Sei giorni in Israele, 45 anni fa

adminSito  mercoledì 7 novembre 2012 09:22

 Mio padre, un generale israeliano, sapeva che la guerra del 1967 era un’occasione per la pace e per consegnare ai palestinesi uno Stato loro.

di Miko Peled* – 6 Giugno 2012

Traduzione a cura di RESTIAMO UMANI

Gerusalemme, 7 novembre 2012, Nena News – I primi di giugno del 1967, mentre eravamo rannicchiati con mia madre e le mie sorelle nella stanza “più sicura” della nostra casa vicino a Gerusalemme – il bagno al piano di sotto – abbiamo temuto il peggio. Nessuno di noi immaginava che la guerra che era appena iniziata sarebbe finita in sei giorni. Era inconcepibile che l’esercito israeliano avrebbe potuto distruggere tre eserciti arabi, uccidere più di 15.000 soldati arabi (ad un costo di 700 vittime israeliane), tre volte la dimensione dello Stato di Israele e, per la prima volta in due millenni, dare al popolo ebraico il controllo di tutta la terra d’Israele, compreso il suo fiore all’occhiello, la Città Vecchia di Gerusalemme.

Molti credono oggi, come allora si credeva, che Israele fu costretto ad avviare un attacco preventivo nel 1967, perché di fronte ad una minaccia esistenziale da parte degli eserciti arabi che erano pronti – e intenzionati – a distruggerlo. Si dà il caso che mio padre, il generale Matti Peled, che era il capo della logistica delle Forze Armate Israeliane all’epoca, era uno dei pochi a sapere che non era così.

In un articolo pubblicato sei anni dopo, nel quotidiano israelianoMaariv, ha scritto del presidente egiziano, che comandava il più grande degli eserciti arabi: “Mi ha sorpreso che Nasser abbia deciso di mettere le sue truppe così vicino al nostro confine, perché questo ci ha permesso di colpirle e distruggerle in qualsiasi momento abbiamo voluto farlo, e non c’era una sola persona competente che non lo abbia visto. Dal punto di vista militare, non era l’esercito israeliano che era in pericolo quando l’esercito egiziano ha raccolto truppe al confine con Israele, ma l’esercito egiziano”. Nelle interviste nel corso degli anni, altri generali che prestarono servizio all’epoca hanno confermato, inclusi Ariel Sharon e Ezer Weitzman.

Nel 1967, come oggi, i due centri di potere in Israele erano l’alto comando IDF e il gabinetto. Il 2 giugno 1967, i due gruppi si sono riuniti presso la sede IDF. I militari, padroni di casa, hanno accolto il generalmente cauto e pacifista primo ministro, Levi Eshkol, con un tale livello di aggressività che la riunione fu poi comunemente definita “il Colpo di Stato dei Generali”.

Le trascrizioni di tale riunione, che ho trovato in archivi dell’esercito israeliano, rivelano che i generali dissero chiaramente ad Eshkol che gli egiziani avrebbero avuto bisogno dai 18 mesi ai due anni prima di essere pronti per una guerra su vasta scala, e quindi questo era il momento ideale per un attacco preventivo. Mio padre ha detto ad Eshkol: “Nasser sta avanzando con un esercito impreparato perché fa affidamento sulla titubanza del Gabinetto. La tua esitazione sta lavorando a suo vantaggio”.Il primo ministro rispose a questa critica dicendo: “Il Consiglio dei Ministri deve anche pensare alle mogli e madri che subiranno il lutto”.

Durante l’incontro, non vi era alcuna menzione ad una minaccia ma piuttosto ad una “opportunità” che era lì, da cogliere.

In breve tempo, il governo ha ceduto alla pressione dell’esercito, e il resto, come si suol dire, è storia. La guerra dei sei giorni iniziò tre giorni dopo e finì il 10 giugno 1967. Quando le armi tacquero, un generale vide un’altra opportunità, quella che la maggior parte di altri leader di Israele ci mise alcuni decenni a riconoscere. Questo era mio padre.

Nel 1995 un quotidiano ricostruì la prima riunione settimanale che lo stato maggiore dell’IDF tenne dopo la guerra. Quando arrivò il suo turno di parlare, mio padre disse: “Per la prima volta nella storia di Israele, abbiamo l’opportunità di risolvere il problema palestinese, una volta per tutte. Ora siamo faccia a faccia con i palestinesi, senza altri paesi arabi a dividerci. Ora abbiamo la possibilità di offrire ai palestinesi uno stato loro”.

La sua posizione era ben nota. Egli ha sostenuto nel 1969 che tenere il territorio acquisito durante la guerra era in contrasto con gli interessi di Israele: “Se manteniamo queste terre, la resistenza popolare all’occupazione sicuramente insorgerà, e l’esercito di Israele sarà utilizzato per reprimere la resistenza, con risultati disastrosi e demoralizzanti”. Nel corso degli anni, ha più volte ribadito che il controllo israeliano in Cisgiordania e Gaza avrebbe trasformato lo stato ebraico in una potenza occupante sempre più brutale (aveva ragione) e avrebbe finito per determinare uno stato bi-nazionale (egli può ancora avere ragione, in quanto gli eventi stanno muovendo in questa direzione). Consentire ai palestinesi di avere un loro Stato indipendente – egli sosteneva – avrebbe portato alla stabilità ed alla calma.

Per 45 anni, i governi israeliani hanno investito miliardi di dollari nel fare delle acquisizioni del 1967 conquiste irreversibili, e hanno eliminato ogni possibilità che la soluzione dei due Stati possa diventare una realtà. Città, autostrade, centri commerciali e fabbriche sono state costruite in Cisgiordania al fine di farvi stabilire ebrei israeliani, mentre un regno del terrore è stato messo in atto per governare i palestinesi, le cui terre sono state prese. Dalla negazione dell’accesso all’acqua ed alla terra, agli ostacoli al libero movimento attraverso un labirinto di leggi discriminatorie e restrizioni, all’infinità di assalti militari, Israele ha dedicato grandi risorse per l’oppressione e la persecuzione dei palestinesi.

Ora, ancora una volta Israele è di fronte a due opzioni: continuare a esistere come stato ebraico, pur con il controllo dei palestinesi attraverso la forza militare e le leggi razziste, o intraprendere una profonda trasformazione in una democrazia reale in cui israeliani e palestinesi vivono come uguali in uno stato condiviso: la loro comune patria. Per israeliani e palestinesi, quest’ultimo percorso promette un futuro luminoso.

*Miko Peled è un attivista israeliano che vive a San Diego. Autore del libro di recente pubblicazione, “Il figlio del generale: Viaggio di un israeliano in Palestina”

http://nena-news.globalist.it/Detail_News_Display?ID=40191&typeb=0&Sei-giorni-in-Israele-45-anni-fa

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