Settanta centimetri

Al nero, giorno a giorno, per venti euro e nessun diritto. Operai. Come tanti. Ma sono palestinesi: e costruiscono insediamenti. Le strade che sarà proibito percorrere, le case che sarà proibito abitare, il Muro che sarà proibito attraversare – mattone a mattone, il proprio apartheid

Si spara a vista lungo il Muro, alle quattro del mattino, presunzione di terrorismo contro qualsiasi ombra in movimento. Ma lì dove si dilegua l’ultima luce del checkpoint, una notte indistinta di luna avara e aghi di freddo torna a dilagare sull’altalena delle colline, e tutto si spiana di ogni retorica e maiuscola – e il Muro si asciuga a muro, cemento come ogni altro, tratti di inferriate tratti di filo spinato: e tratti di niente. Misura settanta centimetri, qui, la pace, la coesistenza, e non ha la forma solenne di un trattato, ma quella furtiva di un buco.

Il tempo ha cadenza ebraica, nelle campagne intorno a Hebron, la settimana ricomincia la domenica mattina. Palestinesi da un lato, e un furgoncino a recuperarli dall’altro. Perché è come Alice attraverso la siepe – si entra nemici, minaccia demografica cancro di Israele, si esce disinfettati in tuta blu. Operai. Operai, al nero, giorno a giorno, per venti euro e nessun diritto a costruire insediamenti – le strade che sarà proibito percorrere, le città che sarà proibito abitare, il Muro che sarà proibito oltrepassare: mattone a mattone, il proprio apartheid. Lavorano in Israele in sette su dieci, clandestini per oltre la metà. Perché lì dove non sono ancora arrivate le confische e le ruspe, a livellare via campi e case, le leggi, a sviare lontano ogni goccia d’acqua, il coprifuoco e i checkpoint, a convertire la vita in carcere, lì dove non sono arrivati i missili e le granate – lì è arrivato l’assedio della disoccupazione: della povertà e della fame. Il Muro si è trascinato via i nove decimi della terra coltivata, da queste parti, mozziconi di tronchi puntellano adesso le colline, sono lapidi di ulivo. Alle quattro di ogni domenica mattina, il futuro è largo settanta centimetri.

Sono in cinque, il sesto è Yousef, ma un flessibile gli ha segato via quattro dita. Con la mano che rimane, tenta richieste di autorizzazione per curarsi in Israele – più esattamente, a Gerusalemme Est, la metà in teoria palestinese. E a proprie spese, naturalmente, “mai avuto alcuna assicurazione. E non importa che hai costruito il loro ospedale, e che ti sei ferito per costruirlo. Hai bisogno di una diversa autorizzazione. Perché se anche sei regolare, con il tuo tesserino non entri in Israele. Entri solo in una fabbrica specifica, o in uno specifico insediamento”. Sono anni qui ormai che le Convenzioni di Ginevra rimbalzano contro la Corte Suprema. I territori palestinesi, sostiene, non sono occupati: sono semplicemente ‘amministrati’, perché questo era un deserto, solo una anonima res nullius, e come è possibile occupare qualcosa che non appartiene a nessuno? – l’eccezione è la legislazione sul lavoro. Perché se fossero territori amministrati, sarebbero anche qui in vigore le Leggi Fondamentali di Israele: incluso il principio della parità di trattamento per tutti i lavoratori, senza discriminazioni. Nei territori occupati, invece, il diritto internazionale vieta di modificare la legislazione esistente. E dunque Israele, che nei territori amministrati modifica ogni norma che le conviene modificare, ignora ogni convenzione che le conviene ignorare, in questi stessi territori, e però per l’occasione occupati, applica disciplinata la legislazione sul lavoro giordana, a Gaza quella egiziana, entrambi impolverati residui degli anni Sessanta – è larga settanta centimetri, certe volte, l’unica democrazia del Medio Oriente.

