Shalit e gli altri. Molti ‘altri’.

Ramallah, 14 ottobre 2011

Si dice che ciò che racconti dipende moltissimo da dove stai osservando le cose, dalla prospettiva in cui ti trovi a vivere (o nel mio caso, a sopravvivere). In questi giorni, se dalla TV che guardo di sfuggita alla sera dovessi capire cosa sta accadendo qui in Palestina e in Israele, dovrei concludere che dietro al volto del giovane soldato Gilad, ostentato 24 su 24, non c’è nient’altro che un accordo da tempo atteso e la speranza di immaginare che un giovane possa ritornare tra le braccia di sua madre.
Ma da qualche giorno sto accompagnando nei Territori occupati il team Tutti a raccolta di Pax Christi. E da qui la realtà appare davvero diversa, o meglio, più completa. Sì, perché mentre da voi il titolone che parla di prigioni in Israele è esploso improvvisamente, qui in Palestina è da lunghe settimane che dappertutto si parla, si scrive e soprattutto si piange insieme nelle piazze di tutte le città, la sorte di chi, già privato della libertà, è costretto a subire le più umilianti vessazioni.

Di chi parliamo? Del tenente Shalit? Certo, di lui, di cui vedete il sorriso in foto ormai vecchie riportate sui giornali. Ma purtroppo non solo il suo volto non solo un detenuto dobbiamo evocare.

Qui a Ramallah chiediamo una parola autorevole per descriverci quanto accade: “Il recente accordo raggiunto tra Israele ed Hamas per la liberazione di circa 1000 prigionieri politici palestinesi in cambio del rilascio di Gilad Shalit si è concluso mentre da circa venti giorni è in corso lo sciopero della fame dei detenuti palestinesi nelle carcere israeliane. I prigionieri palestinesi protestano contro le condizioni inumane di cui sono vittime e che sono state ulteriormente inasprite a partire da giugno 2011, come forma di punizione collettiva per la mancata liberazione di Gilad Shalit”. A rilasciarci questa dichiarazione è Grazia Careccia, Capo Legal Research and Advocacy delDpt di Al Haq Ramallah. Ma la sua è molto di più di una descrizione dei fatti: “Le forme di umiliazione imposte su i circa 6000 palestinesi attualmente detenuti nelle carceri israeliane vanno dall’isolamento prolungato, in alcuni casi di anni, a condizioni igienico sanitarie scadenti, al rifiuto di accesso a libri, giornali e televisione, e alla severa riduzione delle visite familiari, che per i detenuti di Gaza sono state completamente sospese dal 2007. Gran parte dei detenuti sono stati vittime di arresti arbitrari e circa 750 sono in detenzione amministrativa, ovvero le ragioni del loro arresto rimangono segreto militare, per cui non sono sottoposti a processo e la durata della loro detenzione è indefinita, in alcuni casi fino a quattro anni”.

A giugno scorso pochi avevano dato peso ad una frase del primo ministro Netanyahu, che annunciava “necessari aggiornamenti nelle restrizioni nei confronti dei prigionieri palestinesi a causa del permanere della detenzione del tenente Shalit”. Per chi conosce Netanyahu era un chiaro annuncio di “necessarie” restrizioni come riconosciuta forma di punizione collettiva.
Infatti, alle parole seguirono immediatamente i fatti. La promessa di una pesante punizione collettiva per i detenuti politici si è trasformata in pratiche disumane per esseri umani già privati dei fondamentali diritti della persona.

Noi che nelle prossime settimane verremo colpiti emotivamente dalla storia a lieto fine di quest’uomo, Gilad, di cui conosceremo nei servizi televisivi tutti gli aspetti della sua vita, dovremo ricordarci che della sorte di molte altre migliaia di uomini non verremo mai a sapere nulla. Il loro nome non farà notizia, né la loro famiglia, gli affetti, le aspirazioni, le umiliazioni subite e le speranze mai spente…

E nel culmine della carica emotiva dovremo anche ricordarci che quella dei prigionieri è una questione politica e non è una mera questione umanitaria: difatti viene utilizzata dalle autorità israeliane per fare pressioni sull’Autorità Palestinese. Per questo, ci testimonia la società palestinese, si deve agire a livello politico, come fa questa campagna di disobbedienza civile che unifica gli sforzi dei prigionieri, della società civile, delle associazioni, della gente più comune.

Dal 27 settembre in tutte le città della Cisgiordania ci sono grandi tende piene di foto e di dolore. A tutte le ore è il digiuno che unisce tutti, giovani e vecchi, donne e uomini.

Ieri eravamo sotto la tenda di Gerusalemme e quanto avrei desiderato che vicino a me ci fosse anche un solo giornalista italiano: con me anche lui non avrebbe resistito ad ascoltare e abbracciare mamma Randa Odeh. Con il cuore in mano ci ha raccontato di suo figlio Loay, di 28 anni. In verità non ricorda più il volto e la voce di suo figlio, perchè da cinque anni non può andarlo a trovare. Loay è da otto anni in prigione, ma la notizia è un’altra: anche lui è nella lista che Israele ha dichiarato di accettare di “liberare” in cambio del tenente Shalit. Si direbbe davvero una bella notizia, se non sentissimo dalla voce della mamma che “purtroppo mi hanno già detto che verrà liberato ma immediatamente deportato a Gaza”. Lì né mamma Randa né alcuna altro famigliare potrà entrare. Per non parlare di altri che addirittura, una volta rilasciati, verranno deportati all’estero, come nel 2002 si fece con i prigionieri difesi dai frati della Basilica della Natività.

