Shatila, un campo di tensioni e sfide

Sovraffollamento, deprivazione e conflitti politici minacciano il campo profughi palestinese in Libano. Ad aggravare la situazione i rifugiati in fuga dalla Siria.

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 venerdì 7 giugno 2013 09:06
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Fila per la distribuzione di cibo (Foto: Lea Frehse)

di Lea Frehse – Alternative Information Center

Shatila (Libano), 7 giugno 2013, Nena News – Shatila sta scoppiando, con un continuo afflusso di nuovo profughi palestinesi dalla Siria e crescenti tensioni politiche. Il campo è casa a circa 9mila profughi palestinesi, a cui si sono aggiunti negli anni i libanesi più poveri che non possono permettersi di vivere in altre zone di Beirut. Si stima che circa 20mila persone vivano nel campo, grande solo un chilometro quadrato.

Dato che il campo non può ufficialmente espandersi, si costruisce verso l’altro e le strade si fanno sempre più strette anguste. Shatila è una baraccopoli urbana e la politica è impigliata come le centinaia di cavi che portano l’elettricità. Da un anno ormai, il campo ha ricevuto centinaia di profughi palestinesi in fuga dalla guerra siriana. Anche in Siria, vivevano in campi profughi che sono caduti in mezzo ad una sanguinosa battaglia tra le forze governative e i vari gruppi di opposizione. L’afflusso sempre più consistente pesa sull scarse risorse di Shatila: non solo l’amministrazione del campo sta terminando il cibo e i beni primari, ma non ci sono nemmeno abbastanza stanze per accogliere i nuovi arrivati.

La lotta per accogliere i nuovi rifugiati

“Diamo del nostro meglio per aiutare i rifugiati – dice Khaled Abu Noor, capo del comitato popolare del campo di Shatila – ma non c’è modo di dar da mangiare a tutta questa gente, dargli un riparo e soddisfare i loro bisogni con le risorse che abbiamo. La situazione qui è sempre stata difficile, ma ora siamo al limite”. I campi libanesi sono autoamministrati, mentre i servizi pubblici sono forniti dall’agenzia dell’Onu, UNRWA, che si occupa di sostenere i rifugiati palestinesi in tutto il Medio Oriente.

Dipendente da donazioni internazionali, l’agenzia è notoriamente a corto di denaro e l’attuale crisi in Siria rappresenta un’altra sfida. Secondo i residenti, l’UNRWA dà ai rifugiati 20 dollari in contanti ogni tre mesi – un ammontare risibile per i prezzi libanesi. Secondo la legge libanese, i rifugiati palestinesi non possono lavorare come professionisti e non possono possedere terre.

Mentre centinaia di migliaia di persone dalla Siria fuggivano in Libano, il governo linabese ha risposto con una non-risposta. Prima, i funzionari hanno negato la crisi per mesi. Poi il gioveno ha rifiutato ogni misura per accogliere i rifugiati. Con i ricordi del conflitto militante che circonda i campi palestinesi, le autorità hanno compiuto la consapevole scelta di non aprire campi per i profughi dalla Siria. Ma il loro numero è travolgente e il presidente Michel Suleiman ha recentemente chiesto alle Nazioni Unite di costruire campi temporanei al confine.

Nei campi palestinesi, la rabbia crescente appesantisce l’aria. I rifugiati sanno che le autorità non hanno intenzione di soddisfare i loro bisogni. Abu Noor non ha un momento di pace mentre corre dalla mensa ad una riunione di emergenza ad un’assemblea popolare. Il Comitato Internazionale della Croce Rossa porta solo razioni di cibo e i rifugiati dalla Siria fanno la fila al centro della comunità per ottenere la loro parte. Una donna che aspetta ci implora: “Fate foto, scrivete, deve essere fatto subito”. È arrivata dalla Siria un mese fa con la figlia incinta e malata e lotta per trovarle cure mediche. Donazioni necessarie, ma che provocano conflitti

