Sharon, il revisionismo, e il pastrami

admin | January 12th, 2014 – 12:42 pm

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Sharon, il revisionismo, e il pastrami

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Non è tanto e solo la memoria a essere selettiva. La cronaca è anche peggio, piegata com’è – talvolta – alle mode e alle sensibilità del momento. È così anche per la morte naturale di Ariel Sharon, a otto anni dalla sua morte politica dopo il suo ingresso definitivo nel coma. Una morte naturale a cui, fuori da Israele, avremmo dovuto dare il suo peso naturale, magari evitando questa sovrabbondanza di parole, di iperboliche affermazioni, e anche di mistificazioni.

Dai tweet ai Tg, dalle paginate di giornali in poi, ci stiamo occupando da giorni di Ariel Sharon. Da quando le sue condizioni di salute (era in coma da otto anni…) sono peggiorate [sic!]. Una piccola onda che in pochissimi giorni si è trasformata in una valanga mediatica. Del viso di Sharon, di cui ci eravamo dimenticati, siamo stati ‘costretti’ a ricordarci, nel giro di pochi giorni, come se fosse stranamente resuscitato e poi, di colpo, morto.

L’elemento che sorprende di più, però, non è tanto quello naturale, cronachistico, medico. Sorprende questa sua resurrezione politica. Come se quei coccodrilli (per i non addetti ai lavori, i necrologi dei noti e/o potenti che noi giornalisti prepariamo ante mortem del protagonista) scritti otto anni e poi di volta in volta rinverditi dovessero essere per forza di cose pubblicati. Materiale da non sprecare… La vulgata, da giorni, è che Sharon si sia rinsavito alla fine dei suoi giorni (coscienti). Che da crudele generale si sia trasformato, alla fine, in un uomo di pace. Sulla falsariga, insomma, dei generali che poi firmano gli accordi di pace perché loro, sì, sanno cos’è la guerra.

Quanto di più lontano dalla realtà, e dalla realtà politica israelo-palestinese dal 2000 in poi, per quel che riguarda Sharon. In questa nota, infatti, non voglio parlare di Sabra e Shatila, di Qibya, di tutto quanto Sharon ha fatto, o ha lasciato coscientemente fare, nella prima della sua vita, non certo lodevole. Faccio mia una delle frasi di Gideon Levy, nel suo necrologio politico del generale Arik pubblicato oggi su Haaretz: “Secondo gli standard internazionali riconosciuti, Sharon era un criminale di guerra. Da Qibya nel 1953 al Libano del 1982, la sua figura è stata legata a crimini di guerra. E lo Sharon dell’ultima fase non aveva cambiato il suo codice morale. Aveva semmai compreso, a suo modo, i limiti nell’uso della sola forza”.

Ecco, la Storia, ivi compresa quella scritta dagli studiosi israeliani, ha già impresso questo giudizio sui libri. Quello che Sharon ha fatto di deplorevole e crudele nei primi decenni della sua carriera militare, dalla prima guerra arabo-israeliana del 1947-48 sino al 1982, è già acclarato, sia dal punto di vista documentaristico sia da quello del necessario giudizio morale.

Il punto su cui si sta tentando, invece, una lettura revisionistica di Sharon riguarda la sua ultima fase politica, dal 2000 in poi. Gli ultimi cinque ruggenti anni, per così dire. La lettura che si sta tentando di far emergere e di far passare come ‘verbo’ è che lo Sharon degli ultimi anni sia stato un uomo di pace. Un uomo colpito sulla via della pace. Perché? Per il disimpegno da Gaza nel 2005. Per aver, insomma, costretto poche migliaia di coloni israeliani a lasciare Gaza, che soprattutto da quel momento – ma anche da prima, mi ha corretto giustamente una volta Amira Hass – è stata rinchiusa nel girone infernale dell’embargo, dell’assedio e della chiusura.
Quale pace ha portato Sharon con quel disimpegno unilaterale? E soprattutto, qual era il suo fine, il suo obiettivo strategico?

