Se l’oro bianco del Nilo fa gola anche a Israele

(il manifesto, 12 febbraio 2011)

RETROSCENA La corsa per l’accesso all’acqua

Israele, scrive The New York Times, preme sull’amministrazione Obama perché assicuri una «transizione ordinata» al dopo-Mubarak, temendo che un nuovo governo egiziano «abbandoni il benevolo atteggiamento del presidente verso Israele». Tra le concessioni che Tel Aviv sperava di ottenere da Mubarak, ve n’è una di cui non si parla ma che riveste una fondamentale importanza strategica: l’accesso israeliano all’acqua del Nilo. 

L’Egitto, nato dal Nilo, continua a basare la sua vita sul grande fiume che scorre per 1500 km dal confine meridionale alla foce a delta nel Mediterraneo, creando una lunga, fertile valle attraverso il deserto. Sulle sue rive e nella zona del delta si concentra oltre il 95% della popolazione, aumentata a quasi 85 milioni. La diga di Assuan, costruita con l’assistenza dell’Urss nel 1960-1971, ha creato un vasto lago artificiale, il Nasser. E’ iniziata quindi, negli anni ’90, la costruzione di altre grandi opere idrauliche. Tra queste il canale Al-Salam, che porta l’acqua da un ramo del delta verso est fino alla penisola del Sinai, passando con tunnel sotterranei sotto il Canale di Suez. Queste opere, mentre permettono di irrigare nuove terre e produrre energia elettrica, diminuiscono la portata del Nilo e la quantità di limo che esso trasporta, provocando un arretramento del delta e una conseguente perdita di terre fertili.

Vitale, per l’Egitto, è continuare a disporre ampiamente delle acque del Nilo. A monte, nel bacino del fiume (lungo 6.671 km) e dei suoi affluenti, vi sono però altri otto paesi: Sudan, Etiopia, Kenya, Uganda, Congo (Rep. Dem.), Ruanda, Burundi, Tanzania. Insieme all’Egitto, essi fanno parte della Iniziativa del bacino del Nilo, una partnership per la cogestione delle risorse idriche dell’area. Compito non facile. Secondo accordi risalenti all’epoca del colonialismo britannico, Egitto e Sudan avrebbero diritto a usare l’80% dell’acqua. Gli altri paesi, però, rivendicano una parte maggiore e nel 2010 hanno concluso un accordo, che Egitto e Sudan si rifiutano di sottoscrivere.

La questione è complicata dalla probabile nascita di un nuovo Stato, il Sud Sudan, che, cambiando l’assetto geopolitico del bacino del Nilo, complicherebbe la spartizione delle sue acque. L’Egitto si è pronunciato a favore dell’unità del Sudan, ma allo stesso tempo Mubarak ha compiuto nel 2008 una visita ai secessionisti del Sud Sudan, offrendo l’aiuto egiziano per la realizzazione del canale Jonglei: un progetto già sponsorizzato dall’Egitto, iniziato nel 1978 ma interrotto nel 1984, che permetterebbe alle acque del Nilo Bianco di aggirare la vasta zona paludosa in cui si immette, accrescendo la portata del Nilo a valle.

In questo scenario già complesso, entra pesantemente in gioco l’outsider Israele, che mira ad avere accesso alle acque del Nilo. Dopo la firma degli accordi di Camp David (1978), il presidente egiziano Sadat, nella sua visita a Haifa nel settembre 1979, parlò della possibilità di portare l’acqua del fiume dal Sinai al deserto di Negev in Israele. Il progetto non fu attuato, perché  il premier israeliano Begin rifiutò qualsiasi concessione su Gerusalemme. Israele non vi ha però mai rinunciato. Attraverso il canale Al-Salam l’acqua del Nilo sta arrivando nel Sinai a 40 km dal confine israeliano. Portarla in Israele sarebbe tecnicamente facile.

Per raggiungere tale obiettivo, il governo israeliano ha non solo condotto una trattativa col regime di Mubarak, intensificatasi quando l’acqua del Nilo è arrivata nel Sinai, ma ha messo in moto una strategia a largo raggio: essa consiste nell’accrescere la propria influenza sugli altri paesi del bacino del Nilo, perché accettino un nuovo criterio di spartizione delle risorse idriche, in cui rientri anche Israele, e premano sull’Egitto costringendolo a far arrivare l’acqua fino al territorio israeliano. Gli strumenti di tale strategia sono sia economici, che politico-militari. Per esempio, in Etiopia Israele ha finanziato la costruzione di decine di progetti per lo sfruttamento delle acque del Nilo Azzurro. Nel Sud Sudan, ha finanziato, armato e addestrato le forze secessioniste, così da avere, insieme agli Stati uniti, una influenza determinante sul nuovo Stato.

In tale strategia – che ha compiuto un ulteriore passo avanti con la visita del ministro degli esteri Lieberman in Etiopia, Kenya e Uganda nel settembre 2009 – l’acqua del Nilo viene considerata uno strumento di dominio, da usare nello stesso modo in cui oggi viene usata da Israele quella del Giordano e delle falde dei Territori palestinesi occupati. Sostanzialmente analogo è l’uso fatto dal regime di Mubarak delle acque del Nilo: esso ha stabilito che le nuove terre arabili create dall’irrigazione del Sinai non servano a migliorare le condizioni di vita dei contadini egiziani e a produrre cereali per il consumo interno, ma siano «affittate», per periodi  da 40 a 99 anni, a grossi investitori egiziani e stranieri per produrvi soprattutto colture da esportazione e quindi profitti per le élite al potere. 

Manlio Dinucci

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