Scatole vuote di cibo hajj – con i migliori saluti dall’Arabia Saudita – sono una sull’altra nell’unica piccola piazza di Shatila. “Riceviamo delle donazioni, come sempre, ma ormai non bastano più. A parte l’UNRWA e la Croce Rossa, solo Hezbollah fornisce aiuti”, dice il rais al-mokhayyam, il capo del campo. Hezbollah ha creato da anni una consistente rete di organizzazioni di beneficenza. La sua efficenza ha contribuito alla buona reputazione del movimento. Sui pacchi si legge “Un regalo dalla resistenza islamica”. Con il suo allineamento politico, però, gli aiuti sono diventati motivo di contenzioso: alla fine di maggio, il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, ha ufficialmente annunciato che il suo movimento è stretto alleato del governo siriano e combatterà fianco a fianco con le truppe di Assad “fino alla fine”. Hezbollah, che ha dimostrato più di una volta la sua superiorità militare rispetto all’esercito di Stato libanese e gode di fatto del potere di veto sulla politica nazionale, ha finito per coinvolgere il Libano nella guerra siriana. Altre fazioni libanesi impegnate nel conflitto dalla parte dei gruppi di opposizione saranno costrette a rispondere ufficialmente alla dichiarazione di Nasrallah. I movimenti militanti sunniti, tra cui i gruppi radicali salafiti, stanno già con i ribelli.

Nella già profonda crisi politica del Libano, le inimicizie hanno cominciato ad erompere con violenza: nella città di Tripoli, i sostenitori dell’alawita Assad del quartiere di Jabal Mohsen si sono scontrati con i sunniti di Bab al-Tabbaned. Incidenti simili sono scoppiati anche nelle regioni settentrionali di Akkar e Beqaa dove le milizie di opposizione siriane hanno lanciato missili contro le roccaforti sciite di Hezbollah.

I palestinesi nel mezzo della guerra

Dalla fine della guerra civile libanese, nel 1990, i palestinesi in Libano e Siria hanno sempre tentato di restare fuori dai conflitti interni, sebbene varie fazioni siano state attive a fianco dei movimenti nazionali. Nel conflitto siriano, l’OLP si è dichiarato neutrale. La maggioranza della popolazione dei campi siriani segue questa linea, sebbene sempre più rifugiati si uniscano alle file del governo o a quelle delle opposizioni.

La comunità palestinese è politicamente divisa. Mentre il governo siriano bombardava duramente il campo di Yarmouk a Damasco, la tensione cresceva. E se Hezbollah ha sempre goduto di un certo supporto da parte dei palestinesi in Libano, le relazioni si stanno facendo meno semplici da quando il movimento si è schierato con Assad.

La scorsa settimana, i rifugiati del campo di Ain al-Hilweh hanno bruciato gli aiuti inviati da Hezbollah. L’intelligence libanese ha ripetuto la sua preoccupazione per un rafforzamento delle milizie sunnite nel campo. In altri campi palestinesi, gli aiuti di Hezbollah sono finora più o meno accettati. In ogni caso, tutte le fazioni si stanno mobilitando per un possibile conflitto interno.

Anche a Shatila, le bandiere di Hezbollah sono in fila lungo i vicoli del campo. Ma più visibili sono i simboli dei movimenti nazionali palestinesi, compresa la bandiera verde di Hamas. Con le tensioni settarie crescenti e il conflitto latente tra sunniti e sciiti in Libano, anche i campo profughi sono sotto pressione. Se l’affiliazione politica palestinese è dominata dalla causa nazionalista e i rifugiati sono per lo più sunniti, la centralità della Palestina nella retorica politica araba richiederà sempre alle forze esterne di tentare di guadagnarsi la fedeltà palestinese. Stretta tra le roccaforti sunnite a Nord e quelle sciite a Sud, Shatila è territorio conteso dalle fazioni libanesi. Infatto, scontri armati nel campo sono rapidamente cresciuti negli ultimi mesi. Nei vicini campi di Dahiye e Buji al-Barajneh, le fazioni palestinese hanno palesemente combattuto nelle piccole schermaglie contro i sostenitori di Hezbollah.

Un Libano costoso, fragile e privo di strategia

Nel profondo labirinto di vicoli del campo, veniamo invitati nella dimora di una famiglia appena arrivata. Madre, padre e nove bambini sono fuggiti sei settimane fa dal campo di Yarmouk, tra i più duramente colpiti nel sanguinoso conflitto. A Shatila vivono in una stanza di circa 15 metri quadrati. È umida, infestata dai topi e senza finestre. La luce del giorno non la illumina mai.

