“Se volevi vivere te ne dovevi andare”

Evidenza Storie da Piombo Fuso. Storie sotto occupazione – 20/5/2013
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Gaza – Pchr. Il 15 maggio si è commemorato il Giorno della Nakba, durante il quale i palestinesi piangono la perdita della loro patria avvenuta 65 anni fa, nel maggio 1948. A quel tempo Ghatheyya Mifleh al-Khawalda era una spensierata 15enne che viveva con la madre e la sorella nel villaggio di al-Qastina, nella Palestina mandataria. Lei e la sua famiglia furono costretti a fuggire, assieme agli altri abitanti del paese, davanti alle minacce delle milizie ebraiche. Da tempo ad al-Qastina giungevano notizie di terribili attacchi contro alcuni villaggi vicini, durante i quali molte erano state le vittime. Temendo un simile destino decisero di abbandonare le loro case, e mai più vi ritornarono. Divennero vittime di ciò che si ricorda come la Nakba, la catastrofe, il trasferimento forzato dei Palestinesi dalle loro case per fare spazio ai cittadini dello Stato ebraico di Israele, che venne fondato subito dopo.

Sebbene Ghatheyya ricordi la sua infanzia con gioia, la sua vita è stata marchiata dalla sofferenza dal giorno in cui nacque: “Mentre io stavo nascendo, mia nonna morì: il giorno dopo era l”Aid al-Adha. Mio padre uscì per le preghiere del mattino e non fece più ritorno. Lo trovarono morto nel luogo in cui stava pregando. Nonostante ciò, la mia infanzia ad al-Qastina fu davvero felice: avevamo una grande e bella casa, con il pavimento in marmo nel corridoio. Mio padre era un contadino, possedevamo terreni con aranci, meli, vigne ed altro. Passavo le giornate a giocare con mia sorella e con le altre bambine del paese, eravamo molto felici”.

Tutto ciò cambiò totalmente nel 1948, con l’arrivo delle milizie ebraiche che attaccavano i villaggi palestinesi facendo sgombrare gli abitanti. “Anche se avevamo sentito parlare di attacchi ad altri villaggi, l’attacco di al-Qastina avvenne senza avvertimenti. Prima c’era un accampamento militare inglese nei paraggi, ma nel ’48 gli inglesi se ne andarono, lasciando subentrare gruppi di ebrei. Eravamo terrorizzati al pensiero di cosa potevano farci. Arrivarono in parte in divisa e in parte con abiti civili e iniziarono a sparare alla gente. Tre persone morirono, tre civili. Scappammo a Tel es-Safi, un paese vicino, su una collina, senza prendere nulla con noi per la fretta. Fu una catastrofe, terrore assoluto. La mente della gente era bloccata per la paura. Non riuscivamo a pensare a nulla se non a fuggire: non riuscivamo neanche a pensare di portarci dietro del cibo. Nel caos alcune famiglie non riuscivano a trovare tutti i loro figli, e se ne dovettero fuggire così, incomplete. Molti avevano troppa paura per tornare indietro a cercarli, mentre altri sgattaiolarono giù per la collina di notte per cercare di recuperarli e metterli in salvo. Rimanemmo a Tel es-Safi alcuni giorni, dormivamo all’aperto senza coperte, materassi, cibo o acqua”.

“A un certo punto arrivarono i coloni, e noi dovemmo fuggire di nuovo. Era una scelta semplice. Se volevi morire, rimanevi. Se volevi vivere, te ne dovevi andare. Passammo una notte a Beit Jibrin e poi i coloni ci scovarono anche lì. Ovunque si andasse loro venivano a cacciarci verso la prossima località. Il loro obiettivo principale non era ucciderci, ma liberarsi di noi. Se ci avessero voluti morti non sarebbe sopravvissuto nessuno. Per farci lasciare le terre usavano la paura. Se uno di noi moriva dovevamo abbandonare il cadavere, dovevamo concentrarci sulla sopravvivenza. Altre persone, da altri villaggi, si aggregarono: venivano da Isdod e da al-Majdal Asqalan (1). Camminammo lungo la costa finché raggiungemmo Gaza”.

I gruppi ebraici non seguirono gli esuli palestinesi fino a Gaza, dove Ghatheyya e la sua famiglia fu costretta a iniziare una nuova vita. “Finalmente potemmo smettere di scappare. Eravamo molte migliaia; dormivamo nelle moschee, per la strada, nella sporcizia. C’era moltissima gente dappertutto. Alcuni erano ospiti presso famiglie di Gaza, altri non avevano un posto in cui andare. L’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione (Unrwa) cominciò a organizzare accampamenti per le famiglie. Raccolsero le persone del mio villaggio e ci chiamarono ‘rifugiati’. Le dimensioni della tenda dipendevano dal numero di membri di una famiglia, e non era permesso dare ospitalità ad altre famiglie nella propria tenda”.

