Shalit e la colpa di omissione (di Moni Ovadia)

Il caporale Gilad Shalit oramai da più di quattro anni vive sotto stato di sequestro, senza che alla sua famiglia sia consentito di avere contatti con lui. Se pensiamo che un simile destino tocchi a un nostro caro non è difficile percepire il dramma di un giovane e della sua famiglia. Finora colpevolmente non ne ho mai parlato. Ieri ho ricevuto una mail di tono severo ma garbato che mi accusava di essere un pacifista a indignazione variabile e mi ha richiamato all’ordine. Non mi riconosco nella parola pacifista che ormai ha assunto accezioni sporche, prediligo nel mio piccolo la definizione di costruttore di pace, che implica in sé la pratica della giustizia sociale (l’unica vera giustizia) e, nei limiti in cui è consentito all’umano, il perseguimento della verità. Comunque sia, la colpa della mia omissione nell’esprimere solidarietà e richiesta di immediata liberazione del giovane militare israeliano rimane. Per quanto grande sia la tragedia del popolo palestinese, per quanto ingiusta sia la violenza che i suoi figli, soprattutto più indifesi subiscono a opera dell’autorità occupante e colonizzatrice israeliana, per quanto incommensurabile sia rispetto al dramma di un solo soldato, non siamo autorizzati a fare baratti di giudizio, pena la demolizione concetto di dignità di persona. Purtroppo la questione non si chiude qui. Lascia inorriditi la sproporzione delle sensibilità. Il mio stigmatizzatore trepida giustamente per la sorte del caporale Shalit, ma proprio lui e quelli come lui sembrano indifferenti di fronte ai corpi sbranati di fanciulli innocenti vittime degli effetti «collaterali» delle bombe «intelligenti» o dei Droni dell’esercito israeliano. Non si scandalizzano di fronte ai crimini di guerra del «piombo fuso». Non hanno lacrime per il dolore dei civili palestinesi. Speriamo che il riconoscimento della mia colpa apra loro gli occhi e i cuori.

L’Unità, 10 luglio 2010

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