Se l’esercito israeliano potesse indagare sui crimini dei suoi soldati

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05 dic 2015

Quando si tratta di perseguire i propri soldati per danneggiamenti nei confronti dei palestinesi, sembra che il sistema investigativo militare sia impostato per consentire ai suoi uomini di evitare le responsabilità

 
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Soldati israeliani in un villaggio palestinese (Fonte Infopal)

di Yossi Gurvitz – Yesh Din

Roma, 5 dicembre 2015, Nena News – Chi si occupa del sistema investigativo militare quando i soldati danneggiano i palestinesi? Questa si rivela essere una domanda piuttosto complessa cui l’esercito israeliano (IDF) risponde a fatica. La gestione dell’indagine stessa è di competenza della Divisione investigativa penale della Polizia militare (MPCID), ma non sempre decide se aprire un’inchiesta. Nel caso di un’ipotesi di reato durante l’attività operativa, la decisione su se aprire un’inchiesta viene dalla Procura per gli affari operativi. Eppure, nessuno di questi ha alcun controllo sul modo in cui le indagini vengono svolte.

Come ogni anno, abbiamo recentemente pubblicato una scheda sull’applicazione della legge in materia di soldati israeliani sospettati di danneggiare i palestinesi. Quest’anno, una parte critica dei dati è assente: l’IDF non sapeva quante denunce fossero state presentate contro i suoi soldati nel 2014.

Come si è arrivati a tanto? Beh, cominciamo dal fatto che un palestinese che vuole presentare un reclamo per lesioni da parte dei soldati non può semplicemente entrare in una base MPCID e farlo – per il semplice motivo che non ci sono basi MPCID in Cisgiordania. Per presentare un reclamo, un palestinese deve scegliere uno dei diversi percorsi, tutti contorti.

Può cercare di raggiungere un posto di polizia israeliana in Cisgiordania, ma per farlo bisogna che abbia una scorta, dato che in alcuni casi la stazione è all’interno di un insediamento; può sperare che ci sia un investigatore che parli anche arabo in servizio il giorno in cui arriva; e poi può sperare che la sua denuncia non si perda, e abbiamo visto molti reclami perdersi in questo viaggio.

In alternativa, può inviare la denuncia attraverso un’organizzazione per i diritti umani, che la trasmette direttamente alla procura militare.

Perché la Procura? Perché, ancora una volta, la MPCID non sempre decide l’apertura di un’indagine; spesso è necessaria una decisione da parte del pubblico ministero. L’esperienza dimostra che questo tipo di decisione può richiedere mesi o più di un anno dopo che la denuncia è stata presentata. Così, invece di far consegnare la denuncia direttamente alla MPCID, e da qui alla procura prima di essere restituita alla MPCID per le indagini, è meglio presentarla direttamente alla procura. Quest’ultima – se decide di avviare un’indagine – invierà il file alla MPCID; a sua volta, la MPCID invierà il file alla procura militare, che deciderà se incriminare o inviare il file indietro alla MPCID per ulteriori indagini, e quindi attendere una nuova ricezione.

Così, invece di due fasi – una denuncia alla MPCID che porta direttamente a una indagine, i cui risultati vengono mandati all’accusa – ne abbiamo almeno quattro:

1. Una denuncia arriva alla procura.

2. La procura decide se aprire un’inchiesta.

3. Il caso è girato alla MPCID, che indaga.

4. L’accusa decide se chiedere il rinvio a giudizio.

Ora aggiungiamo un’altra variabile: quando il pubblico ministero riceve un rapporto su un palestinese ferito, si apre un caso e viene numerato. Quando il caso è girato alla MPCID per le indagini, si ottiene un nuovo numero. Quando torna dalla MPCID alla Procura, assume un terzo numero (un secondo numero penale). Se dovesse essere inviato alla MPCID per ulteriori indagini, il file verrà rinumerato ancora una volta.

Questo non è un sistema di archiviazione: questo è un sistema per perdere i file.

Confusi? Ora mettetevi nei panni di un palestinese che vuole semplicemente che il soldato che lo ha ferito sia indagato e punito. Ora possiamo capire perché l’esercito israeliano non ha una chiara idea di quante denunce sono state presentate contro i soldati per danneggiamenti nei confronti dei palestinesi. L’esercito può dirci di aver aperto 229 indagini nel 2014, ma la procura militare non ha alcuna idea di quante denunce o denuncianti si parli, perché non distingue tra i vari tipi di informazioni. Può ricevere “rapporti” di unità militari o da se stessa, che possono fare riferimento a più di un evento. Né sa quanto tempo ogni specifica indagine potrà durare.

E questo non è l’unico problema – siamo solo all’inizio. Ufficialmente, l’accusa dovrebbe sorvegliare le indagini della MPCID. In pratica, di volta in volta si scopre che non ha la più pallida idea di quello che vi succeda. Se chiedi di un’indagine specifica,la procura non ha alcun modo di sapere il suo stato. In pratica, per citare la nostra scheda tecnica, “la divisione tra i due corpi crea una situazione in cui l’IDF attualmente non ha un corpo che conduca e cordini il trattamento dei reclami, segua l’avanzamento delle indagini e dei processi di controllo, misuri la durata delle indagini e abbia una visione sistematica destinata ad esaltare l’efficacia delle indagini e del loro compimento”.

E così ci troviamo con casi come l’indagine sulla morte di Musab Badwan Ashak Dan’a, dove dopo tre anni di indagini gli inquirenti della MPCID avevano raccolto meno informazioni rispetto a quelle che avevano quando l’indagine è iniziata, dopo essere riusciti a perdere un file medico. E, naturalmente, nessuno pubblico ministero era in piedi sopra le loro spalle con un cronometro a chiedere che cosa stesse succedendo, perché allo stato attuale l’accusa non ha alcuna idea di come un’indagine stia andando.

La Commissione Turkel, che ha pubblicato il suo rapporto nel febbraio 2013, ha notato che le procedure di indagine dell’esercito israeliano non sono abbastanza strette e ha chiesto controlli più rigorosi e orari fissi per le indagini e le decisioni giudiziarie sui casi. Si è anche resa conto che l’elemento del tempo è fondamentale: se un’indagine efficace non avviene entro breve tempo, le prove scompariranno e la memoria umana svanirà da sola, anche in assenza di malintenzionati.

La Commissione Ciechanover, che avrebbe dovuto pronunciarsi su come attuare le raccomandazioni della Commissione Turkel, ha raccomandato un periodo di 14 settimane al massimo per decidere se aprire un’inchiesta, di nove mesi per le indagini in sé, e altri nove mesi per decidere se chiedere il rinvio a giudizio. Finora, l’IDF non ha attuato tali conclusioni, nonostante il fatto che siano passati quasi tre anni da quando la relazione della Commissione Turkel è stato pubblicata. Sembra proprio un’indagine standard della MPCID.

Il fattore tempo è cruciale per un motivo: la legge penale militare dice che non si può incriminare un soldato dopo sei mesi dal suo congedo, o un anno nei casi più gravi.Ciò significa che, proprio perché l’esame del caso, la sua indagine, il riesame delle indagini e la ri-numerazione ripetuta del file si trascinano per molti mesi,  aumentano le probabilità che anche se le indagini avranno successo, per la procura sarà problematico incriminare il criminale, il che significa che il caso sarà trasferito a un’autorità civile.

Il risultato di tutto questo è un sistema che non è orientato verso la promozione della responsabilità tra i soldati; piuttosto, è un sistema orientato a dire loro: “Tutto andrà bene, contate su di noi”. Nena News

(Traduzione a cura della redazione)

 

 

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