“E se anche l’avessi, l’assicurazione: ma chi ti rilascerebbe l’autorizzazione per entrare in Israele a fare causa?”. Parla in bilico su un ottavo piano, Yasser, una laurea in biologia e né impalcatura né imbragatura. Sono duecento shekel, circa quaranta euro in un ufficio di Ramallah, per avere un tesserino magnetico, validità un anno. Infiniti moduli da compilare e infinite impronte da timbrare, ma non è ancora un permesso di lavoro: è solo il permesso di chiedere il permesso – è una schedatura generalizzata, in realtà, e infatti è competenza della polizia, contiene informazioni, spiegano vaghi, sulla ‘sicurezza’. Attesta cioè che non si è pericolosi – “bisogna dimostrare la propria innocenza qui, si è terroristi fino a prova contraria. Prima di Oslo, era molto più semplice. Si poteva entrare liberamente in Israele: ed era la metà del reddito dei Territori. Oggi un’autorizzazione è una rarità. E al nero è come ovunque: ti pagano solo se e quando lavori, e certe volte non ti pagano affatto. E non hai la minima garanzia: ferie, infortunio – pensione: niente. Neppure la garanzia di lavorare anche domani. Alla fine rimani comunque sotto la soglia di povertà. Ma non è questione di Israele. Perché sono stato tre anni a Dubai, e esattamente nelle stesse condizioni. Solo che il capo era arabo, e mi chiamava fratello. E non è vero che a Dubai, se non altro, non ero un traditore. I primi a libro paga, qui, sono i notabili dell’Autorità Palestinese. Abu Mazen ha cominciato a frenare sul Rapporto Goldstone quando gli è stato ricordato che la nuova società di telecomunicazioni a cui partecipano due suoi figli è ancora in attesa della concessione di frequenze. Concessione di competenza di Israele. E anche nei Territori: per un impiego statale, e cioè il solo possibile in un’economia ormai inesistente, è necessaria adesso una imprecisata ‘approvazione di sicurezza’. Identica a quella necessaria per Israele. Perché la pubblica amministrazione non è che uno strumento clientelare per cementare lealtà e consenso. Fayyad ha licenziato oltre 40mila funzionari vicini a Hamas: a Gaza Haniyeh, in rappresaglia, ha sostituito tutti i funzionari legati a Fatah. Chi può dire, qui, di non essere un traditore? Anche perché, come sempre, i criteri in base a cui un’autorizzazione, e poi un permesso, sono rilasciati o negati, o anche improvvisamente ritirati, non sono noti. Nessuno ha diritto a una motivazione: solo una luce rossa che lampeggia al checkpoint, un giorno come un altro, e si è in stato di fermo. E comunque, un permesso è valido tre mesi: dopo tre mesi si ricomincia. Oppure si telefona a Mordechai – non di sabato, naturalmente. Mille shekel per un tesserino magnetico, cinquecento al mese per un permesso di lavoro. Ma chi può dire, qui, che l’altro è solo un nemico?”.

Le donne cuciono intanto, in casa: kippah – si chiama globalizzazione, la Cina che sbarca in Medio Oriente. Uno shekel l’una, sessanta in vetrina a Gerusalemme. “Con il pretesto della modernizzazione, la nostra economia è stata integrata in quella di Israele. Ma più che integrata, incastrata: strutturalmente subordinata, per impedire un futuro stato autonomo e sovrano. Le tasse palestinesi sono riscosse da Israele, e spesso reinvestite in Israele, invece che nei Territori e nelle loro infrastrutture: insieme alla chiusura delle banche arabe, questo ha congelato lo sviluppo industriale. Mentre un sistema di licenze ha consentito a Israele di indirizzare l’agricoltura in funzione delle sue esigenze: di decidere cosa è possibile coltivare e commercializzare – con i suoi prodotti che dilagano, inevitabilmente più convenienti: perché Israele controlla ogni goccia d’acqua, e il suo prezzo. Così come controlla le frontiere. Tutto quello che compri è fabbricato in Israele, qui, o importato attraverso Israele. Ogni nuova impresa non rafforza la nostra economia, ma la nostra dipendenza. Sono quarant’anni che negoziano: e ancora non si sono accorti che questa non è un’occupazione: è un’annessione. Collabora quanto me, chi vive nei Territori”. Perché è la risacca della storia, ancora, ad abbattersi su infinite vite uguale a sempre – dominanti e dominati, indipendentemente da ogni nazionalità e frontiera. Perché è israeliano il mediatore, per le kippah, come è israeliano quel furgoncino, dall’altra parte del Muro. Ma è palestinese questo esercito di cemento che avanza e devasta, questa nuova fanteria di case a presidio di ogni collina – e non solo la manodopera: è palestinese il cemento del Muro. Arriva da un’azienda legata a Fatah – è larga settanta centimetri, certe volte, la Resistenza davanti al denaro.

