“Segregati a casa loro, cronache dalla Cisgiordania” – di Chiara Cruciati

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novembre 17, 2018

LEFT N. 46 | 16 Novembre 2018 – Left  pag. 52

Valle del Giordano. «La strada è chiusa, l’esercito non fa passare». Una telefonata e Nasser fa retromarcia: impossibile raggiungere la comunità nel profondo nord della Cisgiordania dove eravamo diretti. «Stanno demolendo delle case, se ci avviciniamo ci bloccheranno per qualche ora», ci dice.

Nasser, la nostra guida, è un insegnante, ha poco più di 30 anni. E’ di origine beduina, come tanti palestinesi rimasti a vivere nella Valle del Giordano dopo il 1967 e il lento svuotamento della zona più fertile della Palestina storica. Di abitanti, prima dell’occupazione militare israeliana, la Valle del Giordano ne contava 300mila.

Oggi ne rimangono poco più di 50mila, la stragrande maggioranza è concentrata a Gerico e in una manciata di cittadine che dagli Accordi di Oslo del 1993 tra Israele e Olp ricadono in area A, sotto il controllo civile e militare dell’Autorità nazionale palestinese.

Il resto, il 95% della Valle del Giordano, è area C (sotto il totale controllo israeliano) e in buona parte zona militare chiusa.

Qui il divieto di costruire è assoluto: è Israele che decide chi costruisce e cosa, ma i permessi rilasciati ai palestinesi sono una chimera. «Mai visto un permesso, chissà com’è fatto».

Scherza Abu Riadh, dall’alto della sua lunga esperienza con i bulldozer israeliani. Con la famiglia vive nella minuscola comunità di Khirbeit Homsa, in cima a una piccola collina a poche centinaia di metri dal checkpoint israeliano di Huwwara, tra i più temibili: molti palestinesi sono stati uccisi qui dall’esercito negli ultimi anni. Alcuni, dicono i militari, avevano in mano un coltello.

La casa della famiglia di Abu Riadh non è in cemento né ha tegole a far da tetto. E’ una baracca di lamiere e tende di stoffa, dentro sono stati ricavati gli spazi della vita quotidiana.

C’è la grande tenda con i materassi lungo il perimetro che di giorno accoglie gli ospiti e di notte è camera da letto collettiva.

In un’altra stanza si cucina; in una terza Khadija, la nuora laureata in Belle Arti all’università an-Najah di Nablus, espone i suoi quadri, dipinti sulla vita sotto occupazione militare e sulla tradizione palestinese, le città in pietre bianche, il rito del tè, la raccolta delle olive.

Di fronte c’è la stalla per le capre, la ricchezza di Abu Riadh: «La nostra è una vita semplice, produciamo yogurt e burro che rivendiamo al mercato. Da anni gli israeliani cercano di mandarci via demolendo ogni nuova struttura che costruiamo. L’ultima demolizione è di meno di due anni fa: hanno distrutto dei container che volevamo usare come stanza per i bambini, per l’inverno. Ci erano stati donati dall’Unione europea dopo una precedente demolizione, una struttura in lamiera che avevamo costruito da soli. Per difenderla avevamo fatto ricorso alla corte israeliana ma non è servito a nulla».

Perché qui il diritto all’abitare è a senso unico, nonostante il diritto internazionale. La quarta Convenzione di Ginevra vieta al potere occupante – in questo caso Israele – di distruggere strutture (che siano case, stalle, infrastrutture) nel territorio occupato, di cacciare la popolazione indigena e di trasferirci la propria popolazione.

Carta straccia in Cisgiordania: mentre i palestinesi diminuiscono ogni giorno, allontanati dall’impossibilità di vivere con dignità e dal divieto di usare le proprie risorse idriche e le proprie terre, il numero di colonie aumenta insieme a quello dei coloni.

Gli effetti sono visibili a occhio nudo, plasticamente raccontati dalle cisterne intorno alla casa di Abu Riadh: l’acqua che scorre sotto ai piedi è irraggiungibile, vietato scavare pozzi o utilizzare le sorgenti, i palestinesi devono acquistare l’acqua dalla compagnia semistatale israeliana Mekorot.

«Alcune falde sono prosciugate perché le pompe e le condutture israeliane portano l’acqua direttamente alle colonie – ci spiega il figlio -. Noi possiamo solo comprare le cisterne: ogni metro cubo costa quattro shekel (un euro, ndr), ma tra il costo del trasporto e del noleggio della cisterna si arriva a 20-25 shekel a metro cubo (5-6 euro, ndr). Con l’elettricità, invece, abbiamo provveduto da soli».

Vediamo come: hanno piantato dei pali, bassi per renderli meno visibili, e si sono attaccati alla rete israeliana. Le pompe dell’acqua di cui parla le vediamo ad Al Ouja, più a sud: la struttura chiusa dentro una recinzione è la responsabile del prosciugamento di una delle più ricche sorgenti locali. L’antico acquedotto, che fino a qualche tempo fa irrigava le terre agricole della zona, è asciutto.

Il livello di desertificazione è lampante, rotto da spruzzi di verde lì dove Israele ha costruito colonie agricole, illegali per il diritto internazionale. Sono 38 in tutta la Valle del Giordano, producono per lo più banane e datteri sfruttando il lavoro a basso costo dei palestinesi.

Da contadini sono diventati manodopera non specializzata, senza contratto né diritti, perché il costo dell’acqua e la riduzione di terre a disposizione hanno reso la loro produzione troppo costosa per competere con quella israeliana. E così si va via, per povertà o per la stanchezza di fronteggiare i continui abusi.

