Security coordination: altra faccia dell’occupazione

adminSito    venerdì 15 marzo 2013 08:36

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Checkpoint 300, tra Betlemme e Gerusalemme: durante il Ramadan poliziotti palestinesi e soldati israeliani lavorano insieme per controllare il flusso di fedeli palestinesi (Foto: RRB/Activestills)

Nei Territori opera un meccanismo di coordinazione tra le forze militari israeliane e quelle di polizia palestinesi, finanziato da Stati Uniti e UE.

di Gabriele Benvenuti

Gerusalemme, 15 Marzo 2013, Nena News – Una modalità operativa, istituzionalizzata dagli Accordi di Oslo, surclassata dall’Intifada al-Aqsa e riadattata al nuovo contesto geo-politico determinato dalla separazione Hamas-Fatah con il sostegno tecnico-finanziario di Europa e Stati Uniti. La security coordination (SC) è un dispositivo integrato in un sistema funzionale alla sicurezza di Israele ed alla stabilizzazione dei Territori.

La logica che sottintende all’ideazione di tale sistema è parte di unclassico approccio di matrice coloniale di contrasto alle forme di insurrezione che si sviluppano in contrapposizione ad un regime di occupazione. In questo senso, l’approccio implementato da Israele prevede, come nella classica dottrina francese, inglese o la più blasonata COIN – counterinsurgency – del Gen. Petraeus, l’installazione di un surrogato di autorità politica che risponda ai principi di self-government, alla quale possa essere sub-appaltato il mantenimento della sicurezza e la stabilizzazione dei territori occupati, riducendo i costi politici ed economici di occupazione. In questo contesto rientra la necessità di stabilire un meccanismo di coordinazione tra le forze di sicurezza dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) e le forze di occupazione.

L’origine di tale sistema si trova nelle pre-condizioni che hanno permesso di attivare il processo di Oslo. La fine della contrapposizione bipolare ha visto emergere gli Stati Uniti quale sola potenza dominante a tutti i livelli – politico, militare ed economico, in primis – con una capacità di proiezione della forza globale. La Guerra del Golfo, che ha azzerato la principale minaccia regionale per Israele, ne è stata la dimostrazione operativa. Successivamente, con la firma del trattato di pace del 26 ottobre 1994, Israele si è garantito la sicurezza dei confini con la Giordania – quelli con l’Egitto erano già stati stabilizzati nel 1979. In questo contesto, vengono meno le potenziali sorgenti di minaccia esterna per Israele e, quindi, la necessità di mantenere l’occupazione militare nei Territori in termini di profondità strategica – gli accordi di pace con Egitto e Giordania istituzionalizzano a loro volta una SC non solo a livello operativo, ma anche a livello politico-strategico: ne è una dimostrazione la distruzione dei tunnel di rifornimento a Gaza ad opera del governo Morsi.

Israele ha avuto, quindi, l’opportunità di re-indirizzare e re-distribuire le proprie risorse nel contrasto delle minacce provenienti dall’interno, ossia dai Territori Occupati. La Prima Intifada aveva dimostrato che un approccio diretto al contrasto di un fenomeno insurrezionale di massa, ed il contemporaneo mantenimento dell’occupazione, con i costi relativi alla gestione amministrativa dei territori occupati imposti dal diritto internazionale umanitario,rischiava di diventare insostenibile in termini politici ed economici – anche militari se si considera l’over-stretching delle forze richieste dalla counterinsurgency e dalla contemporanea necessità di mantenere unità pronte per fronteggiare minacce di natura esterna.

La soluzione alternativa è stata trovata durante i negoziati di Oslo con i quali si è avviato il processo di istituzionalizzazione del movimento nazionale palestinese. La contropartita richiesta dagli israeliani per entrare nei negoziati prevedeva il coinvolgimento della futura ANP nel mantenimento di alcune condizioni di sicurezza dettate da Israele: è la dottrina della “Security for Peace” (1989). Nel contesto dei negoziati più o meno segreti e delle condizioni poste per l’avvio ed il mantenimento dei negoziati ufficiali, si può leggere come il mantenimento della sicurezza di Israele tramite SC sia stato imposto quale precondizione per la nascita del futuro Stato di Palestina.

