Sensazioni ed emozioni del Progetto Effetà

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 da sinistra: Lucia Russi, Simone Starnini, Elisa Gaudini e Giovanna D’Ingianna

di Lucia Russi

…ascoltavo una relazione congressuale quando, già annunciato da un comune amico, mi arriva un sms di Rita Carbone, per cui nella pausa richiamo e lei mi dice: “Fra Antonio mi ha parlato di lei. Verrebbe a Betlemme per una settimana a metà maggio, per partecipare a un evento formativo e attuare uno screening nell’Istituto Effetà che si occupa della riabilitazione e della educazione scolastica di 160 ragazzi ipo/non udenti?”.

Mi è parso ovvio rispondere: “Sì, ma ci possiamo conoscere prima di partire?”, cosa che abbiamo fatto circa una settimana dopo. Ora, ripensandoci, mi rendo conto che forse mi sono un po’ imposta non dicendole: “…ci penso, …devo organizzarmi e ci risentiamo, ecc. ecc…”. Ma in fondo gli eventi che segnano la mia vita, da quando ho memoria, avvengono, e non li ho mai scelti razionalmente.

È vero, sono un po’ fatalista e molto convinta che la libera scelta che il Signore ci dà è quella di cogliere le opportunità. Intendo dire che sono convita che nulla avviene per caso, anche scoprire di avere un amico frate francescano in comune, come è successo tra me e Rita.

Così è iniziata la mia partecipazione al Grande Progetto per l’Istituto Effetà a Betlemme. Ora sento il bisogno di definirlo così, mentre quando attendevo i miei compagni di viaggio davanti al gate di partenza per Tel Aviv lo ritenevo un impegno importante e formativo, ed ero un po’ in tensione per il giudizio operativo dei colleghi che non conoscevo. Ma già dopo solo 48 ore tutto era cambiato.

Betlemme con il suo muro la si deve vivere per poterne descrivere anche solo in parte le emozioni che suscita, così come i bimbi e i ragazzi dell’Istituto Effetà sono da osservare per giorni per iniziare a capire cosa muovono “dentro”. Anche per una neuropsichiatra dell’età evolutiva ormai attempata, che da venticinque anni lavora in una provincia del sud Italia in riabilitazione e che si occupa di alta e rara disabilità. Sono tre mesi circa che ci ripenso e ora provo a esternare alcune sensazioni.

Le informazioni che acquisiamo attraverso i circuiti telematici non riescono a trasmettere il sentire più profondo quale la “rassegnazione”, che è presente in gran parte dei palestinesi per cui si rivolgono agli “esperti” con un atteggiamento di fiduciosa attesa verso un verdetto che loro non possono mettere in discussione poiché non hanno altri a cui rivolgersi. E allora portano a visitare i loro bimbi piccoli e piccolissimi con i vestiti della festa (completini eleganti e scarpe di vernice). Con lo stesso atteggiamento si presentano autonomamente i ragazzi, pur protesizzati o impiantati, che parlano solo a scuola nelle classi, poiché nei loro villaggi sono percepiti e catalogati come “quelli sordi”. Pertanto in tali ambiti utilizzano ciò in cui sono riconosciuti e si riconoscono pari a gli altri coetanei: la gestualità. Questo pensare radicato porta i più grandi a scegliere come compagni di vita altri ragazzi sordi per cui da loro nascono bambini prevalentemente sordi: la sordità più frequente in Istituto Effetà è genetica.

Abbiamo tutti lavorato senza pause non perché ci era chiesto, ma per quei sorrisi che faticavano a mostrare fiducia offerti dai bimbi e dai ragazzi e per le mani calde dei loro genitori che trattenevano le mie, le nostre. Ne sono convinta, e poi avevamo la tensione connessa all’idea di dover dare il massimo, poiché non vi era un domani prossimo in cui poter correggere o modificare l’agire operativo programmato per gli interventi individuali o di gruppo, tenendo conto delle singole osservazioni specialistiche rivalutate in équipe. Questo sentire comune ha reso quattro specialisti e una coordinatrice un “team”.

Un fortissimo team in cui senza un gran parlare ci si è supportati e si è divenuti l’uno complementare all’altro, pur avendo identità professionali diverse. Ciò è possibile se ognuno sa cosa chiedere all’altro sicuro di ricevere. E così quando mi è stato chiesto di scrivere un articolo sul Progetto Effetà ho accettato. Sono “superbamente” sicura che Elisa, Giovanna, Rita e Simone (rigorosamente in ordine alfabetico perché tutti ugualmente a me cari), condividono queste righe e ringraziano la Fondazione Giovanni Paolo II e la Venerabile Misericordia dell’Antella con me per questa preziosa opportunità.

 

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http://www.fondazionegp2.org/?p=881#more-881

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