Shatila: è ancora emergenza

In un anniversario, il 31°, che il mondo pare aver dimenticato, il campo profughi palestinese è alle prese con l’arrivo dei rifugiati siriani e il timore di una guerra.

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venerdì 20 settembre 2013 08:53

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di Sonia Grieco

Beirut, 20 settembre 2013, Nena News – Le stradine fangose del campo di Shatila (Sabra non esiste più) sono il solito via vai di persone indaffarate nelle loro faccende quotidiane. Sembra una giornata di metà settembre come altre, anche se questi sono i giorni della memoria in questo minuscolo angolo di Beirut (un chilometro quadrato), dove vivono ammassate circa 22.000 persone, di cui alcune centinaia di palestinesi siriani fuggiti dal conflitto.

Al termine di un intrico di vicoletti, si apre forse l’unico spazio aperto del campo, perimetrato da muri colorati dai murales di alcuni giovani siriani passati di recente di qui. Nella sede del Children & Youth Center (CYC) stanno organizzando la fiaccolata serale che precede la marcia del 17 mattina, da Shatila alla fossa comune che si affaccia sul mercato, ripulita per l’occasione. Perché il campo non è soltanto un labirinto di viuzze, un groviglio di fili che in alcuni punti quasi sfiorano le teste dei passanti, di palazzine malridotte, dove spesso mancano elettricità e acqua potabile, che abbuiano le strade, ma è pure un luogo sporco, con la spazzatura che si raccoglie negli angoli. Il direttore del CYC, Mahnoud M. Abbas, conosciuto come Abu Moujahed, accoglie due delegati di una ong francese, che ogni anno vengono a Shatila per le commemorazioni e per portare sostegno, economico, ai profughi palestinesi del campo. Venerdì (oggi, ndr) ci sarà anche la delegazione italiana del comitato “Per non dimenticare Sabra e Shatila”, con la ong palestinese Beit Aftal Assomoud che lavora nei campi libanesi.

Quest’anno le delegazioni internazionali non sono numerose come quelle arrivate a Beirut per il trentesimo anniversario del massacro. Anche le donazioni saranno inferiori, probabilmente. “Per qualche ragione trenta anni sono più importanti di 31”, dice Abu Moujahed, “è il vostro (di voi occidentali) modo di ricordare le cose, come per i compleanni, ce ne sono alcuni più importanti di altri. Ma per noi palestinesi non c’è differenza. Dal 1997 ogni anno manteniamo viva la memoria di questa ingiustizia che abbiamo subito e lo facciamo coinvolgendo soprattutto i più giovani. Sono loro che devono ricordare, per questo è nostro compito raccontargli quello che è successo al nostro popolo, altrimenti sarà dimenticato”.

La differenza più rilevante rispetto all’anno scorso, però, è la minaccia di un attacco guidato dagli Stati Uniti alla Siria. Nelle ultime settimane al campo non si è parlato e non si è pensato ad altro, ammette Abu Moujahed: “Non abbiamo quasi avuto il tempo di preparare le commemorazioni. Adesso siamo in una fase di attesa, ma se l’attacco sarà sferrato, il rischio che la crisi siriana si trasformi in un conflitto regionale diventerà concreto. E se tirano il Libano dentro la guerra, i campi subiranno ripercussioni terribili”.

Il ricordo della guerra civile libanese è vivo in quest’uomo che si dedica ai ragazzi e alle ragazze palestinesi, con attività educative e di sostegno sociale anche a Nahr el Bared, un altro campo profughi vicino alla città settentrionale di Tripoli. Alla fine dei tre giorni di massacro che fecero migliaia di vittime (forse non sapremo mai il numero esatto), Abu Moujahed contò oltre mille morti. E si infervora a sentir parlare di cifre. “Che importanza ha se sono stati cento, mille o tremila morti. È stato commesso un crimine contro persone innocenti e disarmate”. Che importano i numeri se non è stata fatta giustizia.

Sono trascorsi 31 anni e i colpevoli non hanno pagato per quella mattanza terribile: donne, uomini e bambini giustiziati con colpi alla testa, sgozzati, sventrati, bruciati vivi dai falangisti di Elie Hobeika, cui gli israeliani illuminavano la via nel campo con i loro razzi lanciati in aria dall’esterno. “C’è ancora chi non riconosce la mano israeliana dietro il massacro di Sabra e Shatila, ma io ho parlato con chi era qui e ha visto quello che succedeva”, aggiunge.

Ogni giorno i palestinesi affrontano emergenze, soprattutto in Libano dove gli sono negati i diritti fondamentali, come quelli alla proprietà e al lavoro. Dall’inizio della guerra in Siria, due anni e mezzo fa, nei campi profughi palestinesi arrivano tanti palestinesi siriani. Sono oltre 80.000 e quelli che vivono nei campi, loro malgrado, aggravano situazioni già difficile. A Shatila il flusso è aumentato da agosto. “All’inizio alcuni dormivano sui tetti, o due o tre famiglia in una stanza. Una situazione terribile, cercavano qualsiasi cosa, dal cibo alle coperte”, racconta Abu Moujahed, “molti hanno problemi dermatologiche a causa delle precarie condizioni igienico sanitarie. Nell’ultimo anno sono state costruite nuove stanze per questi profughi. Chi affitta casa paga circa 100/150 dollari per una stanza nel campo, a Beirut gli affitti delle stanze sono arrivati a 500 dollari”. Ma chi non può pagare si arrangia per strada, nei prefabbricati, sotto i cavalcavia, per le strade della città si vedono le donne che mendicano e i bambini che vendono rose. Nena News

 

http://nena-news.globalist.it/Detail_News_Display?ID=86761&typeb=0&Shatila-e-ancora-emergenza

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