La famiglia paga un affitto mensile di 300 dollari. “Potremo pagare per le prime settimane, ma poi finiremo il denaro. Il prossimo mes saremo per strada. Non so che possiamo fare”, dice la madre. Gli amministratori del capo non sono in grado di darle una risposta. L’enorme afflusso di rifugiati siriani ha provocato un boom dei prezzi e degli affitti, sia nei campi che nel resto del Libano. Oltre 300mila rifugiati sono stati finora ufficialmente registrati nel Paese dei Cedri, compresi 50mila palestinesi registrati all’UNRWA. Il governo libanese stima che almeno un milione di siriani siano oggi nel Paese – un quarto dell’intera popolazione libanese. Mezzo milione erano già qui prima della guerra, come lavoratori stagionali.

Relazioni sempre più tese

I rifugiati sono ovunque. Quando il governo ha deciso di non aprire nuovi campi, la gente si è sparpagliata per tutto il Paese in base alle proprie conoscenze e alle possibilità finanziarie. Alcuni sono andati da familiari, altri hanno affittato appartamenti e molti si sono fermati in campi auto-organizzati nelle città intorno a Beqaa. In città come Zahle, meno di 20 chilometri dal confine con la Siria, vicino all’autostrada Damasco-Beirut, gli affitti sono aumentati del doppio da quando la guerra in Siria è esplosa.

I libanesi hanno affrontato tale afflusso con una certa calma, finora. Molti individui e gruppi di beneficenza sostengono i nuovi arrivati con cibo e alloggi. Ma il vasto numero di persone che competono per una casa o un lavoro – a cui si aggiungono quelli che si rifugiano nel crimine e nella prostituzione – stanno peggiorando le relazioni sociali. Dopo il coinvolgimento ufficiale di Hezbollah a favore di Assad, la politica libanese si sta scaldando e sono scoppiate le prime proteste e i primi scontri. Nel villaggio meridionale di Harouf, i sostenitori di Hezbollah hanno attaccato i lavoratori immigrati siriani dopo il funerale di uno dei loro combattenti che tornava da Qusayr, centro di una lunga battaglia. E per i siriani, il Libano non è il migliore dei rifugi: con i prezzi più alti del 50% rispetto alla Siria, è difficile sopravvivere.

I timori del governo libanese

In Libano, dove le cicatrici della guerra civili sono ancora visibili, l’immigrazione è vista come una minaccia al fragile equilibrio politico. “Con metà della popolazione del Paese che sarà siriana prima della fine dell’anno, il futuro del Libano è in serio pericolo”, aveva detto a marzo Ramzi Naaman, coordinatore del piano di risposta per i rifugiati del governo. Il presidente Suleiman ha chiesto alla comunità internazionale di sostenere il Libano nell’affrontare la crisi sulla base del principio della “ripartizione delle responsabilità” e ha avvertito delle possibili “ripercussioni negative sulla pace regionale”. Di fronte alle crescenti violenze in terrirorio libanese, i politici competono tra loro per la chiamata all’unità nazionale.

I palestinesi non sono mai stati inclusi in questo mantra dell’unità. A volte coinvolte violentemente, altre oppresse e indebolite, le comunità dei rifugiati oggi non hanno diritti civili, subiscono dure restrizioni nel mercato del lavoro e sono quasi del tutto dipendenti dai servizi dell’UNRWA. In questo senso, Shatila – che è diventata famosa per il massacro compiuto nel 1982 dalle milizie cristiane libanesi sostenute da Israele – è l’esempio della situazione palestinese in Libano.

In Siria, prima della guerra, i palestinesi godevano di maggiori libertà e di un migliore standard di vita. Il Paese aveva la reputazione di un buon rifugio. Due anni di guerra civile hanno stravolto la situazione e i palestinesi si sono ritrovati in mezzo a due fronti. Stare fuori dalla politica ha significato essere trascinati in guerra da entrambe le parti. L’UNRWA stima che 235mila palestinesi sono fuggiti dalla Siria.

Nel centro di una Beirut tentacolare, la scomparsa della Siria si profila anche a Shatila. Le autorità del campo e Abu Noor sono disperati: “Abbiamo bisogno di aiuto”.

http://nena-news.globalist.it/Detail_News_Display?ID=77247&typeb=0&Shatila-un-campo-di-tensioni-e-sfide

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