Partiamo dal 2000. Ariel Sharon risale agli onori della cronaca politica con quella passeggiata settembrina sulla Spianata delle Moschee nella Città Vecchia di Gerusalemme circondato da un apparato di sicurezza incredibile. Una provocazione politica gestita con una capacità militare altrettanto incredibile. Come una piccola folata di vento sulla brace. Il tizzone di legno ha preso fuoco immediatamente, visto che gli animi, in casa palestinese, erano già esacerbati dal fallimento del vertice di luglio di Camp David tra Ehud Barak e Yasser Arafat (sulla vulgata di Camp David e sulle impossibili promesse di Barak ci sarebbe da scrivere un altro post, poi vediamo…). Quello che è successo dopo il settembre 2000, la seconda intifada, l’incapacità di Arafat di gestirla e manovrarla, la stagione terribile degli attentati suicidi a opera dei palestinesi a Gerusalemme e nelle città israeliane, lo sappiamo fin troppo. Ma siccome la cronaca di questi giorni è selettiva, ci siamo dimenticati del campo di Balata, di Jenin, della durissima, crudele repressione militare israeliana, dell’assedio alla Muqata di Ramallah, dove Arafat fu confinato sino alla sua, di morte. Ci siamo dimenticati degli omicidi mirati, oggi giustamente ricordati dalla stampa israeliana: omicidi mirati, un eufemismo per parlare di esecuzioni extragiudiziali che Amnesty International e tutte le altre organizzazioni per la difesa dei diritti dell’uomo condannano. Ci siamo dimenticati dell’inizio della costruzione del Muro di Separazione, un muro scandaloso. Ci siamo dimenticati, soprattutto, che ogni singolo elemento ha visto lui, Ariel Sharon, protagonista, principe della strategia politica e repressiva.

Alla fine, il coup de theatre. Il disimpegno da Gaza del 2005. Chi era lì in quel periodo, a Gerusalemme e dintorni, sa bene le infinite discussioni tra noi, sul significato del disimpegno, e sa bene le altre discussioni – spesso deprimenti – tra noi e i desk dei giornali italiani. Alla fine del 2005, vi fu anche chi voleva indicare Sharon come l’uomo dell’anno. Per aver portato via da Gaza qualche migliaio di coloni israeliani che lui stesso, da potente ministro dell’agricoltura, quasi una sorta di ministro-ombra per le colonie in Cisgiordania e Gaza, aveva spinto ad andare nella Striscia molti anni prima per spaccare il territorio in tre tronconi e poterlo controllare meglio dal punto di vista militare. Due fasce di colonie, a sud e a nord, per spaccare Gaza in tre parti. Lui la chiamava la sua strategia delle colonie, la strategia del sandwich al pastrami. Tante fette (le colonie) da mettere assieme, per poter controllare meglio il territorio della Grande Israele.

Quel disimpegno da Gaza del 2005 è passato alla cronaca come il gesto di pace di Sharon, ormai uomo vecchio. Quando invece, in Israele, si sapeva benissimo (e lo dicevano i consiglieri di Sharon nelle tante interviste che rilasciavano) che il disimpegno era un modo per concentrarsi sulla Cisgiordania e su Gerusalemme est. Lasciare Gaza al suo destino, sigillarla, sterilizzarla, per consolidare la presenza in Cisgiordania e Gerusalemme est. Via poche migliaia di coloni da Gaza. Sì al mezzo milione di coloni tra Cisgiordania e Gerusalemme est da ‘proteggere’ con il Muro di Separazione, la rete di strade separate, eccetera eccetera.

Un bel gesto (unilaterale) di pace, non c’è che dire. Lo si vede dai risultati, dallo scandalo di Gaza e della sua chiusura, da negoziati israelo-palestinesi che non vanno al fondo della questione, dai morti quotidiani, dal conflitto a bassa intensità. Il che mi conferma, ancora una volta, che il problema, in Italia così come nelle cancellerie di altri paesi, è cosa si intenda per ‘pace’. Fino a che non avremo risolto questo rovello semantico, Ariel Sharon potrà essere considerato un uomo che si è redento in tarda età. Per me, Ariel Sharon rimane colui che sarà giudicato dalla Storia, e da Dio, per tutto quello che ha fatto. Non è poco, ahimè, e non è bello.

Per la playlist di oggi, il brano è obbligato. È Sidun di Fabrizio De Andrè, su Sabra e Shatila.

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