Nel primo periodo la funzione della SC come dispositivo di sicurezza congiunto israeliano-palestinese è stata regolamentata dal Protocollo 1 allegato all’Israeli-Palestinian Interim Agreement del 28 Settembre 1995. Il Protocollo prevede il riposizionamento delle forze di occupazione ed il trasferimento di responsabilità alle forze di sicurezza palestinesi nelle aree assegnate alla ANP. L’Art. 2 del Protocollo 1 autorizza le forze di sicurezza palestinesi a prevenire e contrastare sistematicamente terrorismo ed altre espressioni di violenza organizzata, mentre l’Art. 2 prevede che sia l’IDF che le forze di sicurezza palestinesi debbano perseguire, prevenire e contrastare ogni atto di terrorismo e violenza perpetrato sia da palestinesi che israeliani. Sempre secondo l’Art. 2, le forze Palestinesi sarebbero, quindi, legalmente autorizzate a proteggere i civili palestinesi dagli attacchi dei coloni, in coordinamento con le forze israeliane. Questa lettura teorica dell’Art. 2 si scontra con il meccanismo di coordinamento vero e proprio, stabilito dall’Art. 3, che definisce i vari livelli di coordinamento. A livello operativo, la SC è gestita direttamente dalle commissioni di sicurezza regionale e di distretto, e le decisioni circa eventuali operazioni a favore della sicurezza di civili palestinesi devono essere prese per consenso tra gli ufficiali palestinesi ed israeliani che compongono le commissioni.

Questo meccanismo è diventato obsoleto con lo scoppio della Seconda Intifada, ma l’impianto giuridico del Protocollo 1, che consente il coordinamento in funzione anti-terrorismo, rimane tutt’oggi valido.

Infatti, la SC si adatta al mutato contesto geopolitico determinato dall’Intifada al-Aqsa e dalle elezioni legislative del 2006, che trasformano i parametri di sicurezza imposti da Israele e Stati Uniti, i quali dal 2005 intervengono direttamente nella gestione della forze di sicurezza palestinesi. Il peso dell’ingerenza statunitense e di una Unione Europea priva di coraggio politico – secondo l’UE le elezioni del 2006 erano state regolarmente vinte da Hamas – determina un cambiamento nella concezione della funzione della SC, dal 2006 dispositivo dedicato al contrasto di Hamas e delle forze della resistenza palestinese che rigettano il compromesso con Israele e costituiscono una minaccia allo status quo in Cisgiordania.

Il fenomeno della repressione interna non si può ricondurre solamente al dispositivo di SC ma va interpretato nel quadro di una più ampia logica di stabilizzazione, imposta da un’agenda esterna, indicativa della fragilità di un approccio di institution building incentrato esclusivamente sulla centralità della sicurezza e della debolezza di una leadership non legittimata da elezioni (il mandato della Presidenza di Abu Mazen è scaduto nel 2011 ed il Consiglio Legislativo non si riunisce dal 2007).

Infatti, secondo l’ultimo report dell’ICHR, organismo legato alla ANP, e voluto da Arafat per monitorare lo stato dei diritti umani nei Territori ed incentivare i meccanismi di accountability, nel solo mese di gennaio 2013 le denunce ricevute dall’ICHR per casi di tortura sono state 31 e 24 per i casi di detenzione arbitraria o di natura politica. Dal rapporto non emergono i tipi di violazioni poiché, secondo alcune organizzazioni indipendenti per i diritti umani, nella maggior parte dei casi di tortura o di arresto arbitrario ad opera delle forze di sicurezza palestinesi non viene nemmeno sporta denuncia.

La SC può essere implementata solo attraverso un apparato di sicurezza palestinese addestrato, efficiente, adeguatamente equipaggiato ed armato – non ad un livello tale da poter costituire una minaccia strategica per le forze di occupazione – e supportato finanziariamente dall’esterno. La sostenibilità di questo sistema di sicurezza è determinata dal flusso costante degli aiuti internazionali diretti allo sviluppo del settore di sicurezza Palestinese che per l’anno 2012 ha richiesto una spesa pari al 39% del budget della ANP.

Contrariamente a quanto prospettato dalla Banca Mondiale, una possibile soluzione risulta essere quella del blocco degli aiuti e degli investimenti legati al settore sicurezza palestinese – e al comparto militare israeliano – ed una ridefinizione strategica e politica disinteressata del supporto internazionale al diritto di autodeterminazione del popolo palestinese. Sembrerebbe pura teoria ma, per quanto riguarda il ruolo del principale sponsor del sistema descritto sopra, vi è la convinzione a diversi livelli che i fattori negativi legati alla crisi finanziaria in Europa potrebbero essere sfruttati positivamente come fattori di pressione politica su Israele e ANP e volti a creare le condizioni per un cambiamento sistemico che non sia indirizzato dalle sole necessità di sicurezza di Israele e Stati Uniti. Nena News

 

http://nena-news.globalist.it/Detail_News_Display?ID=55259&typeb=0&Security-coordination-altra-faccia-dell’occupazione

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