Salutiamo Abu Riadh e la sua convinzione a rimanere («A primavera abbiamo piantato altri ulivi, perseveriamo») e ci spostiamo nel villaggio di al-Jiftlik. I confini della comunità rientrano in area A ma appena se ne esce, anche solo di qualche metro, si cade in area C.

Facciamo visita a una famiglia che solo il giorno prima ha visto arrivare i bulldozer israeliani. Quel che resta è un ammasso di macerie e lamiere, su un lato hanno appoggiato le cose salvate prima della distruzione: qualche materasso, uno specchio, una rete per il letto e un po’ di vestiti.

«L’ordine di demolizione è stato emesso più di un anno fa – ci spiega Nasser – e vale per tutta la comunità, meno di una decina di abitazioni. Ma ieri hanno buttato giù solo questa. Perché? E una strategia psicologica: sai che verranno, ma non quando. Vivi nella paura, chiedendoti se quella è l’ultima notte che ci vivrai dentro».

Per ora andranno a stare da alcuni parenti: «Anche la loro casa ha un ordine di demolizione pendente, ma per ora non è stata toccata. Chissà quando torneranno».

Da queste parti la prima resistenza è l’esistenza, come recita lo slogan rilanciato senza soluzione di continuità dai graffiti in ogni angolo di Palestina. Restare sulla propria terra è la prima forma di lotta contro un progetto territorial-identitario che ti vuole cancellare sulla base di una teorizzazione, quella sionista, di stampo coloniale.

E’ la stessa resistenza di Khan al-Ahmar, villaggio beduino tra Gerusalemme e Gerico.

Arriviamo a metà pomeriggio, scendendo al volo dall’autobus per evitare che l’esercito – che da settimane pattuglia giorno e notte la comunità – ci impedisca di raggiungere il villaggio. Non esistono strade verso Khan al-Ahmar, sebbene si affacci sulla Road 1, superstrada israeliana che collega Gerusalemme alla Valle del Giordano.

Un guardrail chiude l’accesso, qualcuno ci ha legato una bandiera della Palestina che sventola al passa io delle automobili. Saliamo per la stradina sterrata che porta all’ingresso del villaggio, come le migliaia di persone che in questi ultimi mesi hanno fatto visita ai suoi 181 residenti per portare parole di solidarietà e corpi a loro difesa: il progetto israeliano di demolizione del villaggio, sul tavolo da anni, è giunto il 5 settembre allo step finale, il via libera della Corte Suprema al trasferimento forzato dei suoi residenti a qualche chilometro di distanza.

I container che dovrebbero “ospitarli” sono in via di costruzione, alle porte della città palestinese di al-Azariya, dove infilare i 181 abitanti di Khan al-Ahmar sradicandoli dalle loro terre, dove si sono stabiliti dopo la cacciata della loro tribù dal deserto del Negev nel 1948 con la nascita dello Stato di Israele.

E sradicandoli dal loro tradizionale stile di vita: «Israele dice di voler migliorare la qualità della nostra vita – ci dice Hussein Abu Dahuk, uno dei leader della comunità, mentre ci accompagna avvolto nella tradizionale jalabiya bianca -. Dice di volerci “civilizzare”, di volerci dare i servizi, corrente elettrica, acqua. Ma se è davvero questo il loro scopo, perché non farlo qui? Perché non portano qui i servizi, dove viviamo già?».

Qui dove i pali dell’elettricità circondano il villaggio senza che questo possa accedervi e dove per l’acqua ci si organizza come a Khirbeit Homsa, con le cisterne.

Qui dove la scuola è stata costruita dagli abitanti, con l’aiuto dell’ong italiana Vento di Terra e di Arcò, tirata su con gli pneumatici. E’ la famosa Scuola di Khirbeit Homsa. In apertura la scuola di gomme di Khan al-Ahmar, che ha attirato l’attenzione del mondo e portato a Khan al-Ahmar consoli europei, tv, attivisti internazionali.

Ma soprattutto i palestinesi, uno slancio di unità dettato dalla consapevolezza che Khan al-Atemar è un punto di non ritorno: Tel Aviv vuole rimuoverlo per realizzare il progetto E1, un corridoio ininterrotto di colonie tra Gerusalemme e la Valle del Giordano che di fatto spezzerà la Cisgiordania in due.

Fine del sogno di uno Stato di Palestina, su quel che resta del territorio storico pre-1948: «Vengono qui palestinesi da ogni parte, dormono con noi, bloccano i bulldozer con i loro corpi. Ci sono anche degli israeliani. Il nostro avvocato è israeliano».

Ci sediamo per il caffè nella tenda comune, ragazzi e adulti dormono a terra sui materassi: «Io sono qui da 55 giorni – racconta uno di loro -. Vengo da Nablus. Dormiamo durante il giorno perché la notte dobbiamo restare svegli nel caso arrivino i bulldozer». Arrivano la mattina dopo, protetti da un cordone di soldati. Ma non raggiungono il villaggio: attivisti e abitanti hanno allagato la strada, i Caterpillar si impantanano. I’esercito manganella, ferisce alcune persone e arresta quattro attivisti.

Ma per ora la resistenza ha pagato: il governo israeliano ha annunciato la sospensione dell’ordine di demolizione, almeno per qualche settimana. Khan al-Ahmar resta vigile.

 

“Segregati a casa loro, cronache dalla Cisgiordania” – di Chiara Cruciati

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