“Har Homa non è un insediamento, in realtà: è una saracinesca. Recide definitivamente Gerusalemme dalla West Bank. Non è progettata per vivere, ma per vincere. Non ha un centro né una piazza, solo questa strada che si infila dentro e si avvolge fino su. Poi non rimane che tornare giù. Sono solo case, e case e case e case, e tutte identiche e tutte perfette e tutte prive di qualsiasi sbavatura di vita. Finestre chiuse: e non un’auto, un negozio. Ma perché come ogni insediamento: in realtà non è che periferia. Incroci questi sguardi impolverati, la sera, di ritorno da giornate difficili: e immagini queste esistenze scartavetrate dai milioni di dollari destinati alle armi, invece che – invece che alla vita: queste esistenze tristi: e così simili alla tua. La maggioranza dei coloni è solo gente povera. Gente che accetta di finire in colline sperdute, prima ancora che rischiose, semplicemente perché costa meno. Gente che non ha alternative: gente come me. Ma sono come i soldati: perché non è vero che i giovani israeliani sono tutti pronti all’esercito. I refusenik, i politicamente motivati, sono una minoranza: ma la maggioranza è comunque una maggioranza che si nasconde dietro un certificato medico. Israele è un paese fondamentalmente di indifferenti. Di indifferenti e di smarriti. In tre anni qui, l’unico con cui ho parlato è uno che si era perso. Si è avvicinato con paura: perché era immigrato da poco: dalla Tunisia. E con il suo ebraico stentato, temeva di essere scambiato per arabo e essere aggredito. Sarebbe infinitamente più semplice, qui, se davvero avessimo un Muro: se davvero sapessimo chi sta da una parte e chi dall’altra. Cosa aspettarci, da una parte e dall’altra. Poi Israele, certo, ha la sua minoranza di attivisti. I suoi trentasei giusti. Questa collina, per esempio: era un bosco. Gli ambientalisti si sono opposti fino all’ultimo. Come gli archeologi: i soli che davvero hanno contestato il Muro – in difesa dei marmi e delle tombe, non certo di noi vivi. Per il resto, la massima ambizione, per la comunità internazionale, è il congelamento degli insediamenti. Che però non esclude l’espansione necessaria alla cosiddetta crescita naturale: e il tasso di crescita, negli insediamenti, è quattro volte quello medio. Anche a Washington, in questi giorni: l’obiettivo, dicono, è prolungare il congelamento. Non so: io sono qui. E lavoro come sempre”. D’altra parte: anche per Har Homa, l’ordine di confisca è arrivato dopo Oslo. E l’Assemblea Generale ha impilato nei suoi archivi le due ennesime risoluzioni di condanna. 134 contro 3 la prima, poi si è dileguata anche la Micronesia, ed è finita 130 contro 2: i due, ovviamente, erano Stati Uniti e Israele – ma le Nazioni Unite, si giustificò Clinton, non sono il luogo adatto per discutere un processo di pace. E se poi proprio i palestinesi avevano qualcosa da contestare, aggiunse – Oslo impone il dialogo diretto con Israele: rivolgersi alle Nazioni Unite mina quella fiducia reciproca indispensabile alla pace.

Si stacca alle sei, alla preghiera del tramonto. In ginocchio verso la Mecca, decine di operai ascoltano un immaginario muezzin, le stuoie a mosaico tra i cavi, e i tubi e i mattoni. Dormono qui, negli interrati degli edifici in costruzione, il viaggio costa la paga di un giorno. Abitano in vecchie coperte su tavole di legno, cenano a pane e poco altro, nascosti fino all’alba successiva – è un anno di carcere, l’ingresso illegale in Israele. Materiale di scarto, pile di piastrelle ancora da montare la trincea davanti al freddo, una vecchia lamiera la cerniera dal mondo – è largo settanta centimetri stasera, il cielo stellato sopra Israele. La legge morale dentro Israele.

Francesca Borri
(Da Peace Reporter)

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