Sebbene grata per essere sopravvissuta e per avervi trovato rifugio, la Striscia di Gaza, per Ghatheyya non sostituì mai il suo villaggio: “Tutti a Gaza sapevano che ero una rifugiata, e non era una cosa degna di nota. Ma io a Gaza non mi sono mai sentita a casa. Vedevo mia zia seduta fuori dalla sua tenda a piangere, ogni giorno. Quando le chiedevo il perché mi rispondeva: ‘Guarda come siamo: invece di avere una casa abbiamo una tenda. Vorrei aver potuto portarmi dietro la casa sulla  testa’. La nostra vita lì era alquanto semplice. Per gli uomini non c’era lavoro, vivevamo alla giornata pensando si trattasse di una situazione temporanea. Ricevevamo scatolame e sacchi di riso dall’Unrwa. Per cucinare usavamo dei fornelli di fortuna: non funzionavano bene e per mantenere accesa la fiamma dovevamo continuamente soffiarci sopra. Dopo un po’ l’Unrwa acquistò dei terreni dai gazaui, per ospitarvi i rifugiati. Diedero alle famiglie materiale da costruzione e ci costruimmo le case da soli. Noi costruimmo la nostra casa a Maghazi, nella Striscia di Gaza centrale”.

Due anni dopo la fuga dal proprio paese, Ghatheyya ricevette e accettò la proposta di matrimonio di un giovane, anch’egli di al-Qastina, Ahmed Sa’id al-Khawalda. Si sposarono poco dopo: “La famiglia di Ahmed viveva ancora in tenda, così, dalla mia casa, io tornai in tenda a vivere con lui e con la sua famiglia. Durante la mia prima gravidanza Ahmed cominciò a costruire la nostra futura casa a Khan Younis. Partorii la nostra primogenita nella nostra nuova casa. In tutto avemmo 4 figli e 2 figlie. Non c’era lavoro per Ahmed, ci aiutava suo padre che aveva trovato un impiego come distributore di cibo per l’Unrwa. Mio marito ed io facemmo il nostro meglio per badare ai bambini”.

Ghatheyya e Ahmed hanno ora 32 nipoti, e tutta la famiglia vive ancora nella Striscia di Gaza. Ghatheyya si commuove quando racconta di sua sorella maggiore, morta di cancro alcuni anni fa. Vivono ora assieme al loro figlio Nehad, 40 anni, a sua moglie e ai loro 3 bambini. Un altro dei loro figli vive nell’appartamento al piano di sopra.

Ma Ghatheyya sogna ancora la sua vecchia casa di al-Qastina. Ha potuto vedere alcune volte il suo villaggio, dal 1948: attraversandolo in taxi negli anni Ottanta e nei primi anni Novanta, accompagnando sua figlia in Giordania per cure mediche. “La prima volta che chiesi al tassista di portarmi lì, si rifiutò, dicendo che era troppo fuori percorso. In seguito chiedevo direttamente di portarmi ad al-Qastina, per poter vedere il villaggio e la mia casa. Ma la mia casa non la vidi, non avevo tempo per cercarla: si passava solo attraverso la strada principale. Altre volte l’autista prendeva l’autostrada che passa accanto al paese, e io vedevo solo il profilo del mio villaggio. Ma riconobbi la mia casa, nonostante l’unico posto ad essere rimasto lo stesso fosse un vecchio garage. Ora non posso più recarmi lì, ma continuo a pensare al mio paese, dopo tutti questi anni. Non ha senso che io non possa vivere a casa mia, sulla mia terra, nel posto in cui sono cresciuta. Lo sogno ancora”.

Si stima che durante la Nakba del 1948 circa 725.000 siano stati forzatamente allontanati dalle loro case. Secondo la definizione data dall’Unrwa, i rifugiati palestinesi sono coloro il cui luogo di residenza era la Palestina tra il giugno 1946 e il maggio 1948, e che hanno perso la loro casa e i loro mezzi di sostentamento in seguito al conflitto arabo-israeliano del 1948. I discendenti dei rifugiati palestinesi originari hanno anch’essi il diritto di registrazione tra i rifugiati. Al 1/01/2013 i rifugiati palestinesi registrati all’Unrwa erano 4.919.917, 1.203.135 dei quali vive nella Striscia di Gaza.

In base al diritto internazionale a tutti spetta il diritto fondamentale di poter ritornare a casa propria  nel caso in cui la deportazione sia avvenuta per motivi estranei al personale controllo. L’obbligo per gli Stati di rispettare il diritto al ritorno degli individui è una norma consuetudinaria del diritto internazionale. Il diritto al ritorno per i rifugiati palestinesi è specificamente affermato nella risoluzione 194 dell’Assemblea generale dell’Onu del 1948, dove si afferma che “i rifugiati che intendono ritornare nelle loro case e vivere in pace con i loro vicini, devono poterlo fare al più presto “. La risoluzione stabilisce inoltre che le autorità responsabili devono risarcire i profughi che non intendano far ritorno, o che hanno subito danni o perdite delle loro proprietà.

(1). Isdod è ora all’interno dello Stato di Israele e si chiama Ashdod. Al-Majdal è ora all’interno dello Stato di Israele e si chiama Ashkelon.

Traduzione per InfoPal a cura di Stefano Di Felice

 

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