lavori del valore di oltre 250 milioni di dollari, concentrato sulla ricostruzione delle tre principali arterie stradali che collegano il nord al sud della Striscia, dal lungomare verso est, e sulla costruzione di un quartiere che porterà il suo nome. Sheykh Hamad City, per lasciare un segno così come fece il vecchio e rispettato Sheykh Zayed, il presidente degli Emirati Arabi Uniti. Sheykh Zayed bin Sultan al Nahyan fece costruire il grande quartiere di Beit Lahiya che arriva proprio quasi a ridosso del valico di Eretz, a nord della Striscia. Un quartiere che doveva servire a migliorare le condizioni di vita della popolazione palestinese di Gaza, e che invece è un posto dimenticato da Dio e dagli uomini, un quartiere spesso colpito dagli attacchi israeliani.

Strade e case, insomma, pagate dal Qatar, dopo anni in cui la ricostruzione promessa dalla comunità internazionale con la conferenza di Sharm del marzo del 2009 è stata, nella pratica, un insieme di piccoli progetti realizzati in modo da non sdoganare il governo di Hamas e da aggirare i relativi ostacoli formali. È evidente, però, che la visita di Sheykh Hamad significa molto di più di quanto già non significhi portare investimenti di tale livello nella Striscia e far lavorare, nei progetti targati Qatar, circa diecimila persone.

Con la sua presenza a Gaza, l’emiro del Qatar rompe anzitutto l’isolamento di Hamas e del suo governo. Un colpo alla riconciliazione tra Hamas e Fatah, dicono molti esponenti del partito nazionalista palestinese. Un vero e proprio sostegno a Hamas, in una fase di grande crescita dei movimenti islamisti nella regione, sostengono altri analisti. Un segnale chiaro anche all’Iran, per dire ancora una volta, come già era stato detto negli incontri ad altissimo livello in questi ultimi anni, che Gaza è nell’orbita araba, e non è un potenziale proxy di Teheran.

L’ANP non ha per ora criticato la visita. Almeno non lo ha fatto formalmente, ma ieri i consiglieri di Abbas hanno fatto sapere alle agenzie di stampa quanta insoddisfazione girava per le stanze politiche di Ramallah. Ieri Mahmoud Abbas aveva ricevuto una telefonata da sheykh Hamad, con la quale l’emiro gli comunicava la sua intenzione di visitare Gaza. Gli comunicava la visita, ma non chiedeva ad Abbas di accoglierlo al suo ingresso dall’Egitto. La scena, dunque, sarà tutta per il primo ministro del governo de facto di Hamas, Ismail Haniyeh, uno dei candidati a capo dell’ufficio politico del movimento islamista.

La visita avrà dunque il suo peso sugli equilibri interni a Hamas? Perché no? Il Qatar è anche il paese che ospita Khaled Meshaal, dal momento in cui ha lasciato Damasco, assieme all’ufficio politico del movimento islamista. Ed è allo stesso tempo il paese che ha ospitato il faccia a faccia tra lo stesso Meshaal e Mahmoud Abbas, lo scorso febbraio, che ha dato luogo alla dichiarazione di Doha, il documento più importante sulla riconciliazione dall’accordo della Mecca del 2007. È chiaro, insomma, il peso del Qatar, anche se non sono ancora chiari i contorni del quadro che si sta dipingendo, con l’arrivo di Sheykh Hamad.

Se da un lato la presenza dell’emiro del Qatar a Gaza è da inserire negli equilibri al vertice di Hamas, è altrettanto evidente che questo balzo in avanti della diplomazia di Doha va legato alla crisi regionale. Sheykh Hamad sostiene Hamas all’interno del mondo politico palestinese, nel confronto in corso con Mahmoud Abbas, e compie allo stesso tempo altre due operazioni. La prima, quella sperata e attesa da Hamas sin da quando è apparsa evidente, con l’inizio del Secondo Risveglio Arabo, la crescita dei movimenti islamisti originati dalla Fratellanza Musulmana: un’operazione di sdoganamento di Hamas come parte della più vasta ondata islamista nella regione, dopo che Hamas non era riuscita a farsi accettare dalla comunità internazionale con il successo elettorale del 2006 nelle ultime consultazioni politiche palestinesi.

La seconda operazione è più raffinata, ed è legata alla crisi siriana: l’emiro del Qatar si assicura, con la sua visita, che Gaza sia indissolubilmente legata al fronte anti-Assad, con Turchia ed Egitto. Nessuno tra gli attori regionali vuole che Gaza, isolata e negletta, rafforzi i suoi rapporti con Teheran: meglio, dunque, far arrivare investimenti pesanti nella Striscia, provenienti dal Qatar ma col benestare e il coordinamento dell’Egitto, che apre e chiude come un rubinetto il laico di Rafah sul Sinai. Così spiega anche il palcoscenico dato a Meshaal in Turchia, durante il congresso dell’Akp con il quale Erdogan ha disegnato il suo futuro politico e allo stesso tempo indicato le alleanze regionali per affrontare la crisi siriana. Gaza non deve essere una spina nel fianco, per nessuno dei paesi confinanti.

Rafforzare il fronte sud con Hamas significa, per il Qatar e per l’Egitto, tentare anche di diminuire i rischi di radicalizzazione, in una fase nella quale i settori jihadisti (che siano o meno di ispirazione salafita) provano a minare i nuovi equilibri che l’islam politico riformatore sta mettendo su in diversi paesi della regione.

Tutto da chiarire, invece, se e quanto il ruolo del Qatar dispiaccia a Israele. Le prime reazioni alla visita di sheykh Hamad a Gaza sono negative, e questo ci si attendeva. Che a medio termine il ruolo del Qatar dispiaccia, è tutto da vedere: lo spostamento di Gaza del tutto verso sud, verso l’area di influenza egiziana, significa approfondire la divisione tra la Striscia e la Cisgiordania. Una divisione che a Tel Aviv certo non dispiace, vista la politica di crescita degli insediamenti in atto. Ed è dai tempi dell’ultimo Ariel Sharon e del disimpegno da Gaza che Israele prova a ‘liberarsi’ dai suoi doveri di potenza occupante. A quei tempi fu evidente la richiesta al regime di Hosni Mubarak di prendersi carico di Gaza: un ruolo che il Cairo allora rifiutò più volte. E ora, qualcosa è cambiato?

Per la playlist, la scelta oggi è un po’ particolare. Chi, come me, ama la fiction sull’ispettore Coliandro sa che la scelta musicale è uno dei punti forti della serie tratta dai romanzi di Lucarelli. E The Winner dei fratelli De Scalzi è un chiaro segnale… Navigando, però, ho trovato che The winner è liberamente tratto da un altro brano: Across 110th street di Bobby Wockam.

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