Ciò che non immaginate guardando le notizie in TV è che esattamente in ogni famiglia si prega almeno per un parente che si trova detenuto nelle prigioni israeliane.
Proprio così, in ogni famiglia.
Provate a chiudere gli occhi e a richiamare alla memoria visiva il volto ragazzino di Shalit, con l’affetto che meritano tutti i giovani che hanno sofferto la prigionia, e provate ora a moltiplicare quella fotografia di famiglia per… 4000 (ma qui i dati non concordano: per alcuni 8.000, per altri addirittura 11.000), cioè per il numero di palestinesi detenuti nelle prigioni israeliane. In realtà basterebbe farlo solo per altri cento giovani come lui per far girar la testa e per desiderare sommamente per ogni uomo sulla faccia della terra, il dono insostituibile della libertà.

Vivendo qui, tra una città sotto occupazione e tutte le colline attorno ad essa in pieno “sviluppo abitativo” illegale, e godendo della spontanea ospitalità delle famiglie palestinesi, i racconti attorno alla mensa di casa e i pianti condivisi sotto gli ulivi riportano testimonianze strazianti di genitori che da anni non riescono a visitare il loro figlio, che si chiedono ancora quale sia il capo d’imputazione che lo tiene chissà dove prigioniero di tre mesi in tre mesi (è la pratica illegale della cosiddetta “detenzione amministrativa”), di ragazzini che stringono forte la cornice con la foto del fratello maggiore, di cui ricordano i tratti minuti di un adolescente, mentre la madre ricorda loro che ormai ha 25 anni.

In questi giorni sto ammirando anche la dimostrazione di solidarietà con i prigionieri palestinesi proveniente dalla chiesa cattolica. Le parole accorate del parroco di Nablus dovrebbero scuotere i più ferventi cattolici italiani, che giustamente festeggiano la liberazione del soldato israeliano. Ha commosso tutti in questi giorni (fuorché in Italia, dove ogni notizia deve essere rigorosamente filo-israeliana) il coraggioso appello di abuna Johnny che, pensando alle famiglie dei suoi parrocchiani in prigione, chiede soprattutto di informare i cristiani del mondo sulle terribili violenze subite “senza più nessuna umanità dai nostri cristiani e musulmani prigionieri nelle carceri israeliane”. E conclude la sua lettera supplicando tutti: “Per favore, pregate di più ed alzate più forte la vostra voce contro l’ingiustizia che tutti questi nostri fratelli devono affrontare quotidianamente nella continua umiliazione” (Abuna Johnny Abu Khalil).

E non son riuscito a trattenere le lacrime ieri mattina, nel piccolo villaggio di Aboud, assistendo, nel cortile della scuola parrocchiale, all’ennesimo gesto di solidarietà diffusa e partecipata da tutti. E così, dopo che gli altoparlanti avevano coinvolto bambini ed insegnanti a cantare l’inno della Palestina, il parroco ha voluto far partecipi i ragazzi della Giornata di solidarietà con i prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane. Sapeva bene che anche i piccoli non hanno bisogno di informazioni: tutti conoscono le condizioni dei prigionieri. E quando il parroco chiede che alzi la mano chi ha un parente in carcere… una foresta di braccia che svetta verso il cielo crea un silenzio lungo e profondo. E abuna sceglie di raccogliere questa ennesima colletta del dolore condiviso in una preghiera che affida a Dio quelle mani di fanciullo e i loro cari che soffrono…

Il traffico che rallenta il movimento lungo le strade della grande città di Ramallah, stasera mi dà la possibilità di osservare meglio i grandi banner che riproducono quel numero impronunciabile: 194, per veder realizzato il sogno di uno stato per i palestinesi, finalmente riconosciuto dalle nazioni unite.
“It’s time for Palestine”, E’ IL MOMENTO DELLA PALESTINA. E poco più avanti: “Marching toghether towards our freedom”, CAMMINANDO INSIEME VERSO LA LIBERTA’.
Molto più di uno slogan. Un’attesa maturata nella sofferenza condivisa da un popolo prigioniero di un’occupazione infernale. Una speranza espressa nella lotta nonviolenta di milioni di palestinesi, senza libertà, e tra questi in prima fila chi resiste dietro le sbarre di un carcere, privato della dignità. Quello che tutti possono leggere per le strade, viene scritto nel baratro delle prigioni israeliane dal leader che Israele si guarda bene dal liberare, come Marwan Barghouti:
“Ne sono certo: il buio della notte se ne andrà. Dico agli israeliani: l’ultimo giorno della vostra occupazione sarà il primo di pace fra i due popoli. Potremo vivere da buoni vicini, ma prima dovete andarvene dalla nostra terra. La posta in gioco oggi è l’unità, la coesione ed l’elevarsi al di sopra delle ferite per affrontare l’aggressione, per farla finita con l’assedio e per continuare la marcia verso la libertà della nostra nazione”.

Nandino Capovilla per BoccheScucite

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